FIGLIE

downloadfile

Un sorriso fragoroso. Un fiume di vitalità che improvvisamente esonda dagli argini e ti travolge, con la freschezza dei suoi sette anni. Smetto di masticare, la sua risata è contagiosa, rido di gusto anch’io. La cena si raffredderà, chissenefrega… Ridono tutte, anche la piccola, a 2 anni non può capire bene cosa ha scatenato l’ilarità delle sorelle più grandi, ma ne coglie la carica di allegria. E’ un bel suono il coro spontaneo di bambine che ridono, ha a che fare con armonia a purezza. Le guardo. Una foto, coi miei occhi come unico obiettivo, un fermo immagine di quelli che sai che non andranno più via. Uno dei tanti, non molto diversi tra loro. Per una di quelle strane connessioni mentali, mi si apre una finestra in mente, mi scorre la sequenza de L’ultimo bacio, con la voce di Stefano Accorsi fuori campo, mentre lui guarda la figlia dormire: “…posso fissarla per ore, ascolto il suo respiro e provo a guardarmi da fuori e allora la mia vita non mi sembra niente male. In fondo non c’è nulla che mi manchi davvero. E allora è questa la felicità? Io penso di si”.

Io non so cos’è la felicità, tema troppo impegnativo per le mie povere meningi, dopo giornate così faticose. So che siamo stanchi, almeno noi genitori, fisicamente provati, è una sera qualunque, d’inverno, al termine della sequenza solita: levataccia, traffico, fretta, lavoro, compiti, pranzo, pensieri, un circolo che in ordine sparso a volte sembra opprimerti, spegnerti, quasi che ti tolga il gusto delle piccole cose di ogni giorno. E poi arriva una risata così: tutto prende un colore diverso. Quasi uno schiaffo, bonario e fragoroso, su quella tua faccia adombrata, sulle occhiaie, sui conti da pagare, le scadenze, le preoccupazioni: è solo routine. Da affrontare, di cui farsi carico, certo, ma la Vita vera è questa. La risata di un bambino, delle mie bambine. Puntuale, il virus ridanciano, meravigliosamente inesorabile, contagia anche la mamma, che un attimo prima aveva bofonchiato per l’ennesimo rinvio sulla lettura d’inglese e sulla matematica da fare, o sulla stanza da riordinare. Siamo troppo seriosi, no, siamo troppo morbidi; sono bambine, cresceranno; no, se non imparano limiti e regole non cresceranno mai, o almeno, non cresceranno bene. E sarà stata solo colpa nostra. Sottotitoli alla immaginaria e non necessaria pagina 777 del Televideo: colpa mia. Le madri, nonché mogli, hanno sempre un bersaglio facile a portata di mano. Si Vostro  Onore, confesso, sono colpevole. Sono quello dei troppi si. E della troppa parte di no che subiscono una lenta inesorabile palingenesi e si trasformano in ni, per poi passare a vediamo, forse si, e infine allo scontato finale già visto: si! Beh, il bersaglio ci mette del suo, si presta, diciamolo pure…

Lo so, le regole, coi famosi “no”, aiutano a crescere. I limiti. I famigerati limiti, che mal sopporto io, dall’alto dei miei imprecisati capelli bianchi e dei miei “anta” già varcati da un pezzo, figurarsi come possono abbracciarli, traboccanti di entusiasmo, due bambine di 7 anni. D’altra parte, qualche uomo saggio, in non so quale epoca e angolo di mondo, lo disse, e dubito che in vita sua avrà avuto mai più ragione di così: non è un mestiere facile quello di genitore. Non mi sfugge la cosa, non mi sfuggiva neppure prima di diventare padre. Al punto che me lo chiedevo ossessivamente, con la scusa di cantare il ritornello della canzone del mio artista preferito, che come sempre, per me, riesce a dire la cosa giusta nel modo giusto, meglio di un amico di vecchia data: chissà se sarò pronto mai. Per inciso, la canzone è Da adesso in poi, lui è Ligabue.

Non è una domanda ordinaria. Piuttosto, un tormentone che si ripropone a cicli, su ondate diverse ma sempre cariche dello stessa dubbiosa problematicità, per uno, come il sottoscritto, molto più bravo a porsi domande che a darsi risposte. Comunque, un bel momento decidi che è ora di finirla con questa storia dell’eterna adolescenza, dici a te stesso che il buon Peter Pan devi pur salutarlo, a costo di consumare quintali di fazzoletti nello struggente addio, e fai il grande passo. Sei nei paraggi della trentina, del resto, non sei proprio un Lolito in salsa sicula; hai accanto la donna che ami e che hai deciso essere la fortunata vincitrice del concorso che metteva in palio un premio mica da ridere. Altre che SuperEnalotto, altro che Gratta e Vinci. L’onore e l’onere di starmi accanto -si spera- tutta la vita!

