UN GIORNO INDIMENTICABILE

Autostrada svincolo CapaciQuel momento lo aveva desiderato a lungo. Lo aveva sognato, immaginato ed anche preparato con cura nella scelta dei dettagli. Il giorno precedente, non appena Anna gli aveva confermato che il pomeriggio dell’indomani, sabato, lo avrebbero passato insieme, da soli, era montato in sella al suo Vespino 50 PK Special rosso fiammante ed era schizzato via a tutto gas. Su quello scooter che era tutto meno che un cinquantino di cilindrata, tanto era stato “ritoccato” in potenza e prestazioni, Filippo aveva imboccato la grande arteria che attraversa Palermo e porta fuori città, in direzione aeroporto. Preso dall’eccitazione della velocità di quel coso taroccato e distratto da quello che immaginava del giorno dopo, era finito in autostrada, dove non poteva transitare e le macchine accanto gli sfrecciavano vicine pericolosamente. Se avesse beccato un controllo della Polizia gli avrebbero sequestrato lo scooter e la patente A appena conseguita, oltre a una multa salata. Chi glielo diceva poi a suo padre? Insomma, bisognava togliersi da lì al più presto. Filippo non ricordava quale fosse la prima uscita utile, rallentò alla ricerca ansiosa e frenetica di uno svincolo. Restò alcuni minuti in autostrada, gli parvero un’eternità. Finalmente notò uno svincolo e potè lasciare l’autostrada, deviando sulla Statale. E poi strade e viuzze varie, lungo la costa, a ridosso della spiaggia. Il livello di testosterone nel suo corpo di adolescente bramoso di conoscere l’amore era troppo elevato per lasciar spazio ad un animo vagamente bucolico, ma Filippo notò ugualmente che quel mare, in un pomeriggio di maggio siciliano, era irresistibilmente romantico. Pieno di pace, di colori, con quel sole riflesso sul mare blu con cui il cielo, forse per complicità, amoreggiava in un gioco di luci. Pensò che in fondo il posto in cui gli era toccato nascere e crescere non era poi così male. Non era abituato a sentirne parlare molto bene, ma adesso la Sicilia cominciava a piacergli. Specie se dopo settimane di corteggiamento, la compagna di scuola più ambita da sempre aveva finalmente ceduto al suo corteggiamento e stava per averla. In tutti i sensi. Non più solo immaginarla, con tutti i turbamenti e le “pacificazioni fisiche” del caso, ma averla davvero. Possederla corpo e anima. Non aveva mai fatto l’amore finora, e anche per Anna sarebbe stata la prima volta. Aveva un po’ di ansia, quella che nel mondo degli adulti si sarebbe definita ansia da prestazione, ma l’eccitazione superava ogni timore. Lo spingeva a cercare il posto giusto, quello dove finalmente avrebbe avuto ciò che tanto desiderava. Aveva voglia di mostrarsi sicuro del fatto suo, come un vero uomo che sa cosa vuole e sa anche dove andare esattamente per averlo. Non poteva confidare nel sostegno dell’oscurità, per un po’ di discrezione in più: in maggio, a quelle latitudini, il tramonto arriva già tardi, ad un’ora in cui Anna doveva tornare a casa. Quindi, bisognava “consumare” all’aperto e sotto la luce del sole, dato che non aveva nessuno che gli potesse mettere a disposizione un luogo sicuro, al riparo da occhi indiscreti, per esempio una casa. Nel suo girovagare, era arrivato fino a Terrasini, circa 30 km più avanti, ma alla fine l’unico posto che gli era sembrato adatto alle sue esigenze era proprio nei pressi dello svincolo da cui era uscito. Non sulla spiaggia, come Filippo aveva pensato nei suoi piani originari, ma in una sorta di cespuglio, una rientranza di una stradina secondaria dove sembrava non passare anima viva da secoli e per altri secoli ancora non ne sarebbe passata.  C’era un piano in pietra, come una sorta di panchina, quasi una piccola alcova naturale scarsamente visibile all’esterno. L’unica cosa che non gli piaceva era la vicinanza all’autostrada, il boato dei motori a pieni giri che sfrecciavano a pochi metri non era il contorno sonoro più idoneo che potesse immaginare. Pazienza, non si può avere tutto e comunque per il resto era perfetto.

