CANNOLI (da Balarm, di Germana Fabiano)

CannoliPREMESSA: Ringrazio Mary di Sfogliatella’s Blog, per avermi inserito nella sua Book Nomination, una sorta di gioco in cui si invitano 5 blogger a riportare il pezzo di un libro che si è particolarmente apprezzato. I libri che ho amato e gli autori che potrei citare sono tanti, ma scelgo un’autrice che ho scoperto di recente, una ragazza siciliana che trovo bravissima, capace di muoversi nel duale dell’animo umano con una abilità introspettiva sorprendente e di dare ai suoi racconti tinte ora forti ora delicatissime. Lei è Germana Fabiano, il pezzo è tratto dal suo romanzo d’esordio, Balarm. “…una città splendida e impenetrabile, metafora di un sud in bilico tra luce ed ombra. Un ragazzino, Toni, cresciuto per i vicoli del centro storico, smarrito in un’infanzia di abbandoni e pericoli. Ma per le strade di Balarm, intrappolata nel mito di un Imperatore scomparso da secoli, Toni scopre dei varchi che gli permettono di rifugiarsi altrove, dentro frammenti di una storia in cui Balarm si sarebbe mostrata così come la si voleva, o come ne avesse avuto voglia lei, che era menefreghista e lunatica…” 

I 5 blog che nomino sono:

http://sfogliatellablog.wordpress.com
http://signorasinasce.wordpress.com
http://gallicharl.wordpress.com
http://patriziaangelozzi.wordpress.com
http://polinireporter.wordpress.com

CANNOLI

Fino ai quattordici anni, Alba era vissuta in attesa di ricevere il suo primo cliente in un modo eclatante per il quale, nell’ambiente dei frequentatori, si era creata una certa aspettativa. Era la figlia più piccola di quattro figlie femmine di età e padri assortiti e di una madre ninfomane la cui crudeltà aumentava ogni volta che uno dei suoi amanti la piantava per correre dietro ad un’altra più bella, più giovane e meno segnata da passioni divoranti. La mamma attraversava le giornate mangiando cannoli e impartendo ordini alle figlie che non la videro mai se non in vestaglia. Possedeva quasi unicamente vestaglie, di lana per l’inverno, di cotone per l’estate e di seta per ricevere. Dirigeva un bordello a conduzione familiare, facendo prostituire le tre figlie maggiori nelle loro stanzette ed elaborando grandi progetti per Alba che prometteva di rivelarsi la più bella tra loro. Vendeva le figlie a ore, solo a uomini che avessero superato interrogatori umilianti sulle loro abitudini sessuali e le rifiutava ai suoi ex amanti perché la cosa avrebbe avuto un sapore incestuoso. A quattordici anni, ognuna delle figlie riceveva il primo cliente e un coltellaccio da cucina con cui scannare eventuali malintenzionati sfuggiti ai controlli preliminari. Alba viveva senza impegni e senza prospettive, l’unico suo sogno era che il primo cliente non fosse troppo vecchio o troppo brutto. Intanto si rendeva felice con piccoli espedienti. Si alzava al mattino presto per disporre delle sole ore silenziose del giorno e girava a piedi nudi per la casa toccando gli oggetti e immaginando di preparare il caffè per un papà sorridente che si sarebbe svegliato tra poco, come si vedeva nelle pubblicità delle merendine. Ritornava a letto appena sentiva i rumori del risveglio nella stanza che la madre divideva con l’amante di turno. Quando compì quattordici anni, l’amante della madre era un trentenne dagli occhi color miele che sosteneva di chiamarsi Johnny e si concedeva in cambio di regali costosi che sceglieva personalmente. Una volta che aveva chiesto un orologio di marca, la mamma era stata nervosissima per una settimana e aveva costretto le sorelle a fare gli straordinari per mettere insieme la cifra necessaria ad ancorarlo al suo letto ancora per un po’. Alba non aveva dovuto contribuire allo sforzo collettivo perché Johnny potesse sfoggiare il suo orologio. Nessun uomo aveva ancora avuto il permesso di toccarla. – Per te voglio qualcosa di speciale – le diceva ogni tanto la mamma, mentre guardava il talk-show delle due mangiando cannoli, sdivacata sul divano. Alba accettava il destino come già compiuto. Erano state le sue sorelle a spiegargli che non tutte le ragazze condividevano la loro sorte. Non ti preoccupare, non è tanto brutto, poi uno si abitua, la rassicuravano quando lei chiedeva come fosse la vita dietro le porte chiuse delle loro stanze. 

