HO FATTO UN SOGNO

Falcone e BorsellinoP – Non te lo dico neanche il sogno che ho fatto stanotte
G – Tu sei pericoloso in fatto di sogni. Amuni’, stai morendo dalla voglia di dirmelo
P – L’altra sera, dopo che abbiamo festeggiato il tuo 75° compleanno, sono andato a dormire allegro e al contempo anche un po’ malinconico. Ed ho fatto questo sogno. Sarà stato per la cena divina che avete preparato tu e Francesca. A proposito, da quando hai imparato a cucinare?
G – Da quando abbiamo arrestato l’ultimo grande latitante, in quel casale in campagna a Castelvetrano. Era il momento di smettere con quella vita. Che lo sai meglio di me, che vita di merda che era, Paolo. Ma preso lui, io e te potevamo andarcene in pensione. Abbiamo vinto. Abbiamo vinto, Paolo! Ti ricordi quando mi dicevi che ero una testa di minchia perché pensavo di battere la mafia con la legge? Come vedi, tanto testa di minchia non ero! Quante ne abbiamo superate insieme? Quante? Quante menti raffinatissime o molto rozze hanno tentato di ostacolarci e di farcela pagare? Ecco, quella sera ho iniziato a dedicarmi ad altro. A tutte quelle passioni accantonate per una vita. Tra cui la cucina. E il mare. Ti ricordi quando ci hanno mandato in “vacanza” all’Asinara?
P – Caspita, ci prelevarono in piena notte come fossimo noi i detenuti e ci portarono sull’isola, in un carcere dismesso.
G – Un pomeriggio tu stavi per crollare. Non dormivamo mai, tu eri in pensiero per tua figlia, non stava bene e avevi dovuto allontanarti d’improvviso. Ti dissi di prenderti una pausa, te lo ricordi? Ci avrei pensato io ad andare avanti con l’istruzione del maxi-processo. Sai, in realtà stavo per dirti di farci una nuotata. Ma c’era troppo lavoro da fare e volevo che tu riposassi un po’. Tu devi averlo capito, perché mi hai guardato in silenzio per qualche minuto, poi ci siamo fatti una risata fragorosa. Non riuscivamo più a smettere di ridere.
P – Lo ricordo. Quanto abbiamo riso io e te, eh Giovanni? La gente pensa che siamo stati sempre seriosi, impegnati sul lavoro o a piangere amici e colleghi morti ammazzati. Il che è vero, purtroppo. Ma quanta vitalità abbiamo avuto, quante risate, quanta energia, nonostante tutto. Con noi nemmeno la morte ci poteva, Giovanni.

G – Me lo dici allora questo sogno?

P – Fai gli scongiuri, Giovanni. E mettiti comodo, il sogno è lungo e articolato. Ho sognato che 22 anni fa, proprio in questo periodo, a ridosso del tuo compleanno, ti ammazzavano. Ti facevano saltare in aria, insieme a Francesca e a tre uomini della scorta
G – Minchia che allegria, Paolo! Ma non potevi sognare che morivi tu??
P – E chi ti dice che non lo abbia fatto? Aspetta, fammi continuare. Sai la cosa più folle? Ti ammazzavano sventrando un’autostrada, in pieno giorno, un sabato pomeriggio. E tu, che sei sempre “tintu”, pure nei sogni, a momenti li fottevi e non morivi. Rischiavi di farla franca, di nuovo, dopo l’Addaura, malgrado quattro quintali di tritolo.
G – E scommetto che tu, come nei film americani, dopo aver versato lacrime al mio funerale, prendevi in mano le indagini e arrestavi tutti i colpevoli!

