VENT’ANNI DOPO, (SEMPRE) DI NOTTE

Vent'anni dopo, di notteNotte in auto, dialogo improbabile tra due vecchi amici. Qualche birra sul vuoto sul cruscotto, finestrini aperti, aria fresca e motore spento.

L. Lo dicevo io anche in tempi non sospetti: gente come noi non avrebbe dovuto sposarsi

G. Ahhhh, allegria stanotte, eh?? Pussa via negatività, lontano de me…

L. Dovevamo capirlo che non era roba per noi

G. Insisti, vedo. Comunque, ti concedo che non sei il primo che me lo dice. E qualcuno già in tempi non sospetti. Ma perché poi…

L. Perché tu eri peggio di me

G. Ma senti questo! Ehi, bello, se sei in crisi esistenziale, se hai la paranoia di mezza età, vedi di non mettere pure me in mezzo, che già ho i miei casini! Per inciso: peggio di te era impossibile

L. Non sto parlando di donne, delle cazzate che facevamo, delle fughe. Tu, ancora più di me, non eri mai nello stesso posto. Volevi tutto quello che avevi, e quello che non avevi anche di più

G. Ho capito, mi vuoi proprio infliggere macigni addosso stanotte… Tiri fuori frasi come se parlassi del drink da bere stasera e di quello che bevevamo allora, che sarà mai?

L. Una volta me lo dicesti tu, vent’anni fa circa, più o meno di notte come adesso e sempre in macchina. Mi lasciasti senza parole parlandomi della noia

G. Della noia?? A 20 anni io la noia non sapevo cosa fosse

L. Si invece. Mi parlasti di qualcosa che aveva a che fare con un buco incolmabile sopra un territorio sconosciuto. Forse fatto di paure, o di dolore. La ricerca di un pieno con cui riempire un perenne vuoto, dove però niente e nessuno è mai largo abbastanza, consistente abbastanza, occupante abbastanza (ripetesti tre volte la parola abbastanza, me lo ricordo come fosse oggi) da riempire quel vuoto; dopo i primi slanci, gli entusiasmi, svanisce improvvisamente la tensione verso quell’altro da se che sembra poter placare quell’ansia e così: avanti il prossimo… Credo che usasti proprio queste parole

G. Minchia, parlavo bene a quei tempi… si vede che non avevo un cazzo da fare nella vita…

L. Non fare il cinico con me, non serve difendersi. A quest’ora della notte i muri si abbassano, il problema è durante il giorno semmai… Ci conosciamo da troppo tempo. I vecchi amici sono specchi. Anche quando lontani, appena si ritrovano vicini si riconoscono. Si riflettono e trovano ciascuno qualcosa di sè nell’altro. A volte qualcosa di sommerso…

G. Senti filosofo, dici “a quest’ora”, ma non è manco mezzanotte, non sono i nostri orari di un tempo. E hai bevuto una sola birra.

L. Non ho più bisogno di alcool o di ispirazione forte, ora. Ora ho la vita che mi ha già mostrato le cose che allora non conoscevamo o su cui ci interrogavamo.

G. Comunque non hai ragione.

L. Sul fatto che non serve più alcool?

G. No. Quello serve sempre, anzi di più. Prima per indovinare il futuro, ora per sopportarne meglio i verdetti…

L. Non eri quello cinico, tu? Non mi hai detto su cosa non avevo ragione.

G. Che non avremmo dovuto sposarci.

L. Sai, da ragazzo pensavo che la vita, in fondo, sarebbe stata come un film di Woody Allen: complessa, contraddittoria, a volte drammatica, ma tutto sommato divertente, a tratti comica.

G. E non lo è?

L. Si. Per chi la guarda da fuori. Sulla poltrona del cinema sgranocchiando pop corn, analizzando il tono della battuta, la faccia dell’attore, l’effetto scenico. E tentando di indovinare il finale, mentre ti esalti, casomai, se il protagonista tira fuori una frase che senti tua in modo quasi doloroso, che ti entra dentro senza incontrare ostacoli. Ma la vita vera non è così. Nella vita vera mi sono convinto, per esempio, di quello che ti dicevo prima, davvero: è meglio non sposarsi. Oggi un mio amico su Facebook ha scritto che il matrimonio è l’impegno a continuare a stare insieme quando non ci si amerà più. Mi sa che è vero.

G. Va così male con Giulia? A guardarvi da fuori non l’avrei mai detto

L. No, non va male. Va come può andare, non mi lamento. Ma mi guardo intorno, vedo gli altri, vedo gli amici, vedo la gente che viene da me in studio a separarsi: io, da avvocato, sono contento, sono clienti e soldi, ma da essere umano sono triste. Facciamo i tentativi di conciliazione e invece di chiarirsi, o almeno di tentare di spiegarsi, finiscono col vomitarsi addosso di tutto… La gente che un giorno si amava non può finire così. Ogni tanto glielo chiedo: scusate, ma com’è potuto accadere che sia andata a finire così? Non mi danno quasi mai una risposta sensata, solo invettive reciproche. E vengono fuori storie di corna, e tradimenti di ogni genere, promesse, forse davvero, come canta il Liga, “oneste ma grosse”. Insomma, una tristezza, te l’ho detto

