TUTTA COLPA DEI SOUVLAKIA

Souvlaki pita-PastitsioLa storia di un “diversamente magro” è sempre una lunga storia. Con radici lontane nel tempo. Come tutte le storie di noi umani, si va a ritroso fino all’epoca in cui eravamo bambini. Nel mio caso, il piccolo Vasilis, cioè io nelle dizione ellenica, era un bimbo allegro e pienotto. Di quelli cui tutti massacrano le guance a pizzicotti in segno di affetto (?!!), e soprattutto verso cui tutti, vedendo la tendente rotondità, emettono rassicuranti sentenze, a mò di guru dotati di sfera di cristallo: sfilerà crescendo. Se fossi “sfilato  crescendo” almeno lo 0,1% di quanto mi era stato predetto, sarei diventato campione olimpico di maratona, oppure sarei esposto in terra calabra al posto di un bronzo di Riace. Di certo, avrei la stessa massa grassa, inesistente, di Pavel Nedved, l’ex calciatore famoso, appunto, per avere un corpo totalmente privo di grasso. 

Comunque sia, non era poi malaccio. Mi prendevo la mia dose di coccole e gratificazioni, da bambino. Mica per dire. “E’ bellissimo, e poi guarda che guance irresistibili, me le mangio…” E altre simili amenità. Alcuni parenti o amici dei miei genitori, poi, si distinguevano con particolare brillantezza nella scala di simpatia per il loro atteggiamento fin troppo affettuoso nei riguardi delle mie guance: l’oscar spettava indiscutibilmente ad uno zio paterno, in quel di Grecia. Era capace di strizzarmi le guance per lunghi interminabili secondi, tanto che dopo i primi dieci o venti, iniziava il mio silenzioso count-down, in cui prima mi sforzavo di resistere stoicamente, reprimendo urla e imprecazioni, poi, decidevo che per avere una timida speranza di sopravvivenza non avevo scelta: dovevo andarci giù duro con un calcio clamoroso sugli stinchi o una ginocchiata sulle parti basse. Per sua fortuna, un paio di volte in cui stavo davvero per farlo, lui appena in tempo mollò la presa sulle mie guance, che nel frattempo erano diventate un mix tra rosso porpora e violetto scuro. Lo zio era -ed è tutt’oggi- una persona amabile, sapevo che quello era null’altro che il suo modo di manifestare materialmente il suo affetto; infatti, un attimo dopo che le sue dita-tenaglie avevano mollato la presa sulle mie guance-preda, pensava bene di ingraziarmi, o rifocillarmi, o ricompensarmi -va’ a sapere quale verbo sia più indicato- con ogni genere di leccornia. In Grecia i dolci sono, davvero, molto, troppo dolci: kataifi, galaktoburiko, loukumia, baxlavà, amigdalopita, e tanti altri ancora, tutto un trionfo di miele, mandorle e zuccheri, da far impallidire la pur già opulentissima pasticceria siciliana. E poi c’è il tripudio di fritture di ogni genere, carni, melanzane, formaggi, salsine. Nel mio personale podio di pietanze elleniche, è forse il Mousaka a svettare. Rigorosamente al maschile, come usa in Grecia. Da bambino, tuttavia, la mia preferenza andava in due direzioni: i souvlakia, spiedini con tocchetti di carne arrostita intorno, generalmente di maiale, che può essere contenuta anche nel “giros pita”, qualcosa di assimilabile a piadina arrotolata con dentro anche cipolla, tzatziki e pomodoro; e poi il pastitsio, una sorta di pasta al forno impiastricciata di besciamelle abbondante, carne e non so quale altro intruglio iper-colesterolemico. Del pastitsio, e di come ne ebbi un incontro ravvicinato, parlerò qualche rigo più avanti.

Lo zio serial killer di guance era invece il mio “pusher” ufficiale di souvlakia, nella variante semplice, a stecchini, oppure quella arricchita, con la pita. Le prime volte che andai in Grecia, da bambino, lo ricordo presentarsi sull’uscio della porta, quando sapeva che c’ero, con una confezione enorme, una sorta di cono, in Sicilia diremmo “cuppiteddu”, che però era delle dimensioni, più che di un tempio greco, di una piramide egizia. Dentro c’erano decine – e decine – e decine – di souvlakia, naturalmente accompagnati dalle immancabili patatine fritte e guarnizioni varie. Io, che ero un bambino sensibile oltre che molto educato, certo non potevo deluderlo, sarebbe stato cafone frustrare l’entusiasmo con cui quell’uomo si presentava a me con uno sgarbatissimo rifiuto a gustare le cose che mi portava in dono. 