P – Avrei voluto farlo. Non me l’hanno permesso. Perché, scusa, ti pare che ti abbandonavo? Dopo 57 giorni tocca pure a me. E sai, è strano quando uno sogna la propria morte e poi il sogno non si interrompe, continui a vedere quello che succede dopo, con gli stessi occhi. Dopo “l’attentatuni” che ti fanno all’altezza dello svincolo per Capaci, io cerco di capire. Ci sono troppe cose strane. Sul luogo, una collinetta sopra l’autostrada, da dove azionano il telecomando per l’esplosione trovano mozziconi di sigaretta e tracce di cellulari clonati che rimandano a una centrale operativa dei Servizi Segreti a Roma. E informative dei giorni precedenti ignorate. Figurati, nel mio sogno ci sono anche coincidenze temporali particolari: tu muori mentre è in corso l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, dopo che è stato assassinato a Mondello il luogotenente in Sicilia di Andreotti. Com’è che hai sempre detto tu, Giovanni? Il “gioco grande”. Tanto grande, tutto quello che ho visto in questo mio intreccio onirico…

A quei tempi, nei primi mesi del ’92, te ne stavi a fare la bella vita a Roma e da incosciente te ne uscivi la sera a cena a volte senza scorta. Ti vidi sereno, un paio di volte, a Roma. Era da tanto che non ti vedevo allegro, in quel periodo. Il mio sogno parte da lì: è un sabato pomeriggio, io sono dal barbiere e mi avvertono che c’è stato un attentato. Capisco che sei tu e mi precipito all’Ospedale Civico. Mi muori tra le braccia. Il sogno continua. Dopo la tua morte mi candidano alla Super Procura Antimafia che tu avevi ideato, mi sovraespongono, mi tirano per la giacchetta in tutti i modi. Ma io ero arrabbiato, Giovanni. Avevo così tanta rabbia, per la tua morte, che quasi mi serviva per lenire il dolore. A casa mi facevo vedere poco, ero sempre nervoso, mi confidavo solo con Agnese. E le dicevo che il prossimo ero io, con tutta la tensione che puoi immaginare. Volevo quasi che i ragazzi cominciassero a distaccarsi da me. Ma soprattutto volevo prendere i bastardi che ti avevano ammazzato. Ti ricordi quando si pentì Mutolo e iniziò a fare nomi eccellenti, coinvolgendo nostri colleghi e il numero due dei Servizi? Ecco, nel sogno, tutto questo accade dopo che tu sei saltato in aria a Capaci. E accadono tante cose strane. C’è un cambio, apparentemente incomprensibile, di Ministro dell’Interno. Subentra un democristiano, che mi convoca d’urgenza proprio mentre sto interrogando Mutolo. Arrivo al Ministero e sai chi incontro là con lui? Proprio il numero due dei Servizi di cui avevo appena saputo che era colluso.

G – E che dice, dopo, nel tuo sogno il Ministro, come spiegherà la presenza del tipo da lui?

P – Minchia, Giovanni, sei proprio “sbirro” nell’anima, cogli subito particolari investigativi importanti, pure quando si tratta di sogni! La cosa divertente è che il Ministro se la nega. Pure quando poi, a distanza di vent’anni viene indagato, nega tutto. Nega di avermi fatto chiamare, dice che probabilmente si, mi avrà pure salutato, tra le centinaia di persone che avrà salutato quel giorno, ma non ricorda.

G – E poi perché fanno saltare pure te, dopo così poco tempo? Non è “normale” nella logica di Cosa Nostra.

P – Guarda, nel mio sogno, che arriva fino ai giorni nostri, questo non è troppo chiaro. Una trama allucinante, Giovanni. Figurati che c’è di mezzo persino un processo con sentenze passate in giudicato che a un certo punto si scopre essere tutta una montatura. Un depistaggio. Tutto da rifare, c’è stato un pupo manovrato da alcuni “pupari”, per la verità una storia che “fa fetu” marcio, fin dall’inizio. Per ammazzarmi mettono un’autobomba in pieno centro, una domenica pomeriggio di luglio, trasformano Palermo in un avamposto di guerra, con palazzi distrutti e pezzi di corpi sparpagliati per centinaia di metri. E’ un caso che i morti siamo “soltanto” sei. Qualcuno fa sparire la mia agenda rossa, sai, quella dove appunto tutto. E qualcuno vuole far credere che tutto questo l’abbia organizzato un picciuttazzu di borgata.