G. E’ una botta di malinconia, amico mio. E’ tutto ok. Vuol dire che sei sano, sei umano, anche tu ogni tanto sanamente impastato di malinconia, mica vorrai lasciare solo a me questo status perenne…

L. Hai detto che hai i tuoi casini e che sei malinconico. Però che ho torto a dire che non avremmo dovuto sposarci…

G. Si. E guarda che a me non va affatto bene. Sono dilaniato da mille dubbi e quella domanda lì, quella che tu poni ai tuoi clienti me la sono posta anch’io tante volte, sai? Com’è potuto accadere? La mia vita/film di Woody Allen improvvisamente ha smesso di essere quel racconto che pensavo, intelligente, adorabile, a volte amaro ma dal buon sapore di fondo ed è diventato qualcosa che non capisco: com’è potuto accadere?

L. E…??

G. E… niente. Nessuna spiegazione, nessuna ricetta magica, nessuna aspirina da prendere a stomaco pieno ed effetto rapido e garantito. Quello che non sopporti, tra le altre cose, in quei periodi in cui ti sta crollando tutto è la continua oscillazione. Sei un pendolo che passa dal freddo umido di un dolore che non riesce neppure a sfociare in lacrime, al tepore quasi rassicurante delle frasi che ti ripeti in testa e che suonano più o meno: “mah si, dai, è meglio così, finisce un equivoco e si ricomincia, almeno liberi”. Pensi che non sarà la fine del mondo, pensi ai tuoi amici che si sono separati e che, tutto sommato, non sono finiti sotto un treno, né a fare i barboni in qualche stazione della metro; pensi che alcuni hanno potuto finalmente fare quel corso di vela che tanto desideravano e altri hanno finalmente visto i dieci film più interessanti della stagione direttamente al cinema, senza aspettare la pay tv o il dvd a noleggio, spesso da restituire in ritardo e con la beffa del sovrapprezzo da pagare, senza manco aver visto il film. Pensi che il tuo fegato ne guadagnerà, che ci saranno meno nervi tesi come corde un attimo prima di spezzarsi, meno discussioni infinite di cui non hai mai capito il senso, il capo e la coda,  pensi al grande totem di tutti questi anni, che finalmente sarà più realizzabile: i tuoi famigerati spazi. Avrai più spazio per i tuoi spazi. Che meraviglia, i tuoi spazi. Non ti sentirai in colpa e destinato a processo per direttissima per aver solo osato non già chiederli, ma appena appena timidamente desiderarli; avrai i tuoi spazi, si.

L. Ma…

G. Ma li avrai esattamente quando dei tuoi spazi non ti freghera’ più nulla. Esattamente quando sai che ti mancherà persino la noia di certi refrain quotidiani, persino la telefonata ossessiva mentre sei ancora al lavoro, o per strada, o al supermercato o in qualsiasi altro luogo lecito e non trasgressivo, insomma non con Belen in uno chalet sulla neve! Li avrai e sentirai che ti mancheranno le scenate di gelosia, la sensazione di vuoto cosmico, la fitta allo stomaco del non sentirti capito, né accettato, dalla persona che più di ogni altra dovrebbe conoscerti, capirti, accettarti. Penserai a tutte le amiche che avresti voluto conoscere “meglio”, a tutte quelle che “le mando un messaggio, mahsiperchènoforsemegliodino”, penserai all’ebbrezza di innamorarti di nuovo, o almeno, di quel tutto aperto potenziale. Ci penserai. E spesso starai per deciderti, finalmente. E alla parte di te che manifesterà sotto casa della tua anima con cartelli enormi recanti la scritta “FALLIMENTO”, opporrai la contromanifestazione, quella che cercherà di estorcere il consenso convinto della tua anima urlandoti la parola “CORAGGIO”.

L. Quale delle due manifestazioni sarà stata più convincente?

G. Io non lo so. Come dicevamo prima, non è un film con un finale, possibilmente lieto, già scritto. Però so che, comunque vada, non hai ragione tu: ne è valsa la pena. Smettere a un certo punto di svolazzare e tentare, almeno tentare, di dare un senso a ciò che pensavamo di essere, o avremmo voluto diventare. Non sposarsi, non investire in una relazione stabile, sarebbe stata una non scelta. Che comunque non avrebbe prolungato quel periodo della nostra vita, my friend. Non avremmo avuto più vent’anni anche da single impenitenti, lo sai anche tu. Se alla fine andrà male, pazienza. Avrò fatto i miei sogni di qualcosa d’eterno, avrò tentato di costruire un palazzo, se non bellissimo almeno decente, capace di resistere al tempo e avrò perso, come si perdono tante battaglie nella vita. Ma ci avrò provato. Perciò ti dico: comunque vada, non hai ragione tu…

L. E la malinconia?

G. Quella te la puoi tenere, è una compagna fedele, ogni tanto va via ma poi torna sempre, tranquillo…

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

Annunci

9 pensieri su “VENT’ANNI DOPO, (SEMPRE) DI NOTTE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...