MAI PIU’

Mai più– Sarà certamente un dibattito molto interessante. Ma io non vengo”.

– Perché?”

– Sono stanca di parole al vento. Però tu fai bene ad andare, davvero. Tu resisti ancora con la stessa forza, non cambiare.

E’ domenica pomeriggio, leggo lo scambio di sms con una cara amica e rimango un po’ così, basito. Avrà ragione lei? L’ennesimo convegno su mafia e antimafia? Ne ho visti tanti, sul tema, di incontri, dibattiti, tavole rotonde, manifestazioni, nell’ultimo quarto di secolo. Chi nasce in Sicilia ha quasi un diritto/obbligo connaturato alla nascita: sa che sopra la sua testa, praticamente da subito, voleranno negli anni milioni di frasi fatte sul clima e sul mare; e subito dopo, miliardi di parole sulla mafia e, per stretta connessione, sull’antimafia.  Ma devo andare. Succedono troppe cose strane negli ultimi mesi, aleggia nell’aria un clima pesante. No, le minacce a Nino Di Matteo, a Teresa Principato, a Nico Gozzo e agli altri Magistrati delle Procure di Palermo, di Trapani, di Caltanissetta non sono un dejavu: ai tempi di Falcone e Borsellino, e prima ancora di Chinnici e di Dalla Chiesa, c’era minore conoscenza, minore consapevolezza “sociale”. Oggi, certi messaggi devono passare per vie traverse, c’è qualcosa di diverso, di più sotterraneo, qualcosa che non saprei definire. Devo andare, esserci per capire, esserci per testimoniare la presenza di cittadino.

E’ una domenica pomeriggio di gennaio, forse saremo in pochi, forse la gente sarà al cinema, o nei negozi per gli sconti, o a casa a non pensare a nulla. Invece arrivo al Golden e trovo un teatro stracolmo. Famiglie, bambini, uomini coi capelli bianchi, ragazzi che nel ’92 neppure erano nati, 40enni oggi che erano ragazzi allora. E che in questi anni, spesso, hanno avuto la malinconica sensazione che lentamente si stava spegnendo il sacro furore che attraversò l’intera società civile palermitana e nazionale dopo le stragi dei primi anni ’90. Io sono tra questi.

Osservo le facce, molte le conosco. Magari solo di vista, per esserci incrociati in tante altre occasioni simili, senza avere scambiato una parola, oppure perché sono amici su Facebook e pur senza frequentarli nella vita reale so come la pensano su certe cose. Alcuni erano i “nemici” politici di un tempo, quando ancora “destra” e “sinistra” erano parole che accendevano gli animi e rimandavano ad un luogo immaginario ben preciso, fatto di visioni del mondo, della società, di modelli. O stavi di qua o stavi di là e se stavi di là ci stavi per tutto, pure per l’antimafia. Oggi, almeno per me, è rimasto solo il fronte antimafia, quello legalitario, non quell’altro. Oggi, la passione è per i Giusti, per chi sta dalla parte di chi è contro la prepotenza, la prevaricazione, la violenza, il pizzo, le bombe, ma anche contro la speculazione, la finanza selvaggia, lo stupro del paesaggio, i veleni sotto terra. Oggi, è questo il punto che divide, quello che fa la differenza. Il resto mi interessa poco. A quanto pare, non solo a me: entro nel teatro stracolmo e noto una bella trasversalità: singoli cittadini, associazioni, movimenti, persone con una formazione e una storia personale di destra, altre di sinistra, altre ancora che hanno lasciato una parte o l’altra e hanno abbracciato la via del 5 stelle o quelli della protesta “dura”. Quelli che sono “anti” a prescindere, quelli per cui tutto è “casta”. Persino quelli, tra i più incazzati, che hanno aspettato anni pazientemente la loro parte di briciole, un posticino, una raccomandazione, un incarico semestrale e invece quando è arrivato il loro turno hanno trovato una porta chiusa con su la scritta “tutto esaurito, ci scusiamo per l’inconveniente”. Non lo so se di quest’ultimo tipo ce ne fossero al Golden, ma di sicuro in giro, soprattutto sui social network, ce ne sono diversi.

