LE IMMERSIONI IMPOSSIBILI

Le immersioni impossibili18 anni fa, una notte di gennaio. Cosa accade in 18 anni quando cosciamente o inconsciamente per molto tempo ti rifiuti di prendere contatto col tuo dolore? Con quello che gli psicologi chiamano “elaborare il lutto”? Sono queste le cosidette rimozioni? Non lo so. Forse sono incursioni negli abissi, sotterramenti. Non per cancellare, solo per lasciare lì, custodire gelosamente. Fottere la morte, non dargliela vinta al cancro, accettare la cosa ma in verità rifiutarla. Narcotizzare il dolore. E poi improvvise riemersioni, ciclicamente, per tutti questi anni.

Oh si, lo so bene, l’ho capito oramai: l’elaborazione della perdita non avviene mai in modo indolore. Pensi di avere capito tutto, di avere provato tutto, di sapere convivere col boato frastornante del silenzio di quella voce, con la presenza ingombrante di un’assenza così pervasiva. Pensi che hai cominciato subito, quella mattina del giorno della Befana, insonne da giorni, in giro come un automa a cercare un messo di Dio, un sacerdote, che accettasse di svolgere l’ultimo saluto in un giorno di festa. Ne faresti anche a meno, ma è necessario. Di altre spiegazioni, che avrei preteso da Dio, non ne chiedevo già più da tempo. Vagavo come un alieno, tra le prime luci dell’alba, in uno stato di allucinazione lucida, tra una sacrestia e l’altra, parlando con preti assonnati. Spiegando che serviva un funerale, subito. E che Dio non poteva negarlo solo perché l’indomani era l’Epifania. Ero lucido, forse il solo, tra tutti quelli intorno a me, ad esserlo  in quei frangenti. Mi chiedevo perché non provassi dolore, né stanchezza, né lacrime, malgrado ci fossero tutti i motivi e le condizioni per averne in abbondanza, di dolore, stanchezza e lacrime. Probabilmente, avevo già iniziato la mia prima fuga, la prima rimozione.

Negli anni, mi sono ritrovato a rimuovere, eludere, persino le domande discrete, delicate, di chi mi stava accanto. Non è facile maneggiare un materiale così sensibile per chi vuole capire, non per vana curiosità ma per affetto. Perché sa che conoscerti a fondo passa necessariamente da quel terreno delicato. Ma da me niente, poche parole, tirate con le pinze. Persino l’assenza dai sogni. In alcuni periodi lo desideravo intensamente, ma non la sognavo, mi chiedevo perchè.

E poi vai avanti, la vita di tutti i giorni, le battaglie, le conquiste, le delusioni, le gioie. Le cose per cui ti spacca il cuore non tanto l’assenza in quanto tale, o non solamente quella: quanto il fatto che vorresti condividere e non puoi. La laurea si, per quella ce l’ho fatta, l’abbiamo condivisa, mi ha aspettato, io come sempre un po’ in ritardo, anche in questo, con quelle ultime materie che non ne volevano sentire di fissarsi in testa. Tirava la vita con le unghia, con l’affanno dell’ultimo traguardo da tagliare assolutamente. E lo abbiamo tagliato, insieme. E poi il lavoro, i viaggi, le cose che imparo e che scopro, le passioni, la donna di cui mi innamoro e che vorrei conoscesse: le piacerebbe. Forse, a pensarci molti anni dopo, ricreo modelli, carico la mia donna persino di un compito troppo gravoso, somigliarle. Non è così, non può essere così, come è giusto.

Quelle lacrime interminabili nel giorno del fatidico si: io così baldanzoso, sicuro di gestire le emozioni, i fiori, la chiesa, noi, splendidi, io e la mia sposa, accompagnata all’altare da suo padre. E gli altri familiari, miei e suoi. Non mi soffermo sull’assenza più “presente”, non mi scalfisce, lì per lì, lo so bene come stanno le cose. Ma dopo parte la funzione, il celebrante parla di lei, tocca corde che non sospettavo neppure celassero un fiume in piena. Ma il fiume in piena c’è, si scatena, esonda, non riesco neppure a capire cosa stia succedendo. Le riemersioni impetuose di immersioni impossibili mi presentano il primo conto. I conti si pagano sempre, avrò modo di impararlo in seguito, anche quelli per debiti che non hai mai contratto, che non hai chiesto, che non hai voluto.

