FEMMINE, UMANOIDI REGREDITI E ARCHETIPI

Archetipo FemminileOggi avevo voglia di scrivere di tutt’altro. Ma poi ho letto una notizia che mi tocca due volte: una, perché si riferisce ad un fatto accaduto, ahimè, alle porte di Palermo; l’altra, perché riguarda la metà preferita del cielo, a me molto cara: le donne. Anzi, per usare le stesse parole che ha usato il cerebroleso protagonista della vicenda, le “femmine”.

A Capaci, un 27enne, al culmine di una lite ha detto alla sua ragazza di 20 anni: “tu sei femmina, devi soccombere, ti devo insegnare io l’educazione, tu non sei niente, devi portare rispetto”. Ed ancora: “Tutti gli schiaffi che non ti hanno dato i tuoi ora te li do io. Se continui a piangere ti ammazzo. Non me ne frega niente di te. Stanotte ti ammazzo”.

Ora, lasciamo stare, qui, il profilo penale della questione: il perfetto esemplare di umanoide regredito e regredente verrà -spero e credo- messo nelle condizioni di non torcere un capello alla ragazza e di non molestarla più, neppure psicologicamente con la sua presenza. Ospitandolo nelle patrie galere o comunque con una sorveglianza adeguata che gli imponga di tenere una distanza lunare dai luoghi in cui si trova fisicamente la “femmina”. La cronaca nera ci riporta continuamente troppi casi di violenza sulle donne perché si possa consentire che accada anche in presenza di un comportamento che è già più di una spia di allarme.

Malgrado la consapevolezza del problema, rimango ancora costernato di fronte a certe manifestazioni. Conosco le forme di sub-cultura che esistono, innegabilmente, in alcuni angoli di Sud, quasi fossero consapevolmente preposti ad alimentare la scontata iconografia di certo immaginario collettivo, sconfinante facilmente in luogo comune, che relega a queste latitudini l’esclusiva dell’arretratezza culturale e sociologica. Per certi versi in modo sorprendente, si trovano devianze per nulla confortanti, in proposito, anche nel civile Nord Europa, per esempio in Scandinavia, dove i reati per violenza sulle donne sono in cima alle casistiche giudiziarie penali. Illuminante, in proposito, la trilogia del compianto Stiegg Larrson, il cui titolo più conosciuto è Uomini che odiano le donne, dove emerge un quadro di quel che accade in Svezia per nulla rassicurante.

Nel recente caso in questione, che è emblematico, il problema non sono le parole in sé, né chi le ha pronunciate, che mi guardo bene dal definire “uomo” per non offendere il genere cui appartengo. Il problema è la sub-cultura sottostante, si tratta di farina di qualche sacco che -evidentemente- è ancora pieno e diffuso. Malgrado il progresso, malgrado Internet, malgrado la globalizzazione, i dibattiti, la “modernità”, c’è un’area buia di una certa mentalità dove ancora attecchisce una simile visione del mondo. Dove c’è chi deve “soccombere” per genere sessuale di nascita e chi deve prevalere, non si capisce in virtù di quali prerogative. Diciamolo senza girarci intorno: un conto è scherzare, come facciamo tutti, su donne al volante, sul loro talento ineguagliabile nell’essere “scassac…”,  o sulle loro mille fisime, insomma, prenderci in giro, peraltro a vicenda, in modo ironico e in fondo divertente; altro conto sono le parole del sedicente maschio 27enne, che sono un insulto, prima che per le donne, per gli uomini che amano, in senso lato, l’altra metà del cielo. E che sono padri, mariti, amici, colleghi, collaboratori, semplici ammiratori di donne. Per qualcuna di loro magari hanno sofferto, ne hanno incontrate di autenticamente stronze, non si sono sentiti capiti come avrebbero voluto o non le hanno capite, le hanno respinte o ne sono stati respinti, o peggio, come da manuale, sono stati “sedotti e abbandonati”; forse, si sono solo imbattuti in alcune che avevano una unica colpa, però irrisolvibile: non essere protettive e non perdonare tutto, ma proprio tutto, come fa solo la madre! In ogni caso, non saprebbero farne a meno.

Mi piace molto la parola “femmina”, di conseguenza mi irrita enormemente che venga usata in modo sprezzante. C’è, in questo mio gradimento, la naturale attrazione per il genere femminile, certo; non posso negare che i miei ormoni abbiano una particolare disposizione a farsi corposamente “sollecitare” da certi stimoli che promanano dalle esponenti dell’altro sesso. Ma oltre a questo, c’è molto altro. C’è che, guarda caso, ho tre figlie; c’è che trovo la donna spesso più in gamba di noi, più pratica, più elastica, più capace di giocare brillantemente più ruoli, per esempio madre e lavoratrice; ampliando la prospettiva, c’è quello che in psicologia si chiama “archetipo femminile” e che riunisce tutti gli aspetti legati all’intuito ed alla ricettività. Ci dice che al femminile interiore sono legate la capacità di sognare e percepire, le sensazioni, le immagini e le visioni, ma pure le funzioni del sentimento e dell’ emotività, che si esprimono nella cura dei rapporti, dei figli e delle cose, nella ricerca della bellezza, nel desiderio di una crescita nella relazione, ma pure nella irrazionalità, nella mancanza di limiti, in una ricerca di “fusionalità”. Ad esso appartengono sensualità, fecondità e capacità di procreare, e questa spinta biologica si esprime nel proteggere e dare calore, nella creatività ed espressività artistica, nelle opere manuali, nell’abilità di realizzarle. L’archetipo del femminile nei sogni si presenta con numerosi simboli: la terra, la luna, la grotta, la notte, e con le figure femminili ed i loro ruoli: la madre, la nonna, l’infermiera, la sacerdotessa, l’adolescente, l’amante, la prostituta. Un universo complesso e onnicomprensivo, che racchiude anche gli opposti che attraversano la nostra esistenza e tra i quali inevitabilmente ci muoviamo. Origine e meta di tante forme del nostro essere umani e maschi. Per i più fortunati, anche sintesi, tra le mille tesi e antitesi che presenta la vita.

Di questa simbologia onirica legata al femminile è a conoscenza, evidentemente, Luciano Ligabue, che nella sua canzone Il giorno dei giorno, dice:

…Femmina come la terra Femmina come la guerra Femmina come la pace Femmina come la croce Femmina come la voce Femmina come sai Femmina come puoi Femmina come la sorte Femmina come la morte Femmina come la vita Femmina come l’entrata Femmina come l’uscita…

Insomma… se Jung si chiede: “Quale immagine primordiale sta dietro le rappresentazioni dell’arte?” E poi afferma: “Ogni uomo porta in sé l’immagine eterna della donna, non di una determinata donna, ma l’immagine del femminile”, ci sarà un motivo, no??

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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