Probabilmente, da questo humus, anche da questo terreno fatto di abitudini alimentari e culture sociali mediterranee che si incontrano pericolosamente, iniziò la spirale perversa che non avrebbe avuto mai fine. O meglio, che fino ad ora non ha ancora avuto fine. Perché, del doman non v’è certezza e soprattutto, mai porre limiti alla Provvidenza… 

Un viaggio, in particolar modo, fu una pietra miliare di questo processo. Un punto di non ritorno. L’oracolo che predisse, già in tenera età, quello che sarebbe stato il futuro per il sottoscritto, almeno sotto l’aspetto delle questioni legate ad alimentazione e peso.  Una lunga storia di andate e di ritorni. Di discese e di risalite. Di demoni (e chili!) cacciati e poi tornati, a stringermi in morbosi abbracci. Evidentemente, era già tutto scritto, bastava saper leggere. 

Alla tenera età di 6 anni mia madre, valutò che questo inestimabile tesoro di bambino che aveva per figlio, si portava appresso, diciamo così, qualche chiletto di troppo e una certa qual forma di appetito pantagruelico poco consono all’età. Mentre l’universo intorno alla mia famiglia era fatto, per lo più, di padri e madri che inseguivano i propri figli con la posata in mano per tentar di dar loro l’ultimo boccone di pastina o di carne, con me succedeva l’esatto opposto: occhiatacce se a tavola mangiavo oltre ciò che mi veniva assegnato, scaffali tenuti strategicamente semivuoti, niente merendina, niente nutella, niente biscotti. Pare che quando c’erano, finissero con lo sparire immediatamente, peggio di navi o aerei al passaggio dal triangolo delle Bermuda.  La mia reazione di povera creatura privata di questi piccoli piaceri si palesava a casa della zia prediletta, dove spazzolavo tutto quello che capitava a tiro. E non era poca roba, poiché alle mie cugine, per far sì che mangiassero, “c’avivi a’ sparari” (dovevi forzarle), per cui  lì, al contrario che a casa mia, le credenze traboccavano di ogni genere di ben di Dio. 

Insomma, per farla breve, mi portarono dal dietologo. Che allora si chiamava proprio così, senza infiocchettamenti lessicali e distinguo concettuali, come “nutrizionista” o “consulente per lo stile alimentare” o ancora “esperto in corretto stile di vita”. No no, il concetto era subito contenuto nella parola che lo definiva: D-I-E-T-O-logo. Alias, ci andavi perché dovevi fare la dieta, mica per parlare del trascendente kantiano o del dolce stil novo.

Infatti, così fu: al piccolo Vasilis, che presentava inequivocabili segni di eccesso ponderale precoce (in parole povere, pesava più del dovuto!) viene prescritta una dieta. E pure rigida, mica di quelle tutte pizza al sabato, dolce alla domenica e quando ti va un cioccolatino massìperchéno.  Il piccolo Vasilis per due o tre mesi vi si attenne scrupolosamente, non in ossequio ad un rigore di stampo teutonico e influenze svizzere, bensì perché mia madre per tutto il periodo esercitò un controllo più attento e scrupoloso di quello delle guardie Vaticane al passaggio del Papa. Si mangiava solo ed esclusivamente quello che stava scritto sul foglio malefico, con lo schema cadenzato colazione-pranzo-cena e in mezzo acqua o -nientepopodimentoche- una mela, pane e pasta in quantità idonee a saziare uno scoiattolo nano e dolci a volontà, naturalmente solo da guardare, senza toccarli. Quel foglio dattiloscritto (Word ancora era solo una parola in inglese) imparai a odiarlo presto, con tutta l’innocenza della mia tenera età.

Sta di fatto, però, che funzionò. Alla grande. Dopo alcune settimane avevo perso 6 chili, che per un bambino di quella età sono tanti, e alla visita finale il dietologo sentenziò che l’imputato aveva scontato la pena e il regime carcerario poteva passare da detenzione a semi-libertà. Alias, ero rientrato in peso forma e ora bastava mantenere. Mantenere, e che ci vuole? – pensai nella mia infinita ingenuità di bimbo.

