BEATIFUL DAY

Autostrada e cieloCosa passa per la testa di un uomo negli attimi in cui sa di essere in una situazione estrema? Quando la sua vita è seriamente in pericolo e la tanto temuta signora in nero potrebbe presentarsi da un momento all’altro?

Io lo so. O almeno, so come andò per me 11 anni fa, la notte tra il 17 e il 18 aprile 2003. In autostrada. Nei pressi di una bellissima località siciliana, Cefalù. Uso questo spazio e faccio una sorta di outing. Per esorcizzare un ricordo che non è piacevole ma che -come tutte le esperienze- in fondo mi ha insegnato molto. Sull’apprezzare quel che si ha e che si è, di fronte alla prospettiva concreta del non essere più nulla.
E poi, lo racconto nella speranza che possa servire ad altri. Per evitare la stupidità di errori che a volte si raccontano e altre volte, se ti va peggio di come andò a me, no. 

Alzare il volume fu il mio ultimo gesto di consapevole ribellione. Lo stereo a palla, il finestrino aperto, il vento in faccia che -per quanto primaverile- era fresco, a quell’ora della notte. Cantare a squarciagola per esorcizzare il fantasma di Morfeo che incombe; è ospite gradito e suadente se sei a letto o in poltrona, ma se guidi non è un buon compagno di viaggio. E io non volevo darmi per vinto: viaggio, da sempre, in qualsiasi ora del giorno e della notte ed in qualsiasi condizione di stanchezza o di stress. A me non capita! Certe cose, solo agli altri… 

Dunque, il mio caffè doppio furono gli U2 misti al vento freddo. Cantai con tutte le, scarse energie che mi erano rimaste.  Non riuscivo più a connettere,  ma non c’erano aree di servizio né di sosta in quel tratto di autostrada. Buio pesto come solo in un’autostrada del Sud. Scorsi l’ancora di salvezza di cui avevo disperatamente bisogno, un cartello che indicava il casello a 1 km. Decisi che mi sarei fermato lì a riposare un po’. E continuai a cantare, disturbando qualche stella notturna abituata al silenzio e insofferente al fatto che la voce di Bono venisse vilipesa da un accompagnamento tanto stonato. 

Poi… fu un attimo. Un istante di buio. Un solo istante di buio totale, non si può chiamare sonno, era lo spermatozoo di una dormita, il desiderio, il progetto: occhi chiusi una frazione di secondo. Ma una frazione di secondo, nel posto e nel momento sbagliato, possono bastare a cancellare tutti i secondi di lì a venire, far scorrere i titoli di coda mentre stai guardando il film, il tuo film, e non capisci perché debba finire con tanto anticipo. Basta un istante e dopo, improvvisamente ti ritrovi in giravolte senza senso apparente dentro un’auto impazzita. Stavo sognando? No. Riapro gli occhi e realizzo subito che quella che sembra una giostra, una montagna russa comparsa da chissà quale parco attrazioni, in realtà non è una giostra. E nemmeno un gioco, e nemmeno uno scherzo: si attivano le sinapsi mentali, un istante prima stavo guidando in autostrada, quindi quella macchina impazzita, fuori controllo, deve avere oltrepassato il limite del guardrail, ma non riesco a capire dove sia e dove stia andando. Sull’altra corsia contromano? C’è un burrone lì vicino?

Passano milioni di pensieri in pochi secondi. Come un enorme programma di compressione che in un unico file di piccolissime dimensioni infila milioni di files. Pensi a chi non hai fatto a tempo a salutare, a dirgli che gli hai voluto bene, a dirgli “visto? Valeva la pena litigare per cazzate?”. Pensi al tempo che hai perso senza far nulla o facendo le cose sbagliate. Pensi che non ti sei nemmeno confessato, ma in fondo la coscienza te la senti pulita. Hai diversi rimpianti, rimorsi pochi. Pensi: proprio adesso che forse finalmente stavo crescendo? Il pensiero più forte, più nitido era semplice, persino banale: sarò ancora vivo tra uno, due o dieci secondi? Dura tutto pochissimo, ma i flashback rallentano la scena in attimi lunghissimi pieni di fotogrammi, pensieri, adrenalina. Paura vera e propria forse no, non c’è tempo di aver paura. E poi arriva lo schianto. Un botto che ancora adesso, molti anni dopo, ogni tanto mi capita di sentirlo, ospite indesiderato di incubi notturni.  