Tornò a casa soddisfatto e sempre più impaziente. Questa volta fece attenzione a non invadere territori nemici potenzialmente minati: evitò accuratamente l’autostrada e seguì semplicemente il mare, lungo la costa che lo portò fino a Palermo. Quella sera andò a dormire pensando che quello seguente sarebbe stato per lui un giorno indimenticabile. 

Aveva ragione. Un giorno indimenticabile. Non solo per lui… 

Alle 16,30 in punto, come da accordi, era di fronte casa di Anna. Sotto la sella del Vespino aveva compresso dei teli, un asciugamano e dei fazzoletti di carta. Si abbracciarono a lungo, con tenerezza e passione. Filippo la baciò, dapprima teneramente e poi con passione. Avrebbe voluto spogliarla con furia e possederla all’istante, ma erano proprio di fronte casa di lei! Anna gli chiese “dove andiamo” e lui rispose solo “sei con me. Ti basti sapere questo”. Guidò piano, stretto dall’abbraccio di lei che lo stringeva forte a se’. Avevano il vento tra i capelli, senza casco, un sole stupendo li illuminava. Due adolescenti felici in sella a un motorino truccato, di corsa verso la loro fatidica prima volta. Filippo sentì il seno sodo e generoso di Anna premergli sulle spalle e pensò che niente e nessuno avrebbe potuto guastargli quei momenti e quel pomeriggio.

Questa volta, NON aveva ragione… 

Si fermarono ad un bar sul lungomare, Filippo voleva assaporare gli attimi carichi di dolce attesa del “prima”, seduto di fronte al mare, con la sua ragazza. Non presero nulla, quello di cui avevano voglia non era reperibile al bar. Chiacchierarono qualche minuto del più e del meno, nessuno dei due parlò di ciò cui stava realmente pensando. Ad un certo punto, Filippo troncò repentinamente il discorso, la guardò dritto nei suoi grandi occhi castani e le disse soltanto: andiamo. Non se lo erano detti esplicitamente, ma anche Anna pensava, sapeva e voleva che quel pomeriggio fosse quello fatidico: avrebbero fatto l’amore. Fino a quel momento, nella sua vita, il suo curriculum in fatto di ragazzi e di sesso si limitava a qualche timida incursione oltre il semplice bacio. Eppure, non aveva timori particolari: sapeva che Filippo era il ragazzo giusto, ne era innamorata e voleva farlo con lui. Avevano 16 anni entrambi ed era l’età giusta. Era incuriosita perché non capiva dove Filippo la stesse portando. Non erano più vicini alla spiaggia, stavano andando per stradine anonime e vicine all’autostrada, lei non capiva quale fosse la meta finale. Poi, Filippo, che sembrava cercare un posto che evidentemente conosceva ma con cui non aveva familiarità, frenò di colpo. Mollò il Vespino, tirò fuori le cose che aveva sotto il sellino, le prese la mano. Oltrepassarono quella sorta di cespuglio e allora Anna capì. Fu come un interruttore che scatta, abbandonarono ogni remora, iniziarono a baciarsi con foga. Le mani di lui la frugavano, la lingua di lei nella bocca di Filippo e poi sul collo, le orecchie, le spalle. Filippo era eccitato da impazzire, non c’era parte del suo corpo e del suo cervello che non fosse pervasa da sacro furore di passione. Pensò che doveva trattenersi, che altrimenti gli sarebbe accaduto quello che sentiva dire in giro, rischiava di finire troppo presto. Si impose di rallentare, ma Anna non glielo permise. Si era tolta la maglietta, si era sfilata vie la mutandine e ora gli stava tirando giù i pantaloni. Filippo fu quasi sorpreso: nelle innumerevoli volte in cui aveva immaginato quella scena, era sempre a lui a condurre le danze. Aveva immaginato, come la sequenza di un film, il momento, il ritmo e il modo esatto in cui lui avrebbe spogliato lei, preparandosi a possederla con tutta la dolcezza di cui fosse capace. Sentiva di amarla con tutto se stesso, il cuore gli scoppiava di felicità nel petto. Voleva essere dolce, voleva che fosse bello anche per lei, voleva che non sentisse dolore e che tutto fosse perfetto. Era seminudo, ma stranamente gli era rimasto l’orologio al polso. Per puro caso, nella foga della passione, gli si posò lo sguardo sull’ora: le 17,55. Chissà perché, gli venne la fissa che dovevano essere le sei precise; il suo inesistente biografo personale, un giorno avrebbe così potuto scrivere: “Filippo e Anna si affacciano trionfalmente all’Amore, e al piacere dei sensi che ne deriva, alle sei precise di uno splendido pomeriggio di maggio, in un anfratto sperduto nei pressi di  Capaci, provincia di Palermo, a pochi passi dall’autostrada”. Anna però non pareva dello stesso avviso: mentre lui elaborava simili arguti pensieri, lei, con la concretezza tipica delle donne, gli si era messa cavalcioni, i loro corpi incastrati in modo perfetto, e si stava muovendo perché ciò che doveva compiersi si compiesse. Lui le entrò dentro, fu un attimo: Anna emise un gemito, Filippo sentiva piacere ma voleva evitare di farle male, lei non sembrava aver male, anche se c’era del sangue. Era semplicemente meraviglioso. 