Puntualmente, il Fato cinico e baro volle che di lì a poco mio padre dovesse andare nella natia Ellade. Mia madre aveva difficoltà ad allontanarsi per ragioni di lavoro, i parenti reclamavano a gran voce per rivedere “to paidì” (il ragazzo) che per via della distanza avevano visto solo un paio di volte e così i miei decisero che insieme a mio padre sarei andato io. Bene, raccomandazioni della mamma a padre e figlio, valigie, viaggio in auto, Brindisi, traghetto, Patrasso. Lì sbarcava in tarda mattinata la nave salpata dalle coste pugliesi. Ci viene a prendere al porto lo zio Spiros, il più grande della famiglia paterna. Si trova lì per lavoro, il programma è trattenerci qualche ora, vedere, insieme a mio padre, alcune persone e poi andare ad Atene, dove in quel periodo vivevano gli altri familiari. Naturalmente, data l’ora, ci rechiamo in una trattoria lungo il porto di Patrasso per un “pranzo veloce”, così mi viene prospettato dallo zio e da mio padre. Siamo a maggio, il clima è mite, c’è un bel sole e si sceglie un tavolo all’aperto, sul lungomare baciato da adorabile brezza. Arrivano due amici dello zio, iniziano a parlare, credo di lavoro. Lo zio mi prende le guance (vizio di famiglia, si vede) e mi chiede: “etsì ti theleis”, cosa vuoi? “Souvlakia kai pastitsioio einai endaxi”, vanno bene? Sui souvlakia nessun dubbio, come dicevo prima li conoscevo e mi piacevano molto. Sul pastitsio avevo invece idee confuse, risposi comunque di si. Il proprietario del ristorante era evidentemente amico di mio zio, perché ci servì lui personalmente e fu molto gentile e affettuoso con me. Manco a dirlo, mi sorbii la consueta razione di guance strizzate, però mi portò un piatto che prometteva niente male, con qualche souvlaki e una porzione di tutto rispetto di pastitsio. Lo zio chiese a mio padre se avrei mangiato tutto, convennero tra loro che il pastitsio era troppo grosso e che lo avrei certamente lasciato, per cui mi dissero di prenderne quanto ne volessi e poi lasciare il resto senza preoccuparmi di nulla. E chi si preoccupava…

Li sentivo discutere animatamente. Navi, armatori, uffici marittimi, cantieri, operai, appalti. Cose di cui capivo pochissimo. Però capivo che i souvlakia erano buoni, e li avevo finiti quasi subito, ma il pastitsio era strepitoso. Il Sig. Vangelis, proprietario del ristorante, si accorse che lo avevo quasi terminato. Interruppe quello che stava dicendo, con grande zelo venne verso di me e dispensandomi una carezza palesemente compiaciuta del fatto che avessi apprezzato la cucina della ditta, mi chiese se ne volessi ancora. In cuor mio avrei risposto subito di si, ma mi sembrava poco educato e tentennai; lui non attese risposta e lo vidi far cenno al cameriere di farne portare un altro. Mio padre e lo zio non dissero una parola. Arriva la seconda porzione, i grandi parlano, io osservo il mare, la gente, i turisti di varie etnie e provenienze. E intanto mangio. Finisco anche il secondo piatto. Adesso sono sazio e ho voglia di sgranchirmi un po’ le gambe, faccio per alzarmi, ma mio zio si rivolge improvvisamente a me: “ti è piaciuto? Bravo! Te ne faccio portare un altro?” Come prima, tentenno, sto per dire di no, sia per buona creanza che perché ero già abbastanza pieno, ma prima che io emetta sillaba, lui ha già dato disposizione di portare altra razione di pastitsio e souvlakia. Nel frattempo, anche loro, tra una chiacchiera e l’altra, mangiavano, con l’aggiunta, rispetto a me, di numerosi bicchieri di Robola, l’eccellente vino bianco che si produce a Cefalonia, l’isola del Mar Ionio di cui è originaria la mia famiglia paterna. Erano allegri e -in pieno stile greco- alternavano toni sostenuti, a volte conflittuali, a grasse risate e poi alzate di voce improvvise e poi ancora risate. Era una modalità che avevo già imparato a conoscere, durante gli interminabili pranzi di famiglia, quando i toni salivano spesso sopra le righe e non di rado assistevo a litigate all’apparenza furibonde, seguite, non più tardi di 5 minuti dopo, da bevute, battute, abbracci, mentre il numero di piatti che in questo bailamme si consumava cresceva sempre di più. Insomma, non mi sorprendeva quel clima, anche se mi imbarazzava che la gente si voltasse a guardarci quando loro alzavano il tono della voce o della risata sopra la media. Quel pranzo, che doveva essere un pasto veloce, un intermezzo volante tra la navigata e i 200 km di autostrada verso Atene, durò circa 4 ore. La scenetta del “lo vuoi un altro” si ripetè più volte e dopo la quarta volta io non ero più in grado neppure di respirare. Stavo scoppiando. Mio padre, allora, sembrò accorgersi improvvisamente di quello che avevo ingurgitato. Il ristoratore e lo zio risero di gusto quando gli videro conteggiare rapidamente quello che avevo mangiato, ma lui si rivolse verso di me rimproverandomi aspramente. “Quattro porzioni di pastitsio?? Cinque?? Souvlakia… quanti?? Ma sei pazzo? Dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto per farti dimagrire!!!”. Abbiamo. Minchia! (un  bambino che cresce a Palermo a 6 anni sa già perfettamente quando intercalare certe locuzioni). Aveva detto così: abbiamo. Gli stavo rispondendo a muso durissimo “abbiamo chi? Io e mia madre, forse, non certo tu, che te ne sei sempre fregato e mi mangiavi puntualmente di tutto davanti”. Ma intervenne subito lo zio Spiros, mi abbracciò e disse che ero una straordinaria buona forchetta e che era un piacere vedermi mangiare. “Per la dieta ci sarà tempo”.  Il ristoratore sembrava euforico come chi riceve lode e menzione ad un esame da cui non si aspettava niente: non finiva più di raccontare come e quanto questo bambino italiano, cioè greco, anzi si, italiano, insomma, non del posto, avesse gradito e apprezzato la cucina del locale. 

