LA MIA GENERAZIONE E LE DOMANDE DEI BAMBINI

Le domande dei bambiniIn macchina, un pomeriggio qualunque, a Palermo, traffico fitto (si sa che da queste parti la “piaga” è il TRAFFICO…), domanda improvvisa delle mie bambine: “ci spieghi meglio la storia di quei due signori di cui ci hai parlato, Falcone e Borsellino”? Penso di cavarmela col minimo indispensabile che serve per due bambine di neppure 7 anni. Manco per idea. Mi incalzano con domande a raffica che a un certo punto mi sento un testimone reticente in un processo: come sono morti? Perché queste persone cattive lo hanno fatto? Dove hanno messe le bombe, come le hanno costruite? Cos’è la mafia? Ma quindi questi qui, gli assassini, i mafiosi, potrebbero mettere delle bombe sotto casa della nonna? E così via. Sembra facile, per chi è nato a Palermo e la mafia la respira nell’aria da sempre, spiegare certe cose ad un bambino. Ma non lo è affatto. Perche da bravo padre moderno vuoi dire la verità, purtroppo tragica, delle cose, ma d’altra parte non puoi rischiare di mettere paure o traumi nel loro immaginario. E poi per un attimo ti fermi e te lo chiedi anche tu: cos’è la mafia? Tanti anni fa lo chiedevo anch’io a mio padre. Perché questa cazzo di domanda si tramanda di padre in figlio, con l’aggiunta, da una generazione all’altra, di nuovi eroi (morti ammazzati)? Ma perché i bambini in Svezia o in Canada non sono costretti a fare queste domande e in Sicilia si?

Quelli della mia generazione, cresciuti nella Sicilia degli Anni ’80 e ’90, hanno vissuto, giorno dopo giorno fin da bambini, la scoperta tragica di cosa fosse la mafia. L’hanno respirata nell’aria, ne hanno visto le manifestazioni più plateali, color rosso sangue, e quelle più sotterranee, meno evidenti, quelle che si sedimentano nella coscienza di un popolo. Senza avere mai la sensazione nitida che l’avremmo vista definitivamente sconfitta.

Poi siamo diventati padri, e madri. E vogliamo ad ogni costo che a loro, ai nostri figli, arrivi quello che Paolo Borsellino chiamava il fresco profumo della libertà. Vogliamo che abbiano la nostra memoria storica, anche senza avere vissuto la nostra storia, che abbiano quasi la memoria della nostra rabbia. Raccontiamo loro dei nostri eroi civili, di chi si è ribellato alla prepotenza e alla violenza ed ha pagato con la vita, di chi ha indicato a un popolo abituato da sempre a sopportare, a convivere e a tacere, che un’altra via era possibile, che un altro mondo era possibile. O forse no, che sarebbe stato possibile, magari, in futuro, ma in quel tempo no, non ancora.

Quelli della mia generazione hanno bene impresso, in particolare, un periodo di circa dieci anni, compreso tra due estati: l’estate del 1982 e quella del 1992. Dagli omicidi La Torre e Dalla Chiesa, fino alle stragi  di Falcone e Borsellino. Dieci anni in cui gli occhi di un bambino prima, un ragazzino e un giovane poi, vedevano cadere uno dopo l’altro Magistrati, Poliziotti, Carabinieri, Giudici ragazzini, in una sequenza irregolare e drammatica, con una frase scolpita nella mente, letta la prima volta nel settembre del 1982, ma poi idealmente riproponibile ad ogni nuovo omicidio: “qui muore la speranza dei palermitani onesti”.  Una mano anonima aveva lasciato questa scritta sul muro crivellato dai proiettili dei Kalashnikov che uccisero Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie e l’agente che lo seguiva.

In verità, la speranza è stata gravemente ferita tante volte, ma non è morta. Ci abbiamo creduto sempre, e oggi ancora di più, soprattutto perché vogliamo per i nostri figli, almeno per loro, una realtà diversa, senza mafia, senza ndrangheta né camorra. Per questo, ciascuno a suo modo, quelli della mia generazione fanno un po’ tutti quello che fa Pif nel bellissimo finale del suo emozionante film La mafia uccide solo d’estate (da cui è tratta la foto che accompagna questo pezzo): raccontano, mostrano luoghi speciali, tentano di infondere valori, cercando di coniugare la brutalità dei fatti narrati con la dolcezza che l’età, e la tenerezza, dei nostri bambini richiede. Noi non abbiamo visto la mafia finire, loro dovranno vederla. Forse non sarà nel 2014, e neppure l’anno dopo; però, è così che voglio salutare un anno che finisce ed uno che arriva: nel segno della ribellione ad ogni forma di prepotenza, ad ogni mafia, sotto ogni latitudine. Buon anno a tutti, a noi e ai bambini di oggi che saranno gli uomini e le donne di domani. E che i bambini di Sicilia, di Calabria, di Campania e di qualsiasi altra parte d’Italia, domani, non debbano mai più porsi domande diverse dai bambini di Svezia o del Canada.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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3 pensieri su “LA MIA GENERAZIONE E LE DOMANDE DEI BAMBINI

  1. Se noi adulti agissimo in modo da poter dare sempre ai bambini risposte chiare, saremmo veri adulti; l’adulto è colui che può andare a testa alta e non deve vergognarsi di fronte ai propri figli, non deve deludere la loro sete innata di giustizia raccontando che non c’è stata giustizia per quei morti, che il problema c’è ancora perchè nessuno è stato in grado (peggio ancora:nessuno ha voluto!) risolverlo.
    Ecco, io credo che il giorno in cui l’umanità (e soprattutto noi italiani) non dovremo più dare certe sconcertanti risposte ai nostri figli, avremo conquistato un livello più alto di civiltà…

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