C’è anche un’altra cosa che hai deciso da tempo: che lei sarà la madre dei tuoi figli. MA: mica hai stabilito quando. Non subito… che fretta c’è? Non mi sento ancora pronto, un po’ di tempo e lo sarò. Mentre lo dico, mi riecheggia in testa il solito ritornello: chissà se sarò pronto mai. I figli sono il solo autentico uscio aperto oltre la soglia del reversibile; anche il matrimonio, dopotutto, è reversibile, si può,  più o meno dolorosamente, tornare indietro. Da un figlio no. Ed è bene esserne profondamente coscienti prima di farne uno. 

Capita di pentirti, dopo, del tempo che hai perso. Capita che inciampi in eventi che non avresti mai messo nel conto, come se la vita fosse sempre una via retta in cui decidi tu l’andatura, le soste e le accelerazioni. Invece non è così, a volte ti si presentano conti per debiti che pure non pensi di aver contratto. E sono salati. A me è capitato, e in quei momenti, ho rimpianto di non essere stato pronto prima. Per essere padre, ma anche per tante altre cose. Ho pensato che forse non era destino, che forse Dio, o chi per lui, aveva deciso diversamente, che il senso di questo transito, in questa vita, doveva essere un altro.

Poi, il giorno in cui Fabio Grosso e Alex Del Piero (ah, sempre il Calcio sullo sfondo!) facevano impazzire l’Italia battendo la Germania a domicilio e portandoci in finale a Berlino, un bizzarro aggeggio che elargisce i suoi responsi, le gioie o i dolori, colorando o meno una finestrella, dava a me e a mia moglie la fatidica notizia: c’è un minuscolo groviglio di cellule lì dentro. Un piccolo fagiolino che si sta formando. Una promessa di vita, la promessa che in qualche modo non ci estingueremo, che ci sarà altro, di noi, dopo di noi. Il miracolo della vita che si perpetua, dall’alba dei tempi. E che ora tocca a noi.

Uno? Nossignore: due! La prima fatidica ecografia, un caldo pomeriggio d’estate, ci da’ questo responso. Che in verità io mi sentivo e mi auguravo: ho sempre pensato che veder nascere, e poi crescere, due figli o figlie insieme, due gemelli, sia una cosa fantastica. Faticosa da morire, ma fantastica. Anche per il legame, del tutto speciale, che si instaura per loro, un legame antico, atavico, simbiotico. Posso dire, molti anni dopo, che avevo decisamente ragione.

Da quel momento, da quel fatidico pomeriggio, niente sarebbe stato più uguale. La nostra vita stava cambiando, lo sapevamo, lo volevamo e ci preparavamo ad affrontare le nuove sfide al meglio delle nostre capacità. Insieme e individualmente; perché si procrea in due, e non c’è nessun altro momento in cui l’unione tra un uomo e una donna può essere così perfetta spiritualmente ed emotivamente, ma anche biologicamente, come quello in cui si genera la vita. Nello stesso tempo, è pure una esperienza che ti attraversa profondamente come individuo, che mette a nudo tutto quello che hai dentro, che esalta i punti di forza e di debolezza, che per legge naturale, sono tuoi e tuoi soltanto.

Per fortuna, la vita, in alcune fasi cruciali, è molto più forte, decisa e “sveglia” di quanto noi umani, con le nostre paure, le angosce, i dubbi, siamo capaci di essere. Così, per esempio, trascorro otto mesi immerso in seriose letture di libri e manuali, durante la gravidanza, per “imparare” il mestiere di padre, per tentare di afferrare un’arte nella quale temo di essere imbranatissimo, da un punto di vista pratico e psicologico, sanitario e pedagogico. Come farò, io grande e grosso, a prendere in braccio il bambino appena nato, così minuscolo, senza rischiare di romperlo? Saprò nutrirlo, cambiarlo, accorgermi se sta male, insomma, tutte le fisime che -credo- hanno un po’ tutti quelli che si apprestano a diventar genitori per la prima volta. E che poi, quando si ritrovano il piccolo in braccio, quando l’infermiera te lo mette tra le mani senza troppi convenevoli, si dissolvono in un attimo. Perché, mentre le orecchie odono il vagito di quella piccola creatura appena nata,  apparentemente così fragile e indifesa, il cuore sente, intensamente come mai,  la forza della Vita che va oltre ogni limite. Ripenso a quel primo vagito; le guardo ora, ridere, prendersi e prendermi in giro. Le vedo cambiare, crescere, sbocciare, cosa ovvia e naturale, lo so; ma allora perché mi riscopro con quell’espressione incantata, come se stessi ammirando un capolavoro pittorico del Rinascimento Italiano che cambia ogni giorno, esibito a casa mia piuttosto che al Louvre?

