L’AMARO E IL DOLCE (A TAVOLA…)

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…e come ogni anno, il 7 dicembre, nella mia amata, amara, detestata, bellissima, sconvolgente città inizia un rituale tutto suo. Si aprono ufficialmente “le feste”. Embe’, dirà qualcuno, oggi è vigilia di festa dappertutto in Italia, mica solo a Palermo. Nossignore. Qui è diverso. Qui c’è una particolare connotazione godereccia della festa, che peraltro non è limitata alle giornate festive classiche, quelle segnate in rosso sul calendario: no, qui dura praticamente un mese, fino alla Befana. Ogni giorno segna il trionfo, il tripudio, l’estasi ascetica, l’orgasmo compulsivo di odori, colori, sapori, destinati a deliziare il palato, ma anche gli occhi e il naso. E al contempo un attentato dimamitardo a fegato e bilancia. Non ho mai capito perché il siciliano debba far coincidere il concetto stesso di festa, a maggior ragione se religiosa e molto sentita, con messe industriali di libagioni, il cui apporto calorico basterebbe per un anno, invece che per un mese, ma tant’è. Eh si, perché qui non si tratta di cibo tout court: mica si discute di verdurine lesse e petti di pollo. No, dev’essere il cibo “sfizioso”, quello che fa schizzare oltre l’iperuranio i livelli glicemici, quelli di colesterolo, i trigliceridi e tutto quello che -manco a dirlo- avvicina a Dio. Con la piccola postilla che non è un avvicinamento nel senso religioso, come il santo Natale suggerirebbe, bensì in quello del trapasso terreno!

Per essere gradevole, questo tipo di cibo, lo è parecchio, senza dubbio. Sfido anche la persona più inappetente della terra a dire il contrario. Provate ad andare in giro per Palermo, in giornate come questa, ovunque siate; provate a respirare a pieni polmoni: nelle narici vi entreranno effluvi speciali di ogni genere, che rimandano a pietanze dolci e/o salate. Buccellato, sfincione, arancine, cassata, sformati di patate, panelle, pasta con le sarde, cannoli, pasta di mandorla nelle infinite variabili d’utilizzo, e chi più ne ha più ne metta. Mi fermo nell’elencazione perché ho già preso 2 kg solo a scrivere quelle che ho scritto. Ogni cosa fatta secondo una ricetta tradizionale, ma a cui ciascuno aggiunge il proprio personale tocco di creatività, che naturalmente viene presentato con tronfio orgoglio dall’autore, come fosse la scoperta della formula della relatività o la pillola dell’immortalità. Non c’è bar o pasticceria o panificio a Palermo in cui, oggi, non si disquisisca se lo sfincione sia meglio bianco o rosso, se la ricetta “all’antica da’ pasta cu’ furnu” preveda o meno l’aggiunta di uova o altre simili dissertazioni filosofico-esistenziali.

Quel che è certo, è che, alla fine, si tratta di un vero e proprio vile, proditorio, malevolo agguato agli aspiranti (improbabili, in Sicilia!) “virtuosi alimentari”. Ai poveri sfigati che le provano tutte all’inseguimento della chimera salutista, a chi fa calcoli quotidiani sulla quantità di zuccheri e carboidrati, sulla composizione degli alimenti, sul tanto decantato “corretto stile di vita”. I medici o i nutrizionisti che hanno inventato questa definizione di sicuro non saranno stati siciliani. E non devono aver conosciuto certi ben di Dio che le tavole siciliane presentano in questo lungo e pesante (in tutti i sensi…) periodo dell’anno! C’è poco da fare: questa terra è culturalmente e sociologicamente nemica della dieta. E nell’infinito novero delle sue contraddizioni, ha anche quella di essere tanto amara per certi versi, quanto dolce per altri, tra cui -indiscutibilmente- la tavola. Che sia alta cucina o cucina popolare e da strada, che sia di mare o di montagna, che sia dolce o salata, non è opinabile, non è “così se è se vi pare”: è oggettivamente irresistibile! Ed esagerata. Insomma, è siciliana.

E la dieta? Come ha detto un signore stamattina al barista che gli chiedeva conto delle sue recenti e lodevoli intenzioni salutiste: “stasera mi manciu tre tegghie di sfinciuni, e comu veni si cunta. Poi, dal 7 gennaio, si vidi”. Oppure, mi sono permesso di aggiungere io, incontrando il pieno assenso dell’occasionale interlocutore, se ne parla quando ci trasferiamo in Lapponia, qui non è cosa…

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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