Due giorni dopo il suo quattordicesimo compleanno, che in casa segnava il passaggio da una vita all’altra e la trasformazione della cameretta di bambina in un luogo di lavoro, la mamma organizzò un gioco a premi dove il premio era lei. Di sera bussarono alla porta quattro uomini. Erano arrivati contemporaneamente e si facevano gran complimenti l’un l’altro su chi dovesse varcare per primo l’ingresso. Johnny li fece accomodare in salotto con gesti da gran cerimoniere, la mamma offrì loro da bere e Alba sedette sulla poltrona a fissarsi le scarpe. Johnny sparì in cucina, ritornò subito dopo con un pacco enorme avvolto in una carta rosa e lo posò trionfalmente sul tavolo. Dal profumo che non era possibile confondere con nessun altro, tutti avevano capito già cosa conteneva. La mamma staccò coi denti bianchissimi il nastro di carta arricciata e apparve una piramide di cannoli giganti, con la crosta scura e la crema di ricotta morbida e grassa da cui affioravano, come tanti occhi, file di ciliegine rosse. – Sono cento. Il premio lo vince chi se ne mangia di più  – Io tengo il conto – disse Johnny posando in centro al tavolo degli incongrui tovagliolini di stoffa ricamati. Alba adesso osservava apertamente i quattro possibili pretendenti: un tipo mingherlino con l’aria da funzionario in pensione, un camionista panzuto coi capelli lunghi che veniva da un’altra città e si fermava ogni tanto da sua sorella Angela, uno vecchio coi baffi e la cravatta. Il più giovane aveva una faccia da assassino e stava rigido come se stesse seduto su delle puntine da disegno. Fissava i cannoli come incantato e formava in silenzio delle parole, muovendo piano le labbra come se pregasse. Nessuno di loro guardò Alba, come se i suoi occhi di ragazzina sulla calvizie del più vecchio, sulla pancia debordante del camionista e sulla faccia da assassino del più giovane fossero una umiliazione appena tollerabile. – Inizia chi tira la carta più alta – disse la mamma, aprendo un mazzo di nuovo di carte da gioco. Ad Alba piaceva annusarle, le carte nuove, le figurine e le teste delle bambole appena comprate, ma si disse che quelle erano cose da bambine e che da quella sera doveva crescere o tutto sarebbe stato più difficile. Immaginò che le sorelle stessero a spiare da dietro qualche porta, e l’idea la fece sentire meno sola in quel momento di naufragio. Cominciò il più vecchio. Raccolse delicatamente il cannolo in cima alla piramide con la punta delle dita e lo portò alla bocca. Masticò a lungo, triturando tutto con un gran lavorìo di mascelle, seguendo una tecnica escogitata al momento ma di certo efficace perché riuscì a mangiare dodici cannoli. Non riuscì a finire il tredicesimo, che passò al secondo concorrente come il testimone in una corsa ad ostacoli. Il secondo fu il camionista col pancione. Divorò sedici cannoli con rantoli di vero piacere tra il rumoroso cric crac della scorza fritta, favorito da un approccio felice alla vita e da uno stomaco allargato da anni di pasti eccessivi. Al diciassettesimo disse – passo – , si allentò la cintura e si ripulì graziosamente le labbra con un tovagliolino di pizzo immacolato. Il tipo mingherlino iniziò la sua gara. In contrasto col suo aspetto azzimato, si gettò sui dolci con voracità e ne trangugiò quattordici in un raptus di ingordigia, arrivò a rosicchiare la crosta del quindicesimo prima di arrendersi. Quello con la faccia da assassino tirò a sé il vassoio, raccolse un cannolo e lo guardò attentamente, lo annusò sporcandosi il naso di zucchero a velo, ne carezzò la crosta con le dita ossute e infine lo addentò, ad occhi chiusi, come fosse l’ultimo pasto di un condannato a morte benedetto dal destino. Strinse e stirò le labbra lungamente, come mandando baci ad una donna adorata che lo lasciasse per breve insopportabile tempo, si rigirò sulla lingua la crema paradisiaca inventata apposta perché valesse sempre e comunque la pena restare a Balarm, e poi mandò giù il primo di diciannove cannoli che assaporò tutti con la stessa delirante voluttà, la fronte sudata, le mani che tremavano e negli occhi una determinazione folle. Non una volta guardò Alba con la sua faccia crudele e non ci furono applausi a suggellare la sua vittoria ma un senso di disastro che scese piano sulla stanza. – Il premio è mio – dichiarò, fugando sul nascere ogni possibile appello. Non aveva detto una parola fino a quel momento e la sua voce roca si rivelò ancora più brutta della sua faccia. La mamma si lasciò sfuggire una smorfia, e Johnny abbassò lo sguardo con un velo di rimorso mentre i giocatori sconfitti li guardavano smarriti, come a sollecitare una squalifica dal direttore di gara. 