G – Vuol far credere… e ci riesce, se mi dici che il processo regge fino al terzo grado.

P – Eh si, questa è la cosa pazzesca. Da cose come questa si capisce che è proprio un sogno, anzi un incubo, cose del genere non possono succedere nella realtà! Va bene che siamo in Sicilia, va bene che siamo in Italia, ma c’è un limite a tutto! Oh no??
Anche perché… mica finisce qua.

G – C’è pure dell’altro? Ma che fa,  Paolo, la sera prima di addormentarti ti sei visto la serie completa de La Piovra?
P – Sai cosa? A pochi giorni dalla tua morte vengo a sapere che qualche pezzo grosso dei Ros tenta di intavolare una specie di “trattativa” con Riina e Provenzano, attraverso l’ex sindaco corleonese che era ai domiciliari. Ma a casa del quale, a quanto pare, entravano e uscivano a piacimento super-latitanti senza problemi. Secondo te che faccio io quando vengo a sapere di questa trattativa?
G – Ti incazzi come una bestia.
P – Appunto. Ti pare possibile che noi, che siamo lo Stato, ci mettiamo a negoziare con questi assassini? Posso capire che si tenti di infiltrare qualcuno, questo è normale. Lo si fa, lo si è fatto. E se qualche politico spregiudicato lo viene a sapere e non capisce che sono argomenti delicatissimi, può finire a schifìu, come quel galantuomo del maresciallo di Terrasini, che si suicidò per certe insinuazioni. Ma trattare no, non è ammissibile. E poi è stupido, controproducente. Infatti, puntualmente, dall’altro lato sai come rispondono? Col “papello”, scritto personalmente da Riina. Vogliono l’abolizione del carcere duro, leggi contro i pentiti e altre simili amenità. Hai capito a che punto, senza di noi, arriverebbe lo Stato, caro Giovanni? Ti rendi conto cosa sarebbe potuto accadere se davvero Falcone e Borsellino fossero morti in quella estate del 1992? Chissà quante ne avrebbero combinate.
G – Nel sogno cosa combinano? Fammi sentire la tua fantasia onirica cosa ha partorito…
P – La cosa più -come dire?- “divertente” sai qual è? Ti ricordi i pezzi di merda e traditori che ti votarono contro quando dovevi diventare Procuratore Capo a Palermo? E ti ricordi tutti i giornalisti, i politici, i colleghi che ci hanno sempre dato addosso? Quelli che ci hanno bollato come carrieristi, quelli che di te hanno detto, quando te ne andasti a Roma, che ti eri venduto ai socialisti e a Martelli? E quelli che dissero che il fallito attentato all’Addaura te lo eri fatto da solo, te li ricordi tutti questi, Giovanni?
G – Certo che me li ricordo, come potrei dimenticarli.

P – Dopo che ci ammazzano, diventiamo eroi per tutti. Ci hanno pure intitolato l’aeroporto di Punta Raisi, Giovanni, siamo diventati famosi, “grazie” al tritolo! I turisti atterrano da tutto il mondo e cosa ti trovano, subito? Aeroporto Falcone e Borsellino. Pensa che un politico, uno di quelli che per diversi anni dominava in Sicilia, ebbe a dire che era inopportuna questa denominazione, proprio perché richiamava alla mente dei visitatori subito la mafia. D’altra parte, il politico in questione era del partito del “nuovo che avanza”. Per quello che è successo dopo, forse avanza verso le patrie galere.

G – E’ la solita storia di sempre, Paolo. Lo dicesti tu, in una intervista rimasta celebre: non si può delegare tutto alla Magistratura, se la politica non vuole fare pulizia al proprio interno, a prescindere dagli atti processuali. Quindi, mi stavi dicendo, dopo che mi ammazzano i miei tanti nemici diventano tutti amici ed estimatori? Bei sogni che fai, Paolo…

