È UNA COSA SERIA

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Io amo il calcio. E oggi sono arrabbiato. Di più: indignato. Oggi è accaduto qualcosa di folle. E triste, perché emblematico di un Paese in cui diritto, rispetto delle regole e dignità sono diventati un optional, nel calcio e nella vita. È accaduto che qualche centinaio di cosidetti ultras della Nocerina, squadra campana di terza serie, un tempo la serie C, abbia deciso di ribellarsi ad un’ordinanza del Prefetto, che, per evitare incidenti, impediva loro di recarsi a Salerno ad assistere al derby Salernitana-Nocerina. E come lo hanno fatto, questi “signori”? Minacciando pesantemente i giocatori della loro squadra affinché non scendessero in campo. Oppure che lo facessero in modo fittizio, fingendo infortuni in massa per obbligare l’arbitro a sospendere la partita e quindi di fatto a non far disputare il derby. Cosa puntualmente verificatasi: malgrado le garanzie del Prefetto (ossia colui che rappresenta lo Stato, il garante della legge…), la partita non si è disputata, sospesa dopo un quarto d’ora per “infortuni” a catena dei calciatori della Nocerina.
Dunque, 200 o 300 idioti, violenti e ignoranti, hanno la meglio sullo Stato, sulla legge, su chi voleva regolarmente giocare, sugli spettatori che erano andati allo stadio. Sulla Logica. Era già accaduto qualcosa di molto simile qualche anno fa, quando alcuni personaggi che non chiamo “tifosi” decisero e ottennero che non si giocasse un derby Roma-Lazio.

Eppure il Calcio è, dovrebbe ancora essere, una cosa seria. È LO sport per antonomasia, è IL gioco, è una storia infinita, il racconto di tante storie, dei protagonisti ma anche di noi che lo amiamo: non semplicemente un gioco nel quale undici virgulti in mutande si inseguono leggiadri e più o meno aggraziati, dando calci ad una malcapitata palla, su un prato verde, se va bene; sennò, su campi spelacchiati e polverosi, ma anche -perché no- per strada, come tanti di noi hanno fatto da ragazzini, istantanee di un calcio romantico, forse superato, ma autentico anche quello. Anzi, forse il più autentico e nobile.
Il calcio è una cosa seria. È un popolo intero, in ogni angolo di mondo, dal ricco al morto di fame, da quello che ha tre lauree a quello che non sa manco scrivere, che piange se la sua nazionale perde la finale dei mondiali, oppure, al contrario, si riversa per ogni piazza, strada e vicolo, avvolti di bandiere e con le facce colorate, se “abbiamo vinto”. Il calcio è una straordinaria e fortissima metafora della vita, quella individuale di ogni appassionato, come quella collettiva di una città, di una nazione; così, attraverso flashback legati al calcio, io potrei dire con esattezza dov’ero e cosa facevo l’11 luglio 1982, la sera che il bell’Antonio, al secolo Cabrini, mi fece cadere disperato giù dalla sedia dopo aver calciato malissimo e tirato fuori un rigore, ma soprattutto la sera che la voce emozionata di Nando Martellini urlò tre volte Campioni del Mondo, dando il là alla più grande festa popolare degli ultimi 50 anni in Italia.
A Palermo, che è da sempre città di eccessi, di felicità effimere e disperazioni profonde, appena due mesi dopo gli echi di quella festa, rimbombavano una sera di settembre i colpi di kalashnikov che uccidevano Carlo Alberto Dalla Chiesa, e con lui “la speranza dei palermitani onesti”, come scrisse un anonimo sul muro trafitto dai proiettili. Nella memoria della mia coscienza di bambino allora e di uomo poi, quella estate del 1982 è rimasta legata a quei due fotogrammi di sapore opposto: l’Italia che vince i mondiali di Spagna e il delitto Dalla Chiesa. Uno euforico e dolcissimo, l’altro drammatico e amarissimo. Potrei dire come gioco’ -e perse, 2-3 facendosi rimontare in casa da 2-0 dal Lecce, in serie B- il Palermo la domenica di tanti anni fa, il pomeriggio del giorno in cui mi fidanzai con quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Potrei dire tutto quello che feci, per filo e per segno, durante l’intera giornata del 29 maggio 2004, quando il Palermo tornava in serie A dopo oltre 30 anni, o -viceversa- ricordare l’umiliante spareggio perso con la Battipagliese, con tanto di retrocessione in C2, nel giugno del 1998, proprio la domenica in cui, carico di ansia ed eccitazione, andavo a Roma per due mesi, a fare il corso di inserimento in azienda per il tanto agognato “lavoro” finalmente trovato.

È una sorta di colonna sonora che ti accompagna per una vita, il Calcio, nei momenti belli e quelli brutti; a volte, il sottofondo è festoso, vociante, euforico, altre volte è malinconico, triste, pieno di rimpianti.
Il calcio è una cosa seria anche alle alte sfere, anche tra gli ingranaggi del Potere, se è vero come è vero che a volte certi Governi non sono caduti perché durante i mondiali non possono consumarsi crisi di governo; ma si presta anche a sociologia da bar non disgiunta però da parti di verità, se ancor oggi, specie al Sud, si parla con enfasi di “riscatto sociale” quando la squadra di una città “difficile” vince. Come se un pallone che gonfia la rete annullasse, anche solo per 90 minuti, le indegnità compiute da Cosa Nostra o dai Casalesi o togliesse la munnezza dalle strade o le scorie radioattive dai terreni coltivati.

Il calcio è una cosa seria, per tutto questo e per molto altro e se pure non lo fosse lo diventa proprio per tutto questo; ma è anche una cosa bella. Il calcio può essere anche arte, poesia, armonia sublime, quando si sostanzia in gesti semplici ma epici nella loro semplicità: un volo di Zoff, una scivolata di Maldini, una punizione di Platini o di Zico, uno slalom ubriacante di Maradona, un goal di Campioni veri, in campo e fuori, come Del Piero, o Totti, o Zanetti, ma  anche tanti piccoli e grandi gesti in piccole squadre di categorie minori, fatti non da campioni affermati ma da uomini veri. Per fortuna, per essere uomini veri, non serve essere per forza campioni ricchi di talento calcistico. “Vinci casomai i mondiali” canta Luciano Ligabue in Una vita da mediano, a sublimare la figura di chi non ha avuto in dono dal destino una classe sopraffina ma è stato campione comunque.

Il calcio è una cosa seria e bella, dunque. Andrebbe rispettato. In questa Italia, c’è chi non rispetta la vita, chi viola corpi, chi profana opere d’arte e avvelena la terra e il mare: difficile pensare che rispettino il Calcio. È chiedere troppo pretendere che lo Stato, incapace di garantire il rispetto della legge in così tanti ambiti, sia almeno in grado di garantire che una partita di pallone possa regolarmente giocarsi, a dispetto di violenza e prevaricazione di alcuni?? È chiedere troppo? Evidentemente si

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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