Anche il botto è un attimo. Poi torna il silenzio della notte. Riapro gli occhi, capisco di esser riverso sull’altro sedile, in una posizione assurda, né verticale né orizzontale. Percepisco che c’è molto fumo dal motore, anche se non lo vedo bene. La cosa che non dimenticherò mai è il gesto istintivo di toccarmi. La fronte, il collo, le braccia. No, non per il dolore, non sentivo alcun dolore. Avevo solo bisogno di una conferma, una piccola, assurda conferma: sono ancora vivo. Non capivo molto di quello che avevo intorno, c’era un buio quasi innaturale ma la prima cosa era assicurarmi di essere ancora vivo. Poi di essere, più o meno, intero. Ero insanguinato in viso e sulle braccia e altrove, ma pareva fossi intero. Continuava ad esserci un silenzio irreale e un gran fumo dal vano anteriore dell’auto, o da quello che ne restava. Dovevo riuscire a uscire dall’abitacolo, ero incastrato e lì avvertii il primo vero attimo di panico: quel fumo poteva indicare pericolo di incendio imminente. Non riuscivo a muovermi, non sentivo le gambe, non sentivo dolore, sapevo solo di dover fuggire. Mi accorsi che non c’era più la musica. La canzone si era interrotta. Mi ricordai che la stavo cantando a squarciagola, ora solo silenzio, fumo e lamiere contorte. Se ci ripenso, mi vien quasi da ridere: la canzone era Beatiful day. 

Dopo qualche ora ero steso sul lettino, per me stretto e scomodo, di un’ambulanza. Diretti all’ospedale più vicino. Ogni vibrazione era tremenda: adesso il dolore era arrivato. E con lui, di lì a poco, le prime luci dell’alba. Quello che stava per cominciare non sarebbe stato affatto un Beatiful day.

Dopo andò come andò. Fu un periodo lungo pieno di complicazioni e di scoramento, per alcuni mesi pensai che non sarei più tornato a camminare. Ho ripensato molte volte -è inevitabile per tutti quelli che attraversano questo tipo di esperienze- che adesso al mio posto avrebbe potuto esserci un mazzo di fiori posato in autostrada,  come purtroppo succede a tanti, troppi. Che qualcuno mi avrebbe pianto: magari, nei ricordi, sarei venuto fuori meglio di come realmente sono. E mi sarei perso un sacco di cose, belle, o brutte, ma per cui è valsa la pena continuare a esserci. 

Non avrei visto il Palermo tornare in Serie A, dopo oltre 30 anni. Assolutamente imperdibile, eh.

Non avrei visto un Parlamento votare, nella sacralità delle sue funzioni, per la suggestiva tesi di una minorenne ritenuta maggiorenne. E pure nipote di Capo di Stato (roba mai vista).

Non avrei conosciuto tanta gente valida o splendida, e neanche tantissima obiettivamente oscillante tra l’inutile e il pessimo.

Non avrei voluto bene al mondo, più che ho potuto e meno di quanto avrei voluto.

Non avrei detto milioni di volte che mi metto a dieta: sarei dimagrito di colpo e definitivamente, pare che da morti si dimagrisca sul serio.

Non avrei aperto un blog (ok ok, l’umanità non ne avrebbe risentito per nulla).

Non avrei fatto incazzare milioni di volte mia moglie. Abbondantemente ricambiato. Ma regalandoci a vicenda le tre “cose” migliori delle nostre vite. Quelle per cui, più di tutto, sono felice che quella notte non sia stata l’ultima.

Non avrei riso, urlato, pianto e gioito, non avrei capito che per apprezzare l’essere qui, spesso, dobbiamo toccare da vicino la prospettiva di non esserci. Dicendo a Dio che ho una gran curiosità di conoscerlo, ma possiamo aspettare ancora un bel po’, no?

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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