SONO SEMPRE I SOGNI A DARE FORMA AL MONDO

Ligabue - Teatro Massimo PalermoLe strane alchimie degli artisti. Quelli che hanno un canale di comunicazione privilegiato, che va oltre la sfera razionale. Quelli che realizzano il miracolo dell’incontro, in cui milioni di persone lontane si riconoscono, come per incanto, in quello che dice, scrive, canta, suona, dipinge, recita un artista.

A me accade con Luciano Ligabue, da quel lontano e caldo pomeriggio di luglio del 1993, quando lo vidi e sentii suonare per la prima volta dal vivo allo stadio San Paolo di Napoli, prima del concerto degli U2. Lo conoscevo poco, fino a quel momento, ma lì avvertii una energia speciale. Incuriosito, iniziai a seguirlo e da allora partì un filo emotivo non spiegabile razionalmente, che non si sarebbe più interrotto. Fino a quest’ultimo album, Mondovisione. Ancora un grande disco, a parere del sottoscritto, molto bello sul piano del suono e della musicalità, e forse il suo disco più maturo e completo per testi e contenuti. In cui, ancora una volta, un uomo così distante da me, per provenienza geografica, per formazione culturale, per età e vissuto individuale, dice delle cose che “bucano” immediatamente i muri e arrivano dentro. Sullo sfondo, sempre presente in  Ligabue, di un infinita, viscerale, intensa passione per la vita e l’ansia di esorcizzare la morte, il tempo che passa, la crisi che non è solo economica o sociale. Insomma, canzoni che sembra ti conoscano bene, che parlino proprio di te.

Non è un caso che parli di “filo emotivo”: non mi interessa qui fare una recensione in senso critico dell’artista Ligabue o del suo ultimo album. Intanto perché sono un appassionato di musica, ma non un addetto ai lavori o un critico musicale; ma soprattutto perché, come per tutti gli artisti e per lui in particolare, è l’aspetto emozionale, secondo me, la chiave che spiega l’affetto di milioni di suoi estimatori, quello che va oltre la musica, le parole, il sound ed ogni altro elemento tecnico, per quanto importante, del lavoro di un cantante. Per me, almeno, è sicuramente così e in questo mio blog, in cui tento di raccontare le mie “cosedentroefuori”, un tributo ad uno dei miei riferimenti artistici preferiti in assoluto è dovuto. Per inciso, è difficile dare di Ligabue una sola definizione, dato che, come noto, ha diretto films e videoclip, ha scritto romanzi, raccolte di racconti e financo poesie, insomma, ha esplorato molti campi della comunicazione artistica. Quello che lo connota di più rimane tuttavia l’universo musicale in senso stretto, quello legato alla modalità espressiva della c.d. “forma canzone”. Insomma, lo dice lui stesso che si sente prima di tutto un cantante, un motivo ci sarà…

E dunque, eccolo di nuovo qua, il Liga, con la sua nuova opera. Attesa da oltre tre anni, non proprio da me soltanto o da un consesso d’elite, di quelli radical ed esclusivi: siamo appena alcuni milioni ad amare questa rockstar atipica, senza aria da maledetto tutto droga ed eccessi, ma piuttosto da uomo vero, “normale”. Eccezionale ma normale. Uno che riesce ad essere “popolare” senza scadere nel banale e senza svendere la sua autenticità. Seguito da milioni di persone molto diverse, figlie di generazioni diverse; quelle dei padri e degli zii, quelli che hanno vissuto gli anni ’70 e le atmosfere di Radiofreccia (primo film cult di Ligabue regista), quelle che i dischi erano in vinile, il telefono solo il fisso di casa. E poi quelle dei figli e dei ragazzi, i c.d. “nativi digitali”, quelli di Facebook e Twitter, quelli che in pensione sanno che non ci andranno e che casomai prima bisognerebbe trovare un lavoro. Le generazioni che la contestazione non la fa più attraverso la Politica, ma contro i Politici. Gente molto diversa, insomma, per contesto sociale e cultura di riferimento. Ma gente che quel “buco dentro” di cui parla Freccia, nel famoso monologo del primo film del Liga, comunque lo conosce bene. “Credo che ci sia qualcosa chiusa a chiave, e che ogni verità può fare bene o fare male” dice una vecchia canzone non molto conosciuta, ma tra le più belle, specie nella versione semi-acustica, Almeno Credo. Il malessere di vivere, la difficoltà, la rabbia, talvolta la disperazione che ti farebbe “urlare contro il cielo”, la malinconia e un’insoddisfazione strisciante: c’è tutto questo nelle parole, scritte e/o cantate di Luciano Ligabue da Correggio; ma poi c’è anche la passione, la determinazione, il sentimento, i sogni, la speranza, insomma, il rock, rock all’italiana, fatto di sangue nelle vene che scorre. E che senti in modo così chiaro e forte che non hai nemmeno un dubbio che si tratti di finzione o marketing: è il Liga, uno vero, appunto.