P – Ridevo nel sonno, Giovà, a vedermi queste scene. Sai, frasi ad effetto, commemorazioni, ogni anno venivano a ricordarci nei luoghi dove ci avevano ammazzato. E tutti amici, minchia, tutti, pure quelli che ci hanno pugnalato alle spalle senza scrupolo! Ad ogni intervista, ad ogni articolo di giornale, questi qua ci chiamavano per nome: “Paolo e Giovanni di qua, Giovanni e Paolo di là…”. Come fossimo intimi e loro si fossero sempre comportati da galantuomini. E invece…

G – Invece hanno fatto di tutto per renderci la vita impossibile. Te lo ricordi, vero, perché fui costretto ad andarmene a Roma? D’altra parte, in tutti questi anni è successo ancora. A volte, ti ho dato ragione: solo una testa di minchia può pensare di sconfiggere la mafia. Non solo i politici, ma a volte pure gli intellettuali, i nostri stessi colleghi, quelli del Csm, ci hanno dato addosso, in modo più o meno velato. Secondo loro, dopo dieci anni avremmo dovuto smettere di occuparci di inchieste di mafia. Ti immagini, Paolo? Io e te, che forse qualche conoscenza sul campo ce l’abbiamo, a un certo punto dovevamo farci da parte. Dove volevano mandarti? Agli abusi edilizi?

P – Mi ci hanno pure mandato, per alcuni mesi, eh, non dimenticarlo. Insieme a quel nostro giovane collega, quello camurrusu per loro e testardo come noi, che non arretra di fronte a niente e nessuno, minacce inquietanti e lettere anonime incluse. Ci facevamo le passeggiate nelle ville con le verande abusive, pensa che soddisfazione. Poi, finalmente, è successo quello che abbiamo sempre sperato.

G – I nostri concittadini, i nostri connazionali, si sono ribellati. Finalmente! I Siciliani sono scesi in piazza, si sono messi a denunciare le richieste di pizzo, i tentativi di corruzione, i compromessi, le raccomandazioni. Hanno denunciato i candidati alle elezioni quando offrivano posti di lavoro, o buoni spesa, o appalti, in cambio di voti. Non è successo tutto insieme, naturalmente. Ci sono voluti anni, ma piano piano tutti hanno compreso quanto è bello quello che tu chiamasti “il fresco profumo della libertà”. E ora, dopo secoli di oppressione mafiosa, non esiste più il pizzo, l’omertà, la violenza. I Siciliani vivono la nostra splendida terra, in piena libertà. Sembrava impossibile, eh, Paolo?

P – Si, sembrava impossibile. Nel sogno che ho fatto, a un certo punto, pochi minuti dopo l’attentato contro di me, il nostro caro Antonino Caponnetto lo vedo piangere e dire: “è finito tutto. Tutto”.
G –  Invece no, ce l’abbiamo fatta, Paolo. Possiamo goderci la pensione. Tu ti godi i tuoi splendidi nipoti, io finalmente non dovrò imporre a Francesca ritmi infernali e una vita a metà. Mi dispiace solo una cosa, sai, Paolo. Non aver voluto figli. Ero troppo sicuro che sarebbe andata proprio come nel tuo sogno, che presto o tardi me l’avrebbero fatta pagare, non me la sono sentita di procreare per poi lasciare al mondo degli orfani.
P – E’ andata così, Giovanni, è stato il tuo grande sacrificio, l’ennesimo, per questa terra. Adesso sei un eroe. Non è vero che bisogna morire tragicamente per esserlo, vedi? A proposito, hai impegni domani?
G – No, perché?
P – Nel mio sogno domani ci sarebbe la commemorazione della tua morte, per il 22° anniversario della strage di Capaci. Ci vieni? 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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6 pensieri su “HO FATTO UN SOGNO

  1. Bellissimo. Hai sognato quanto e’ tristemente rimasto inespresso nelle anime dei tanti siciliani onesti. I cui destini sarebbero stati molto diversi oggi. Bravo, Basilio, inizio a seguirti con grande ammirazione e ……… posso dirlo? ……stupore. Oggi vivo lontano da Palermo, ed ho il rammarico cocente di non aver per tempo intuito la tua profonda sensibilita’. Un caro, caldo saluto.

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