Intanto, la vita va avanti. E’ il corso naturale, te l’hanno detto, te lo sei detto. Si perdono persone care, parti di noi, anche le più care, ma si va avanti, semplicemente perché altra via non c’è. Arrivano altre gioie, altri dolori, imprevisti, incidenti, perdite; nei momenti bui, ti manca più che mai. Ma anche in quelli più belli, quando scopri che non solo il dolore, anche la gioia scava solchi profondi nell’anima, solo, di sapore opposto. Il perfetto contrappasso: da una parte, la morte, la perdita di chi ti ha generato; dall’altra, la vita, la nascita di chi da te è stato generato. E vorresti che gli uni e gli altri fossero vicini. Vorresti semplicemente riavvolgere il nastro, cambiarne un pezzo, pigiare sul tasto “Riavvia” e poi poter dire: ciao mamma, ti presento le mie figlie. Lo sai che è così, lo hai sempre saputo, fin da subito; una volta, durante uno dei tanti “viaggi della speranza”, in terra di Germania, glielo hai anche detto, che non l’avresti mai dimenticata, mai, fingendo di fare un discorso generale e non quello ad una persona dal destino segnato. C’è una specie di “aspetto positivo” a sapere in anticipo che perderai, in un tempo breve o medio, una persona cara: puoi dirle tutto quello che prima, forse, non le hai mai detto. Senza lasciarti imbrigliare dal pudore o dalla timidezza, sapendo che tutto quello che ti sarai tenuto dentro, nascosto, alla fine sarà sprecato. Puoi fare il pieno di ogni parola, di ogni sguardo, puoi illuderti di immagazzinare dentro tutto per sempre, come una foto stampata nell’anima, chiedendoti, come nella canzone di Ligabue, “Che sarà mai tenerti dentro solo tutto il tempo, per sempre?”

Di contro, c’è anche il lato negativo: intanto, il dolore della perdita dilatato in modo quasi innaturale per un tempo indeterminato, in uno stillicidio tremendo; poi, il fatto che hai avuto troppo tempo per “prepararti” e quando accade è come se avessi già visto tutto, salvo renderti conto che il film non è mai lo stesso. E’ sempre un altro film. Ma dopo averci pensato a lungo, tendi a considerare quel momento come un punto di arrivo, un epilogo in tutti i sensi. In realtà, dal punto di vista dell’elaborazione della perdita, della vera perdita, prima solo paventata e temuta, è solo l’inizio.

Gli anni passano, pensi che stai imparando ad accettare la situazione. Senti la mancanza sempre, certo, ma forse hai “elaborato”. Poi, all’improvviso, inciampi su un sassolino. E capisci che la valanga è sempre lì, dietro l’angolo. L’incontro con un amico che non vedi da un po’. Qualcuno mi aveva detto che non sta bene, non so i dettagli, mi ero ripromesso di informarmi, di andare a trovarlo. Poi, come accade spesso, passano i giorni, le settimane, i mesi, hai rinviato e alla fine non hai fatto quello che pensavi di fare. A qualcuno succede pure con la vita, gli scorre davanti e si è distratto, ha rinviato, ci ha pensato tardi.

Così, ti capita per caso quel saluto sfuggente, un sorriso un po’ forzato. Non il solito squarcio solare e cordiale al grigiore quotidiano con cui in genere Giuseppe si rivolge al mondo. Mi torna in mente l’informazione frammentaria avuta, sento un retrogusto sgradevole salirmi da dentro, mi risuona la nota che non fa mai piacere sentire. La malattia. Quel sostantivo di sei lettere che negli ultimi tempi non posso neanche sentire, come se la sola parola sollevasse il coperchio ad una pentola di ansie, ricordi, mostri a più teste negli incubi di un bambino. Abbozzo le solite frasi. Non sono falso, mi interessa davvero il suo stato di salute, ma rifuggo da qualcosa, c’è una sirena silenziosa e semi invisibile che mi lampeggia da qualche parte dentro. Ancora e sempre quelle radici lontane, quella lacrima mai pianta del tutto e mai asciugata. Adesso, quel viso rinsecchito, quelle spalle appena percettibilmente ricurve, quel sorriso che si sforza di essere uguale a se stesso, quel cappellino a coprire capelli divenuti radi, aprono una crepa nascosta sotto i miei piedi. Mi risucchiano. Si attivano sinapsi nascoste, connessioni con tempi lontani e mai superati. Quando quella sofferenza oscillava sulla mia testa e quei pesi sulle mie spalle. Ho capito presto cos’è la sofferenza di un viaggio senza ritorno nella malattia. Le speranze, le illusioni, le parole ascoltate e dette a metà, con la scusa di proteggere lei dalle ferite della Verità. Quando poi eravamo noi a non volerla sentire quella verità, a conoscerla ma non sentirla. Anestetizzati. Dall’idea che la monetina del Destino, stavolta, sarebbe caduta dalla parte giusta e il finale sarebbe stato diverso dagli altri. Non il solito scontato, stucchevole, tragico, ineluttabile finale, ma una storia diversa, un finale a sorpresa. E quando invece non succede, quando il finale è il solito, quando cala il sipario su anni di lotte dall’esito segnato ma che hai combattuto con tutte le forze che avevi e pure con quelle che non avevi, allora si resta soli, ognuno con le sue reazioni. Con la sua partita da giocare, quella del dopo, quella di chi rimane e deve fare i conti, irrisolvibili, con l’assenza di chi non c’è più. Con un’unica certezza: chi abbiamo amato profondamente dentro di noi non muore mai. Il goal della bandiera nella partita che tutti, prima o poi, perdiamo senza scampo, la unica piccola beffa che possiamo fare alla morte. Almeno, un gran bel goal.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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