Prima di ascoltare il nuovo album, ci si poteva pure chiedere: in tre anni e mezzo dal precedente disco di inediti, Ligabue sarà cambiato? Magari, come si dice nello sport, un po’ di pancia piena, tanto successo, tanti soldi, ci starebbe anche vivere di rendita, qualche canzonetta commerciale e sei a posto. In fondo, cosa ne può sapere, cosa ne può capire uno dello Star System come lui della crisi? Invece no. E’ sempre lui. Bastano le prime strofe, al primo ascolto: Per sempre. Canta del padre, che non c’è più, e di ricordi del suo percorso personale rimasti impressi. Un groppo alla gola e le emozioni più sopite che mi affiorano dagli abissi dell’anima. Cosa sarà mai portarvi dentro solo tutto il tempo? Senti 40 secondi di canzone e già lo sai con sicurezza: niente rendite, niente pancia piena. È sempre lui, Ligabue. Molti capelli neri in meno e molti bianchi in più, a certificare che anche per lui il tempo passa, malgrado la Musa degli Artisti, nell’immaginario di chi li ama, li renda soggetti svincolati dalle banali leggi del tempo che, sugli altri, sui comuni mortali, lascia in genere segni evidenti. Più maturità, più spigliatezza nel cavalcare anche le proprie ombre, le proprie paure, la figura di Dio, la parola “morte” che ricorre più volte e più spesso, peraltro, nelle canzoni più vivaci sul piano ritmico, quelle più “rock”. La rabbia mai cieca ma lucida, per quelle “risate nel tunnel degli orrori”, e insieme, una vena intimistica e personale più marcata che in altri suoi album, dove pure era sempre presente. Il tempo che passa, visto senza edulcorare, senza esorcizzare ansie e timori, senza rinnegare rimpianti e rimorsi. “Conosco le certezze dello specchio e il fatto che da quelle non si scappa, e ogni giorno mi è più chiaro che quelle rughe sono solo i tentativi che non ho mai fatto. Siamo chi siamo”. Oppure, ancora il tema del tempo nella delicatezza della canzone forse più dolce del disco, La Neve se ne frega:  “io ti guardo negli occhi e vedo lontano il tempo che ho perso, parlami davvero dentro questo gelo, sentimi davvero che non fa più buio…”

Tra le altre doti, Luciano Ligabue ha una straordinaria capacità compositiva, che si ritrova anche nei libri e nelle poesie: riesce ad esprimere immagini intense, a rimandare a concetti o emozioni in poche parole. Come quando esplora il vissuto di esperienze collettive forti, come il terremoto nella sua Emilia, colto con grande tenerezza nell’incipit della canzone: “La terra trema, amore mio, i figli van tenuti in braccio”, o nella canzone Ciò che rimane di noi, in cui canta “quando sai com’è l’abisso non sei più lo stesso, sai solo andare avanti per come sei adesso. Però alla fine di questo dolore sarà per sempre alla luce del sole ciò che rimane di noi, cosa rimane di noi”.

Ma è alla fine, nell’ultima canzone del disco, che si trova il manifesto forse più fedele dell’universo artistico e umano di Ligabue: Sono sempre i sogni a fare la realtà. Se siete in un periodo in cui considerate più o meno seriamente di approcciare la vita da “adulti”, di smetterla con i panni, ormai consunti anche se resistenti, dei sognatori, allora forse dovete ascoltare questa canzone. E pensare, per parafrasare Jim Morrison, che a volte le note di una canzone arrivano lì e ti fanno andare in una direzione, proprio mentre stavi progettando tutt’altro.

E’ proprio vero, le canzoni a volte sono più sincere di quanto tu sia con te stesso. E lo “zio” Luciano, come molti fans chiamano Luciano Ligabue, ha ragione ancora una volta. I dubbi esistenziali non li risolvi spacciandoli per certezze. Li accetti. E ci convivi, perché, alla fine, Siamo come siamo, tanto per citare un’altra canzone di Mondovisione. E se sei fondamentalmente un sognatore, perchè dovresti cambiare?

“Io non lo so quanto tempo abbiamo, quanto ne rimane. Io non lo so chi c’è dall’altra parte, non lo so per certo se ogni nuvola è diversa, so che nessuna è come te. Io non lo so se è così sottile il filo che ci tiene, io non lo so che cosa manca ancora. Io non lo so se sono dentro o fuori, se mi metto in pari, so che ogni lacrima è diversa, so che nessuna è come te. Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, sono sempre i sogni a fare la realtà”.

Bentornato Ligabue. In un’Italia sempre più difficile, una delle poche certezze rimaste. Una bella responsabilità, eh Luciano?

https://www.youtube.com/watch?v=TJCzCE3VT8Y&feature=youtube_gdata_player

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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