Non mi capitò di tornare più in quel posto, pur essendo ripassato diverse volte da Patrasso, ma varie fonti incrociate mi dissero che ero diventato una sorta di leggenda in quel ristorante. Il Sig. Vangelis raccontava a chiunque di questo bambino di 6 anni che aveva fatto una infinità di bis di pastitsio e souvlaki. Una volta diceva 4 piatti, un’altra 6, la volta dopo una decina, ogni volta variava la versione, arricchendola di nuovi e succulenti dettagli atti a suscitare stupore e ilarità. Quando rivedeva mio zio, gli chiedeva sempre di me e diceva che voleva rivedermi, doveva assolutamente offrirmi un pranzo. Così nascono, si alimentano (mai verbo fu più azzeccato!) e crescono le piccole “leggende” metropolitane, anzi, di provincia, dato che Patrasso non può certo essere annoverata tra le metropoli.

A me, di quel viaggio greco, durato un paio di settimane, rimasero diverse cose: la fama involontariamente acquisita, semplicemente mangiando, in quella parte di Peloponneso nord-orientale, il piacere di aver rivisto i familiari paterni, molti dei quali autentici “personaggi” degni della migliore commedia dell’arte; e ancora, il ricordo di un viaggio, tra auto e nave, tutto sommato divertente, condito dalla gioia che ogni bambino ha di trascorrere molte ore insieme, in esclusiva, col proprio papà, seduto in viaggio nel sedile anteriore, proprio come “i grandi”. Purtroppo però, al ritorno, constatai che mi era rimasto, anzi mi era tornato, anche qualcos’altro: i sei chili persi prima di partire! Mia madre si infuriò in una maniera che le saette di Zeus nel cielo dell’Olimpo, al confronto, erano rimbrotti bonari. Mio padre fu tacciato di incapacità a svolgere il normale ruolo paterno consistente, anche, in sana vigilanza su cosa mangia il figlio, oltre che di menefreghismo, distrazione, inaffidabilità, ecc. Dal canto mio, io avevo diritto alle attenuanti che il codice penale assegna ai minori, ma non per questo mia madre mi risparmiò la mia razione di rimproveri. Avevo anch’io la mia “colpa” e la pena sarebbe stata solo una: ricominciare una nuova dieta. Intanto, avevo capito come funzionava e come avrebbe sempre funzionato di lì in avanti. La morale della favola era che per perdere qualche chilo ci vuole una fatica immane, sacrifici, rinunce, privazioni; per riprenderli, basta che ti distrai un attimo, respiri, ti lasci andare qualche giorno e te li ritrovi di nuovo addosso, incollati come un francobollo che non si vuole spiccicare nemmeno con la fiamma ossidrica!

In fondo, si era trattato solo di “qualche souvlaki”, in Grecia sarà mica come le banane per Johnny Stecchino in Sicilia: dei modesti spiedini di carne causano tutti questi danni??

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

Annunci

6 pensieri su “TUTTA COLPA DEI SOUVLAKIA

    • Riceverai un messaggio di sentiti ringraziamenti da parte della mia autostima. Dato il tema del racconto, sarebbe opportuno anche invito a degustazione di souvlakia, mousaka e altre specialità greche…

  1. Quando rifacciamo una cena solo a base di specialità greche?
    Sono passati troppi anni dall’ultima. ..
    Io preparo il Mousaka

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...