Mentre cerco posto, sento partire un applauso. Cresce di intensità rapidamente, diventa un uragano di battiti di mano, di voci, di acclamazioni. Non capisco cosa stia accadendo, ma poi scorgo tra un nugolo di agenti di scorta la figura di Nino Di Matteo. Mi sembra emozionato, quasi imbarazzato da tanto affetto e da tanto entusiasmo. Mi sembra un uomo, per certi versi, persino travolto da un’onda più grande di lui. In fondo, al pari dei suoi colleghi,  sta facendo semplicemente il suo dovere. Indaga, cerca la Verità, istruisce un processo, lo porta avanti. Non è certo colpa sua se molti cittadini non credono più alla politica, alle istituzioni, allo Stato (lo Stato??), ma hanno bisogno di qualcosa e qualcuno in cui credere. Ed ecco allora che ci sono loro, sovraccaricati pure di questo tipo di responsabilità, i Magistrati in trincea, quelli che cercano di andare avanti a dispetto di tutto e tutti, dei silenzi assordanti, delle difficoltà. Ostacoli quasi inevitabili, in inchieste e processi che cercano la Verità, anche scavando dentro “l’indicibile”, nel ventre molle di un pezzo di quello Stato che pure i Magistrati rappresentano. Vedo Nino Di Matteo travolto dall’affetto della folla, di noi palermitani “onesti” e mi sembra, in fondo, solo un uomo. Non un uomo solo, questo no:  siamo lì, tutti quanti, per evitare che accada, che lui e gli altri come lui si sentano soli, una cosa che successe già venti e trenta anni fa e non deve accadere mai più. Ma rimane -dicevo- solo un uomo che tenta di fare il suo dovere in un intreccio diabolico, in un “gioco grande”, come usava dire Giovanni Falcone, e si ritrova, suo malgrado, a rappresentare l’ultimo baluardo, l’ultimo avamposto di credibilità che lo Stato, specie da queste parti, si è messo d’impegno, in tanti anni, per fare a pezzi. Riuscendoci ampiamente.

Ripenso a quelli che, in buona fede (agli altri, a quelli in malafede, non vale manco la pena di pensare), più o meno esplicitamente pongono  “l’antimafia come la vera questione, non più la mafia”. Quelli che, alcuni da tecnici del diritto, pensano che la posta in palio sia solo procedurale, se un processo sia o meno formalmente ineccepibile, se ci siano davvero o meno prove certe e concordanti. Insomma, le solite vecchie storie sui “professionisti dell’antimafia”.

Invece no. Qui è una questione di emozioni, di pancia prima che di testa. Qui il tema, che emerge ogni volta fortissimamente, è la Ricerca della Verità, il Diritto alla Verità, il bisogno disperato della Verità. Quel bisogno che parte dalle parole accorate e rotte dal pianto della vedova Schifani in San Domenico al funerale di Falcone e le altre vittime della strage di Capaci, passa dalla quasi insurrezione popolare alla Cattedrale di Palermo, durante le esequie della scorta di Paolo Borsellino, si sposta al dolore e alla rabbia composta dei familiari delle vittime delle bombe del ’93 nel Centro-Nord e arriva fino ai giorni nostri, attraversando vent’anni di indagini sbagliate, di depistaggi, di silenzi, di parole -quelle si- al vento. E quella verità che, come ha detto in modo sacrosanto Vittorio Teresi, non può limitarsi ad essere quella processuale: c’è una verità storica, sociologica, culturale, politica, che va cercata sempre, a prescindere da quello che accade nelle aule dei tribunali.

Basta vederli da vicino, guardarli negli occhi, questi Magistrati di Palermo che conducono il processo sulla Trattativa: un paio sono giovani, ma proprio giovani, sembrano dei ragazzi, anche loro emozionati. E’ folle guardarli e poi liquidare il processo sulla c.d. Trattativa come una sorta di passerella mediatica per alcuni di loro, come se fossero soggetti un po’ egocentrici che amano stare al centro della ribalta, pazienza se a costo di passare dalle minacce cruente del criminale più sanguinario e stragista della storia repubblicana, o da strane “visite” domiciliari, o dalla continua eco di voci opache, in uno sottofondo torbido, che parlano di tritolo arrivato in città in loro “onore”. E’ folle, ma anche aberrante, dire che quelle oggetto del processo sulla Trattativa sono faccende vecchie di oltre 20anni di cui, oggi, ci dovrebbe importare poco. Invece, ci importa, eccome. Infatti, un altro uragano di applausi ha travolto il Procuratore di Corte d’Appello Roberto Scarpinato, quando a chiusura del suo intervento, ha detto: “noi Magistrati di Palermo non ci fermeremo mai nella ricerca della Verità, costi quel che costi”.

Ho visto gente commossa. Una ragazza accanto a me piangeva, avrà avuto 18-20 anni, non di più. Lei non li ha visti i corpi massacrati in via d’Amelio, non l’ha vista l’autostrada distrutta a Capaci, non ha visto i segni dei kalashnikov sui muri in via Carini, dove fu ucciso Dalla Chiesa. Non ha visto Caponnetto dire, tra le lacrime: è finito tutto. Non ha visto, però si commuove perché sa. Sa che tutto questo non deve accadere mai più. Al di là dei processi, delle minacce, delle pantomime talora vergognose di istituzioni latitanti, non deve accadere mai più che si avverta l’indifferenza omertosa di un tempo, di chi diceva che la mafia non esiste, di chi insinuava che Falcone il fallito attentato dell’Addaura se lo era fatto da solo, di chi si voltava dall’altro lato e li lasciava soli. Mai più

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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