LA FATICA DEL DOPPIO

Gemelli con occhialiSe sei figlio di due isole, due nazioni, due culture diverse anche se simili; se sei fisicamente ingombrante e pesi di fatto per due; se persino lo Zodiaco, nel quale pure non credi, attesta che sei dei Gemelli, con ascendente Bilancia; se anche caratterialmente sei un coacervo di opposti che convivono nella stessa anima e nella stessa testa, beh, allora rassegnati, non hai scampo: sei duale. In altri termini, doppio.

In tutti i sensi. Fosse solo fisicamente, sarebbe il meno. Certo, non è simpaticissimo che quando arrivi tu al cinema e cerchi un posto, avverti un crescente brusio di angoscia, e anche nella penombra scorgi nitidamente gli sguardi e le parole non dette: “speriamo non si sieda proprio nel posto davanti a me, altrimenti non vedo più niente”. O che quando sali in aereo, prima ancora che fiati, proferisca parola o cerchi il posto a te assegnato, la hostess dai capelli biondo slavati, il corpo da fotomodella e il sorriso di plastica, ti chieda se hai bisogno della extension, la cintura supplementare. A quel punto, diventa un punto d’onore: a costo di viaggiare in apnea per tutta la durata del volo, col segno della cintura che ti resta impresso sulla pelle per tre giorni come stimmate tanto è stretta, tu rispondi con finta superiorità e sorriso ancor più finto: “no grazie, non mi occorre”. Ci sono momenti in cui vorresti mimetizzarti col cielo, passare inosservato e filare via tra la gente come una nuvola color aria; invece no, con quella fisicità che ti ritrovi, inosservato non ci puoi proprio passare. Anche questo, un buffo contrasto.

A volte capisci che viaggi su un binario -manco a dirlo- doppio. Ti senti leggero dentro e pesante fuori. Non ti dispiace la tua anima, o in genere, la tua sfera del pensiero e dei sentimenti. Invece, ti senti quasi un ospite casuale del tuo aspetto esteriore. Infatti, eviti lo specchio. Come la peste. Che ti avrà fatto mai, povero specchio?

Li vedi lì, tutti e due, attaccati come con la colla. Tu e l’altro te. E ogni tanto uno vorrebbe mollare l’altro, lo prende a calci, proprio. Quello sembra accettare la resa e abbandonare il campo, ma poi ha improvvisi colpi di reni, come nei combattimenti all’ultimo sangue dei film americani, quando uno dei due protagonisti pende dal terrazzo del 284simo piano di un grattacielo di Manhattan, sembra spacciato, ma con uno scatto improvviso sovverte l’inerzia e riprende il sopravvento. Ecco, la sequenza del combattimento sul grattacielo in un film, fosse pure il più fantascientifico, cazzaro, impossibile del cinema americano, dura al massimo 10-15 minuti; se a te invece, metaforicamente, va avanti una vita intera, come la mettiamo?

Siccome però sei un essere razionale, mentalmente sano e non bipolare, decidi di affrontare i problemi e cercare di risolverli. Con serenità, magari anche con ironia. Per esempio, il sovrappeso: ti metti a dieta. Gli esperti ti raccontano che potresti essere affetto da quello che chiamano “Binge Eating”, tecnicamente, disturbi nel comportamento alimentare. In effetti, tanto equilibrato non sei, eh. Oscilli dal salutismo talebano, tutto semi di zenzero e cyclette, spinaci lessi e petto di pollo, al discontrollo più sfrenato, quello per cui quando ti chiedono se preferisci il dolce o il salato vai in paranoia e dopo un po’ rispondi, a te stesso prima che all’interlocutore: ma perché cazzo dovrei scegliere? Prima il salato e poi il dolce! E così, la parte di te rigida, determinata, dalla volontà ferrea, lascia facilmente campo a quell’altra. Quella godereccia allergica ai sacrifici. Che è anche simpatica, in fondo, una simpatica canaglia. Quel tu è brillante, intelligente, filosofico, ma godereccio; in ossequio alle tue origini, decisamente ateniese. E invece nella vita a volte serve essere spartani. Duri, con se stessi e con gli altri. 

Insomma, una vita di dualismi. Gioco di specchi e tu in mezzo, a guardarti riflesso e a non capire dove sei, tu, veramente. Chi sei, chi vorresti essere.

La pallina che danza sulla rete, nel tennis: un attimo interminabile, sai che non resterà lì in equilibrio: sta per cadere, cadrà. O al di qua della rete, o al di là. E tra una ipotesi e l’altra c’è una distanza fisica di un paio di centimetri, ma l’esito reale è opposto. In un caso, è bianco, è punto vincente, è sorriso, è fortuna che ti sorride; nell’altro, è nero, la beffa, punto all’avversario e rimpianto.

Alla fine, realizzi che non esiste una soluzione definitiva, che la partita la giochi punto su punto e accetti gli errori che fai e tutte le volte che la pallina si ferma al di qua della rete. Assorbi rabbia e dispiaceri, e vai avanti a giocartela, nonostante le zavorre che tu stesso hai portato con te.

E’ una faticaccia portarsi appresso due di te stesso: uno che va forte e uno che rallenta, uno che mangia troppo e uno che sa fermarsi, uno che ama incondizionatamente e uno che è egoista, uno che riesce a spostare il mondo e uno che stenta a spostare pure se stesso. E’ una faticaccia, e tu che sei essenzialmente un pigro, te la devi sobbarcare. La faticaccia di vivere che è anche il più grande dei piaceri. 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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9 pensieri su “LA FATICA DEL DOPPIO

  1. É vero. Io non ho molti chili in più, ma i pantaloni tirano ugualmente in cintura, quindi ti capisco. Il racconto/riflessione é valido e mi piace. Se sei d’accordo lo terrei buono per il numero di settembre/novembre insieme a Caterì. Sempre che tu non mi mandi altre cose.
    Comunque complimenti e ora vado: ho yogurt e crusca che mi aspettano. Un abbraccio.

  2. Leggere questo racconto all’una di notte è stato deleterio!
    Speravo di prender sonno, invece mi sono messo a ridere da solo…
    Adesso sarò “costretto” a leggere altri racconti😆😆😆

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