Alba aveva seguito la gara incuriosita, affascinata come gli altri da quella idea fenomenale, e solo adesso si ricordò che il premio in palio era lei. Andò ad aspettarlo in camera. Senti gli uomini congedarsi e la porta d’ingresso chiudersi. Non voleva sentire paura. Angela le aveva consigliato di lasciarsi andare perché, diceva, la cosa migliore che puoi fare quando un cane arraggiato ti corre contro è che gli fai un fischio per chiamartelo. La porta della stanza si aprì e lui esitò sulla soglia. La guardava con una tenerezza che Alba non seppe riconoscere, perché nessuno la aveva mai guardata così prima. Chiuse la porta e le si avvicinò, poi, inaspettatamente, scivolò a sedere per terra, come se un filo invisibile che lo teneva in piedi si fosse spezzato. – Mi chiamo Franco – annunciò, schiarendosi la gola come davanti a una commissione d’esame. Poi prese coraggio e disse a bassa voce, come per addolcire il suo tono rauco – tu mi conosci ma non ti ricordi. Mi hai visto passare, a piedi, qua sotto. Prendo questa strada solo per passare sotto al tuo balcone. Alzo la testa e ti cerco e quando ti trovo affacciata vuol dire che la giornata mi andrà bene perché tu mi porti fortuna. Ho preso informazioni se facevi gia il mestiere come le tue sorelle ma quello, Johnny, mi ha detto di no, ancora no. Se mi diceva di si, io lo ammazzavo. Io non ho mai ammazzato a nessuno, ma la gente mi scambia sempre con uno che si chiama come me, e stavolta ne ho approfittato. Quello giallo dallo scanto è diventato. Gli ho detto che ti volevo per me e che pagavo quello che voleva. Che però prima di me non ti doveva toccare nessuno. Che se uno ti toccava lo ammazzavo. E ho passato l’inferno mentre aspettavo notizie. Mi è venuto a cercare l’altro giorno e mi ha detto di questa idea della gara. Che gara, gli faccio io. Tu vieni, poi vediamo, mi ha detto. Allora l’ho pagato, per sapere che gara dovevamo fare, e quando me lo ha detto mi sono sentito male, a me la crema di ricotta mi fa schifo, mi fa. Non ho mangiato due giorni. Se non vincevo, mi ammazzavo.- Alba era sicura di non averlo mai visto prima, quella faccia se la sarebbe ricordata. – Ho parlato con tua madre. Ora ora. Le ho detto che, se ti lascia a me solo, pago quello che vuole. Io lo faccio, per te, se vuoi.- – Che ha detto ? – chiese Alba. Era la prima volta che lui sentiva la sua voce. Le sorrise, come se gli avesse appena fatto un regalo. – Ha detto che ci deve pensare. Ha paura di me. C’è uno che si chiama come me, te l’ho detto, che è pericoloso contrariare. Ma non siamo manco parenti. Io ho solo la ferramenta che mi ha lasciato mio padre. Però tua madre non lo sa, ha paura di farmi uno sgarro, sicuro si è spaventata a sentire il nome. Sennò manco mi faceva entrare, non mi può vedere, forse perché sono brutto. Magari pensa pure che ho un sacco di soldi. Se me ne chiede troppi che faccio? – Alba si sedette accanto a lui. Da sotto il cuscino tirò fuori il coltello da cucina e lo posò sul comodino. – Ammazzala – rispose e la cosa le sembrò tanto naturale che si sorprese di non averci mai pensato prima. Lui le giurò che non l’avrebbe toccata e che poteva aspettare pure cent’anni, e che avrebbe anche ucciso per proteggerla e vegliò il suo sonno fino al mattino dopo. Al risveglio, Alba lo trovò seduto in pizzo al letto, vestito di tutto punto. – Vai a vedere se la devi ammazzare o no – gli ordinò, poi si mise davanti allo specchio cercando di assumere l’aria disfatta e malinconica che aveva visto cosi spesso in faccia alle sorelle dopo una notte con un cliente. Franco andò in soggiorno e trovò la donna seduta al tavolo. Indossava una vestaglia di seta e contemplava i cannoli avanzati, bevendo una tazzina di caffè. Quando Franco le fece la proposta, non rifiutò nonostante l’antipatia che le ispiravano gli uomini brutti, perché correva voce che quel tipo avesse eliminato a colpi di spranga uno che era venuto a chiedere il pizzo nella zona sbagliata. – Va bene. Per quando puoi venire, ti metti d’accordo direttamente con mia figlia – disse con un sorriso finto. Era chiaro che aveva paura, in fin dei conti si diceva anche che, ancora ragazzino, avesse partecipato alle stragi di mafia alla Baharia insieme al Latitante in persona. Lui si cavò dalla tasca il portafogli, tirò fuori i soldi per i primi tre mesi e glieli lasciò sul tavolo con indifferenza, come se non fossero stati tutti i suoi risparmi. Se ne andò senza dire una parola, felice. Alba si chiedeva per quanti soldi la mamma l’avesse venduta. La trovò che mangiava cannoli davanti a un piatto pieno di ciliegine rosse che non le piacevano. La donna la squadrò risentita, come se fosse colpevole del fallimento di progetti arcani. – Se guardi a un altro ti rovino – le disse. Alba non rispose e andò in cucina a scaldarsi un pentolino di latte. Pensò che era un peccato che mamma avesse accettato, sennò adesso l’avrebbe trovata accoltellata alla schiena e invece era là, ancora viva, che mangiava cannoli. 

