ISOLE

Isole Sicilia e CefaloniaC’è un destino, una parte di racconto già tracciato, che viene fuori insieme a noi, nell’istante in cui abbandoniamo l’accogliente e protettivo grembo materno. Lo determina il luogo in cui nasciamo, oltre a tante altre variabili. Naturalmente, poi il racconto lo scriviamo noi, ne siamo protagonisti e artefici. Almeno in larga parte, non del tutto: c’è sempre la riserva di sovranità, più che altro una dittatura, che si prende il caso, senza chiedere permesso. Ma una traccia c’è da subito. 

Se nasci in un posto di mare hai già una nota invisibile che ti accompagnerà per sempre. Un sapore salmastro in fondo all’anima, una sensazione di vento umido che avverti pure quando l’aria è ferma. Se nasci su un’isola di più. Se poi esageri, e  vieni al mondo compreso tra due isole, allora sei proprio segnato: il mare non è solo intorno a te, il mare è IN te. Elemento fisico, naturale, metaforico, esistenziale. Se nasci figlio di due isole, per forza di cose avrai o subirai la profondità, l’infinito orizzonte del mare, la sua veemenza, la calma trascendente, il fascino e a volte la sua spietatezza. Avrai, quel tanto che basta o forse un po’ di più, la solitudine che il mare porta con se’.

Le mie isole sono il mio luogo dell’anima. Sono il ponte che non c’è verso orizzonti vicini, così vicini che non li tocchi, ti arrivano solo gli spruzzi di onde capricciose. In una ci sono nato. Per nulla originale, alla stessa stregua di tutti i miei conterranei, l’ho amata e odiata alla prima embrionale formazione di ragione e coscienza individuale. Il Ponte che non c’è, di nuovo: tra l’atto e la potenza. Tra quello che annusi, che sai essere nelle corde, nelle viscere della Sicilia, ma che non viene fuori. La luce, la bellezza, il canto di Dio che rimane appena accennato. Soffocato dalla  munnizza, umana e materiale. 

Mi ha salvato, spesso, la fuga nella mia isola “altra”, ridandomi ossigeno al cervello e all’anima. Sperduta nel Mar Ionio così irrequieto da far tremare di frequente tutto, isole, case e abitanti, con terremoti anche recentissimi. Cefalonia distrutta (nel ’53), Cefalonia ricostruita, Cefalonia scena di massacri e di sangue per italiani eroi forse per caso, per non aver voluto cedere le armi ai tedeschi, in quel drammatico settembre del ’43. Cefalonia terra di conquista, in tutti i sensi per me adolescente: conquista dei primi falò in spiaggia, la libertà che puoi avere solo in vacanza e solo in un’isola greca, la gioia e il divertimento di pescare con mio nonno, nemmeno a dirlo Vasilis come me, che mi tirava giù dal letto all’alba per andare in barca e mi insegnava a tirar su dal mare, con le reti, aragoste e pesci d’ogni tipo. E le prime uscite notturne, qualche bravata, le prime incursioni più audaci nell’universo femminile, fare l’amore in spiaggia con quella ragazza più grande e per questo sentirsi improvvisamente “tochi” (fighi) e pronti a spiccare il volo e prendersi il mondo. Quella ragazza che ogni tanto ci ripensi e ti chiedi chissà dov’è adesso, chissà che vita ha fatto, chissà se si ricorda, chissà perché, da perfetto stronzo, non risposi mai alle lettere che mi mandò l’inverno dopo. Effetto vintage malinconico, le vecchie care lettere di una volta, carta colorata, profumata, disegnata, magari con fiori e cuoricini. Di certo, più romantiche delle email e di whatsapp! 

E’ una dimensione familiare, la grecità. Non solo per chi ha sangue greco. Siamo tutti Greci, noi Occidentali, tutti figli di Socrate e Aristotele, di Eraclito e Sofocle, dell’Agorà e della prima vera Democrazia. Molto più modestamente, io sono anche figlio di mio padre, che in Grecia c’è nato ed esattamente come il Sig. Portokalos cinematografico de Il mio grosso grasso matrimonio greco, sottolineava in continuazione a me bambino come quasi tutte le parole abbiano radici etimologiche elleniche. Non credo di averglielo mai detto, ma non era un modo efficace per avvicinarmi alla lingua greca o farmi amare la Grecia!

In realtà, non c’era da scegliere, se amare o no, la Grecia era in me. Era, è, così, punto e basta, anche se non ci sono nato. In verità, è destino di tutti quelli che stanno tra due nazioni, sempre in mezzo, nel mio caso, tra Sicilia e Cefalonia, la vela al largo del Mediterraneo, nel mare di confine. Sei il Greco in Italia e l’Italiano in Grecia. Sei un po’ di qua e un po’ di là. Le domande idiote che ogni tanto arrivavano su cosa preferissi sentirmi, se italiano o greco, mi suonavano tanto quelle in cui si chiede al bambino se vuole più bene al padre o alla madre. Ci ho messo anni per capire se il mio intero italo-greco fosse un mezzo, un limite per il fatto di non essere completamente una cosa o l’altra, oppure se fosse un doppio, un punto di forza, rispetto a chi ha solo una patria, per nascita e sangue. Dopo molti anni, ho capito che non mi importava nulla della questione. Di sicuro, è inevitabile essere più permeati della cultura del posto in cui si nasce e si cresce, ma l’unica cosa che so, che conta veramente, è che amo le mie isole. C’è il mare che le separa e le unisce. Con la voglia di scappare dall’una verso l’altra e poi subito l’inverso:  in fondo, Itaca è quasi attaccata a Cefalonia e lì, di viaggi e di lunghe attese, di nostalgie, di ritorni e di nuove fughe, ne sanno qualcosa. 

Ho sempre amato il mare, era nel mio destino. Da buon siciliano, ho imparato a fare i conti presto col traghetto e con quel piccolo pezzetto di mare che devi attraversare se vuoi uscire dalla Sicilia, scoprire il resto del mondo che si apre al di là dello Stretto di Messina. Non c’è il ponte, non c’è mai stato e anche se ci fosse, la Sicilia resterebbe isola nella sua essenza, il siciliano sa da sempre di essere “quasi” attaccato all’Italia, ma senza esserlo del tutto. In ogni senso, non solo geografico. Da buon figlio delle isole Ionie, la mia parte di anima greca ha imparato altrettanto presto a fare i conti anche con traversate più lunghe, salpando a Brindisi e dopo poche ore guardando attraverso l’oblò la mia isola altra apparire lontana, all’orizzonte, tra le prime luci del mattino. E poi lentamente avvicinarsi, scorgere le spiagge bianche, la vegetazione lussureggiante, le insenature, il mare di un blu intenso da lasciarci gli occhi. Per Ugo Foscolo (uno dei miei poeti preferiti, sarà un caso?), la sua isola, quella dove era nata la madre e che è molto vicina a Cefalonia, era la “bella e petrosa Zacinto”; per me, la mia è semplicemente “orèa”, bella. Polì orèa, molto bella.

Non ci vado da alcuni anni, mi manca. Quando sei figlio di due isole, non hai scelta: non puoi stare troppo a lungo senza prendere il mare e andare da una all’altra. Per me, sarà presto tempo di prendere il mare e andare

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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2 pensieri su “ISOLE

  1. Conosco Cefalonia, ci sono stata tanti anni fa, isola meravigliosa! E per quanto è bello come ne scrivi e come ne parli, mi è venuta voglia di tornarci!

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