Erano le 17,58. Era il 23 maggio. Era il 1992. 

In quel preciso istante, successe. 

Filippo e Anna sentirono un boato tremendo. Furono scaraventati via da quella panchina, la loro alcova personale di pietre andò per aria. In frantumi, come quegli attimi meravigliosi, che erano stati i più belli della loro vita e improvvisamente erano diventati i più brutti. Pioveva addosso l’inferno, sotto forma di polvere, lamiere, pietre, terra, pezzi di manto stradale, pezzi di alberi, pezzi di vite. Sangue.

Non era il sangue che Filippo aveva immaginato di vedere, e per un attimo aveva visto. C’era qualcosa di sovrannaturale in questo sangue, qualcosa di mostruoso che lui, come lei, non capiva. C’era qualcosa di mostruoso in questa sequenza simultanea di paradiso e inferno. Di vita e di morte. Rimasero a terra per qualche minuto. Non erano svenuti, ma storditi. I timpani in frantumi, ferite, ma non dolore. Dolore no. Solo stordimento. E subito dopo, una tremenda angoscia, perché quando Filippo si ridestò e aprì gli occhi, non vide subito Anna. Adesso il cuore gli scoppiava non più di felicità ma di terrore. Quando la scorse, ad una  ventina di metri di distanza, gli parve immobile. Cercò di alzarsi per correre da lei, ma zoppicava. Ora iniziava a sentire dolore. Arrivò da lei, era svenuta. Oltre che insanguinata dappertutto. Quel corpo meraviglioso, che era stato suo per qualche attimo qualche attimo prima, adesso era solo un corpo ferito e indifeso, il corpo di una ragazza di 16 anni offeso da una mostruosità venuta chissà come da chissà dove. Passarono alcuni secondi terribili in cui Filippo non riusciva a rianimarla e stava per svenire anche lui, per il terrore. Poi Anna aprì gli occhi. Lo guardò, con sguardo sofferente ma dolce. Lei gli disse “Sono qui. Ci sono. Ci sono.”. Lui la guardò, scoppiò a piangere. Rimasero abbracciati per diversi minuti, a terra, in mezzo a sangue e macerie, sirene in lontananza, clacson  impazziti, gente che urlava sullo sfondo. Un cielo rosso fuoco innaturale. 

Avevano attraversato il Paradiso e poi l’Inferno, a 16 anni, in quell’angolo di Sicilia bellissima e dannata. Il trionfo della vita e quello della morte, non avrebbero mai più dimenticato. Erano ancora vivi, ma dopo quel giorno niente sarebbe più stato come prima

 Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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