– Adesso posso anche morire, compare

– Ma che cazzo dici, la paternità ti ha ubriacato il cervello?

– Tranquillo, non sto dicendo che non mi interessa più campare, anzi, adesso ho una ragione in più, la più importante delle ragioni, per conservare integra questa pellaccia. Ora, la mia funzione va oltre me stesso, devo esserci non solo per me, e per come sono perdutamente, fottutamente, innamorato della vita, ma anche, soprattutto, per loro. Loro hanno bisogno di un padre, possibilmente sano nel corpo, nella testa e nell’anima. Te la ricordi la canzone del Liga? “Da me saprai, che vale la pena vivere. Mi chiederai si ma perché, so solo che ti dirò vale la pena vedrai”.

– Me la ricordo. E allora che volevi dire prima?

– Che se per assurdo morissi in questo istante, adesso, da adesso in poi so che la mia vita avrebbe avuto un senso. Non sono passato di qui senza lasciar nulla. Capisci?

– Capisco. Ma mi sa che hai bisogno di riposare, tra stress, parto prematuro, cliniche, non dormi da troppi giorni… 

– È vero, compare. Cercherò di riposare qualche ora…

Più o meno così fu la bizzarra conversazione che ebbi con uno dei miei migliori amici, pochi giorni dopo quel 7 febbraio. Era la Verità: avevo cercato, più o meno da sempre, un senso, un filo logico, a questo mare in tempesta, calmo, dolce, amaro, indomabile che è la vita. Da quel 7 febbraio,  sapevo ancora pochissimo della meta, ma in un attimo, quello in cui vidi le mie figlie la prima volta, avevo capito del percorso di più che in tanti anni prima. Ora, sapevo molto del compito che avevo: tenere la rotta, anche quando sembra di essersi persi e di navigare a vista. Dalle mie figlie ho imparato molto, molto ho insegnato e molto dovrò ancora imparare e insegnare. Vorrei che avessero il meglio di quel che siamo io e la loro mamma, senza prendere il peggio. So già che non sarà così: come noi, prenderanno di tutto dai genitori e dal mondo intorno, tutto si mischiera’ e lo rielaboreranno a modo loro. Alla fine saranno le donne che loro, e non altri, potranno e vorranno essere. Non potrò evitare che soffrano e forse non dovrei se pur potessi. Mi basta che siano intelligenti, che scelgano sempre con la loro testa e che abbiano personalità. Anche se questo potrà portare a scontrarci. D’altra parte, se il buongiorno si vede dal mattino…

Sono fortunato: quando penso che potrei perdermi ho  tre stelle a indicarmi la rotta; due nate, appunto, il 7 febbraio, e una il 18 novembre, di qualche anno più tardi. E ho la fortuna di avere per me, e per loro madre, quei sorrisi, quelle risate fragorose, che se non sono la cosa più bella dell’universo, per un uomo che è padre, di certo ci si avvicinano molto…

DA ADESSO IN POI (testo di Luciano Ligabue)

Da adesso in poi com’è che andrà con te che hai detto “sono qua” e davvero sei qua fra noi fra noi me e lei tu che hai davanti quel che hai e comunque sia da adesso in poi auguri da me saprai saprai che vale la pena vivere mi chiederai “sì, ma perché?” 
so solo che ti dirò “vale la pena, vedrai” da adesso in poi da adesso in poi ti aspetto qua che fretta che hai avuto già aspetta per te e per noi per te per noi non so se sarò pronto mai prova a esser pronto tu per noi ascolto: mi insegnerai che puoi che vale la pena vivere ti chiederò “dimmi perché” tu che non parli dirai “vale la pena vedrai” 

Da adesso in poi Da adesso in poi ci proverò a farti avere il meglio che ho il peggio lo troverai da te ma vale la pena vivere mi chiederai “sì, ma perché ?” so solo che ti dirò vale la pena vedrai da adesso in poi  

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

Annunci

2 pensieri su “FIGLIE

  1. Complimenti, la lettura di questo articolo mi ha emozionato. Sono padre anch’io e molte di queste cose le provo anch’io, ma non le ho mai lette o scritte in questa bellissima maniera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...