UNA NON BASTA

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon è originale. Però è vero: una vita non mi basta. C’è poco tempo in una vita. Troppe notti e troppi giorni in cui puoi fare solo quel che devi e non quel che vorresti. Che a pensarci bene non sai bene cos’è, ma qualcosa sarà.

I primi anni li trascorri generalmente all’insegna di quel promettentissimo “tutto davanti”, così ricco di promesse e prospettive, quando ancora credi che anche se sbagli mille volte hai ancora mille e una possibilità di rimediare e ogni volta ricominciare. Invece poi devi scegliere, prendere una via e lasciarne tante altre. E a un certo punto, capire che è meglio concentrarti su quella che hai scelto e smettere di immaginare come sarebbero state quelle altre.

No, una vita non mi basta.

Ne avessi un’altra, viaggerei. Anzi, almeno cinque altre vite, in modo da poter conoscere bene ogni singolo continente. Entrare in sintonia con la gente di ogni continente, capirne la cultura, coglierne a fondo l’anima. Conoscerne gli eroi, i miti, i cibi, l’idolo sportivo, la barzelletta più raccontata. E naturalmente, amare donne di molti angoli di mondo. Possibilmente, senza la paranoia della fedeltà e della tendenziale monogamia. Forse in una, tra le mie vite supplementari, sarei pure gay. Chissà come sarebbe: quantomeno, cercherei di far capire a qualche branco di frustrati che insulta ed emargina quanto è idiota il loro comportamento.

Avessi un’altra vita, vedrei di farmi totalmente e per bene i fatti miei. Una meravigliosa, appagante, gratificante cavalcata nell’egoismo più sfrenato, senza pensieri, senza preoccuparsi di essere generosi, senza la fissa di inseguire sogni e ideali. E in quella speculare, nella vita contrapposta, invece, sarei finalmente quello che, invano, tento di essere in questa, con pessimi risultati: uno generoso, idealista, altruista, capace di cambiare il mondo in meglio. Senza dover fare i conti con i continui fallimenti cui va incontro chi si illude di cambiare il mondo. In questa vita, andrei dal giudice Borsellino in una calda domenica di luglio, mentre è ancora a pranzo a Villagrazia di Carini, e gli direi di non passare più dalla madre fino a quando non venga istituita la zona rimozione in via d’Amelio. E un paio di mesi prima, direi a Giovanni Falcone di non scendere in Sicilia in quel weekend di maggio: meglio rimanere a Roma e godersi una passeggiata da uomo finalmente libero nella città più bella del mondo… Purtroppo, avrei bisogno di troppe vite solo per riuscire a salvare tutti i morti ammazzati dalla mafia. E per far si che la parola mafia scompaia dal lessico comune e che nessuno riesca più a rintracciarne il significato, neppure su Google, neppure su Wikipedia…

Avessi altre vite, eviterei di distrarmi alle lezioni dei miei professori migliori al liceo: per esempio, non perderei una virgola delle memorabili dissertazioni sui tragici greci del mio professore di latino e greco, coglierei ogni singola sfumatura di Kant ed Hegel e magari, da grande, finirei col fare il filosofo. Se proprio dovessi ritrovarmi con una vita in più, una che quasi ti avanza, potrei persino appassionarmi di matematica. Cosa improbabile, ma chissà.

Passerei tante serate a guardare il cielo di Atene, seduto in qualche taverna alla Plaka, a bere Ouzo, roteando a lungo il koboloi tra le dita e guardando il Partenone svettare lassù, messo lì come a ricordarci chi portò la civiltà nel mondo. Mi ubriacherei respirando l’odore del mare di Cefalonia e socchiuderei gli occhi per non restare abbagliato dai riflessi del sole sul bianco della spiaggia di Myrtos.  Poi scriverei una lettera ai Greci, direi loro di non far debiti e di non fare gli imbecilli come i vicini italiani, lasciando che i loro politici rubino e li mal governino, per poi puntualmente rieleggerli; un’altra la scriverei ai tedeschi, per dir loro che l’austerità va bene ed è giusta in certi periodi, ma non si può mettere il cappio al collo a nessuno, meno che mai a chi ti ha insegnato la filosofia, l’arte, la scultura, la letteratura.

Avessi un’altra vita, imparerei a suonare la chitarra classica. Ma bene, sul serio, fin da ragazzo. Non solo per strimpellare Battisti o Baglioni e sotto sotto sperare (invano) di avere più successo con le ragazze. Imparerei a suonarla sul serio e poi magari andrei a Correggio a citofonare sotto casa di Luciano Ligabue, fino a quando non mi apre, mi ascolta e poi mi fa suonare, almeno una volta, con la band nei suoi concerti.

Avessi un’altra vita a disposizione, mangerei solo frutta, verdura e pasta integrale, sarei magro come un bronzo di Riace e magari diventerei campione olimpico di maratone. O vincerei il Roland Garros e Wibledon e la Coppa Davis. Di sicuro, magro o no, prima o poi finirei col comprare il Palermo per fargli vincere lo scudetto prima e la Champion’s League poi.

Beh, ora che ci penso, questo posso farlo anche in questa vita. Che ci vuole?? Ah si: tanti soldi. Forse quindi è il caso di rimettersi a lavorare. Sul serio. Nella prossima vita, vedremo di organizzarci con un po’ di amici in gamba per abolire il bisogno materiale, la fame nel mondo e le malattie. Specialmente certe malattie, quelle che ti portano via troppo presto le persone più care e più importanti, e ti lasciano solo a chiederti molti perché che non hanno risposta. Gli stronzi no: quelli lasciamoli, possono servire anche loro, ma senza esagerare.

Nella prossima. Tanto, alla fine, che ci piaccia o no va bene così: una non basta, ma una ce n’è e allora tanto vale concentrarsi su questa. E dopo, dopo si vedrà…

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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