Le sorelle le manifestarono in tanti modi la loro compassione, visto che si doveva prendere quel mostro che non si poteva guardare manco in fotografia. Franco arrivava il mercoledì e il venerdì alle dieci, puntuale, ma non aveva perso l’abitudine di passare ogni mattina sotto il suo balcone, dove adesso lei si faceva trovare perché lui avesse una giornata fortunata. Le portava in regalo oggetti piccoli e preziosi che potesse nascondere, un orologio, una catenina con un ciondolo a forma di stella, orecchini, braccialetti, profumi, scelti con la massima cura nelle ore che lo separavano da lei. Si stendeva sul letto e leggeva dei fumetti che si portava sempre dietro, mentre lei ascoltava musica col walkman. Spesso parlavano, sottovoce per non tradirsi. Lui le chiedeva di sé e Alba gli raccontava insignificanti episodi vissuti a scuola, che aveva lasciato anni prima, e dei cantanti che stavano sui poster alle pareti e quando finì gli argomenti inventò aneddoti innocenti a cui lui fingeva di credere. Alba viveva da reclusa. L’unica differenza tra la sua vita e quella delle sorelle era il privilegio o la disgrazia di essere destinata alle voglie di un solo cliente e finché tutti avrebbero continuato a crederlo, lei sarebbe stata al sicuro dalle mire altrui. In quei tre mesi lui si spinse fino a levarsi la giacca e le scarpe prima di stendersi a leggere i suoi fumetti, e non la toccò neanche quando lei pensò di offrirglisi per gratitudine. Passati i tre mesi, lui arrivò una sera ad un orario inconsueto. Trovò la madre sdivacata sul divano, in vestaglia di seta, curatissima per la troppa noia e snella per via di un metabolismo ingiusto. Lei scorse Alba, che stava sulla porta della sua stanza con lo zainetto sulle spalle e la guardava con un odio sereno, e si mise a sedere, stupita. – Scordati il nome di tua figlia – disse lui e siccome correva voce che avesse incaprettato due esattori di un clan avversario solo la settimana prima, la donna annuì senza capire bene cosa stesse succedendo. Solo quando vide Alba uscire di casa tenendolo per mano, un dubbio appena percettibile si fece strada nella sua ordinata visione del mondo. Poi andò ad aprire il frigo ed affogò dentro una fetta di cassata. Alba non la rivide più, dopo qualche anno seppe dalle sorelle che era morta strozzandosi con una scorza di cannolo che, per ingordigia, aveva dimenticato di masticare. 

Germana Fabiano (tratto da Balarm)

Balarm

 

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11 pensieri su “CANNOLI (da Balarm, di Germana Fabiano)

  1. Bellissimo racconto! Non conoscevo Germana Fabiano, è fortissima. Grazie per avercela fatta conoscere, corro a cercarla in libreria

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