MI SONO INNAMORATO DI TE

Luigi TencoMi sono innamorato di te. Non come Luigi Tenco: non è che non avessi niente da fare.
Mi sono innamorato di te, perchè… non poteva che andare così.

Come la tessera che sta lì, da sola, e per un colpo di vento o chissà cosa si ritrova accanto un altro pezzo apparentemente distinto e distante. Un mosaico che non c’è, non c’era. Una specie di magia: la tessera non sa di essere parte indefinita di un tutto, prima. Lo capisce solo accanto a quell’altra: il mosaico si compone, nessuno può più dividerlo.

Mai. Almeno così credo di aver letto da qualche parte. E comunque, chiunque lo abbia scritto, doveva essere convincente, perché mi ha convinto.

Mi sono innamorato di te. Non come Luigi: avevo un sacco di gente da incontrare, il giorno. Infatti la incontravo. Gente bella, brutta, amici, donne, femmine, prede, cacciatori, comparse, maschere, protagonisti. Il mio ego in mezzo a ballare sul mondo, inquieto, come sempre; una faccia che rideva e una che piangeva, come sempre.

Mi sono innamorato di te. Non come Luigi: io la notte non avevo molto spazio per sognare qualcuno. Malinconico lo ero, a volte, sì, ma sognavo a occhi aperti e chiusi, di giorno e di notte, sognavo, vivendo, da sveglio, ubriaco anche senza bere. Avevo troppe cose da fare per dormire a orari regolari. Ero felice, non della felicità presente, che, se c’era, giaceva sotto strati troppo spessi di adrenalina, per manifestarsi con la dirompente limpidezza che dovrebbe avere; ero felice della vita, della promessa di felicità del futuro, ero felice non so neppure di cosa, persino nel dolore, che ospite niente affatto gradito aveva voluto conoscermi, presentarsi, abbracciarmi di quegli abbracci che non vorresti mai, eppur non riesci a sfuggirli.

Mi sono innamorato di te, anche se avevo altri programmi prima di innamorarmi, progetti da realizzare, esperienze da fare, emozioni da provare. E libertà. Autostrade infinite di libertà, che portavano nessuno sapeva bene dove, sempre al confine con la sua forma più assoluta, che coincide con la solitudine. Si, volevo anche quella ebbrezza lì: conoscere bene, ma proprio bene, l’universo femminile, magari capire, finalmente, perché mi ammaliasse così tanto, da sempre. E niente allusioni, sai bene che non è (solo) una questione di testosterone giovanile.

Ma poi mi sono innamorato di te. E ho dimenticato cosa stessi cercando, ammesso che lo sapessi. Anzi, non l’ho dimenticato: non aveva più importanza. Ero lì, eri lì, noi due, cos’altro avremmo dovuto cercare?

Era tutto chiaro, forse il destino esiste e forse no, il nostro, comunque sia, si presentò così. In quel modo strano, tra serate di pioggia in luoghi affollati e improbabili, quando eravamo inconsapevoli della tela che si stava tessendo, tra volti, pensieri, parole, addii consumati e dispiaceri dati con dispiacere. Perché, come dice un altro mito giovanile, uno scoglio non può arginare il mare. E ci sono mari in cui sai che devi perderti, perché è l’unico modo di ritrovarti, o di trovarti, finalmente.

Mi sono innamorato di te, tu di me. Io coi miei mille giochi di specchi e i miei dubbi perenni che per una volta, almeno per una volta nella vita, erano spariti, solo certezze. Tu con la tua immediatezza, la sensazione di casa al solo guardarti, i tuoi occhi che dicono tutto e mi rendono migliore se solo mi guardano. Io, con la mia “fernicìa” che scompare quando mi innamoro di te, ma che prima o poi riappare e torna a tormentarmi. E a tormentarti.

Io e tu, noi due. E quello che sarebbe stato. Era tutto chiaro, come quando un quadro è finito, metti via il pennello, non c’è niente da aggiungere, è così, proprio come deve essere. I singoli colori che lo compongono sono terribilmente imperfetti, così diversi tra loro che nessun pittore avrebbe potuto pensare di abbinarli, eppure il quadro è perfetto. C’è solo da conservarlo. Niente altro che proteggerlo dagli agenti atmosferici e dalle insidie del tempo. La perfezione non esiste quasi mai, si manifesta nella follia di pochi attimi, a volte, ma è fragilissima e conosce solo il presente, l’attimo fuggente, non promette di durare oltre la magia di due corpi sospesi nel vuoto.  

Il resto dipende da noi. E dal destino, che esiste o forse no, ma non conosciamo altre parole e allora sì, diciamo che dipende da lui. Il tempo, la cura, l’incuria, gli errori, le insidie, i sacrifici, l’immaturità, l’egoismo, i progetti, qualche silenzio e qualche parola di troppo, i modelli sbagliati a rimpiattino, tutto ciò per cui prima o poi ci ricordiamo che non si è pronti, che si è pronti a tanto ma non a tutto, tutte quelle cazzate che sappiamo fare, che siamo bravi a fare. E tutto il macigno di quella nostra inesorabile diversità, quella nostra scommessa forte e sfrontata di completamento più che di conflitto, di complementarietà più che di incompatibilità.

Le due tessere distinte e distanti, sempre loro, e il mosaico magico. E tutti quei sorrisi. Quanto ci siamo innamorati per tutti quei sorrisi. E allora il destino dipende da noi. Lo sappiamo che sarà dura, ce lo siamo detti. Forse, a volte, questo regista invisibile delle nostre vite che chiamiamo destino ha pure esagerato, non ci ha fatto mancare nulla, di lacrime e di sangue siamo diventati esperti.

Ma la promessa era resistere. A tutto, anche se non sapevamo bene a cosa, allora. Alla piccola meschina o veniale bugia, alla rabbia, a quei stracci in quel lungo volo di quel lungo finale da scongiurare, se si può. Ai rimorsi, ai rimpianti senza sbocco, allo spreco di tutto per niente, l’altare del nulla cui tutto rischia di essere sacrificato. La promessa era resistere, perché non c’era nulla al mondo che valesse la pena di più che proteggere quel nostro guscio costruito dal nulla.

Da Luigi Tenco a Luciano Ligabue, “è un peccato per quelle promesse, oneste ma grosse”. Le nostre sembravano oneste, ma grosse… il giusto. “L’amore conta e conta gli anni a chi non è mai stato pronto”, ma quando ti innamori scopri che pronto lo sei sempre stato. Ci sono 40 anni di distanza tra queste due canzoni, ma stanno lì e hanno entrambe la loro Verità: Mi sono innamorato di te. E l’amore conta.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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