BOSTON

BostonIo corro. Non so bene perché, ma mi piace. Andiamo col mio papà, amo la confusione allegra di giornate così. Amo la preparazione, la mamma che sceglie il pantaloncino adatto e mi carica come se dovessi vincere le Olimpiadi, i lacci da stringere nel modo giusto, né troppo né poco, perché i piedi devono essere ben contenuti ma star comodi. Amo il sudore, gli altri bambini accanto ai genitori, e ragazzi, e nonni, e signore e quella bambina che non vedevo da così tanto. Io corro. Dopo un po’ inizio a sentire la stanchezza, mio papà dice che abbiamo fatto solo pochi km. Per distrarmi dalla fatica, inizio a sognare: guardo il cielo sopra di me, è così meravigliosamente azzurro. La città, intorno, sembra diversa, più bella. Non sento il rumore delle macchine, non sento l’odore dello smog, la gente non ha la solita faccia arrabbiata di chi ha la quotidiana fretta dei ritmi impazziti, incontro sguardi che mi sorridono. Siamo in tanti, ma io sento mio papà tutto per me. Niente lavoro, oggi, niente rientri serali tardivi, quando fatico ad aspettarlo sveglio per il bacio della buonanotte. Oggi io e il mio papà siamo insieme, facciamo una cosa da grandi. 

Io corro. Papà dice che si chiama marciare, non è proprio corsa, i grandi hanno un’andatura strana, sembrano quasi fumetti, movenze di un cartone animato. Sono buffi, ma non ho tempo di ridere di loro, devo pensare a resistere. Ci tengo a non fare brutta figura, ci tengo ad arrivare al traguardo. Non so se sarò tra i primi cinquanta, o cento, o mille, ma so che l’importante è farcela, arrivare. Domani a scuola lo racconterò a tutti i miei compagni, dirò loro che ho fatto la maratona. Come i grandi, come alle Olimpiadi. Papà mi sfiora la spalla, ha la faccia sofferente, adesso, ma mi sorride con una dolcezza infinita. Dice che manca poco, adesso, al traguardo. Pochi chilometri. Non ho mai capito precisamente com’è fatto un chilometro, ma mi fido di lui. Lui è il mio papà, mi ha sempre protetto, mi proteggerà sempre. Mi sembra di avere le gambe dure come pietre, non voglio mollare e guardo il cielo per non pensare a niente: mi sento immerso in un silenzio irreale, non penso più a niente, penso solo a correre, anzi, a camminare strano, marciare, insomma, quella cosa lì, che per me rimane comunque correre. 

Nel silenzio irreale tutto mio, tra le pietre nelle mie gambe e il cielo sopra la testa, lascio passare senza quasi registrarlo un rumore. Un boato. Non mi importa nulla, io penso solo a correre. Gli altri sembrano sbandare, ma io non guardo nessuno, non vedo niente. Lo so, c’è fumo, non lo guardo però mi entra nelle narici e inizio a tossire. E poi ancora un boato. Stavolta non posso non sentirlo. Il fumo non posso non vederlo. Smetto di guardare il cielo, cerco mio papà. Sento il suono di sirene in lontananza, attutito come al cinema quando si abbassa l’audio e la scena passa al rallentatore. Sono tutti atterriti, corrono tutti senza più una direzione precisa, qualcuno piange, ma io vedo e non sento, come se avessero dimenticato di rialzare l’audio. 

Perché non vedo più mio papà, dov’è mio papà? Vedo un bambino da solo, forse si è perso, ha i capelli anneriti di fumo e lo sguardo atterrito. Lo abbraccio, lo tranquillizzo, gli dico di non aver paura. Intorno a noi urlano e piangono, ma tra poco ritroverò il mio papà e saremo al sicuro, so che lui sta per tornare, so che lui ci proteggerà. 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata 

Nota: racconto di fantasia ispirato all’attentato durante la maratona di Boston del 15 aprile 2013

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