IL MIO PROFESSORE

attimo fuggenteA me piace raccontar storie. Ebbene, qui, più che un racconto, siamo ad un tuffo nella memoria, nel mio vissuto di adolescente. In un’epoca cui ripenso con tenerezza, per l’innocenza, i sogni, le ingenuità. Di questo vissuto fa parte una persona che chiamerò semplicemente il mio professore. Un tributo ai maestri in senso lato. A chi insegna, o dovrebbe insegnare, l’arte, la letteratura, la poesia, le regole grammaticali, le equazioni, a chi fa faticare, piangere, passare nottate insonni prima dell’ultima interrogazione e che è determinante per fare dei ragazzi di oggi gli uomini di domani. A quei tempi, a 15 anni, forse, non capivamo bene quanto fosse importante avere un modello a tutto tondo; dopo l’abbiamo capito. E adesso vorremmo che i nostri figli, nel loro percorso formativo, incontrassero figure simili. I più preziosi alleati dei genitori, coloro che meglio di chiunque altro possono aiutarci a farli crescere, a volte anche supplendo alle nostre lacune.

Dunque, gli anni del mio liceo. Tra i muri alti e spesso scrostati della mia vecchia scuola, dove Virgilio e Platone passeggiavano dandosi la mano. Attraverso le voci e i volti di personaggi che diventavano anch’essi parte di quel Mito che raccontavano: i Professori. Credo che ogni persona adulta abbia uno o due professori che ricorda con particolare affetto. Quelli che gli hanno fatto amare Dante o Leopardi, Sofocle o Aristotele, Eraclito o Hegel. La trigonometria, l’algebra o la chimica. Io i miei li ricordo quasi tutti con affetto, ma uno più degli altri: insegnava latino e greco, triennio del liceo classico, in quei lontani Anni ’80. 

Era una stradina stretta, piena di storia e di abbandono, di cose da raccontare cui a pochi pareva importare qualcosa. Come tutta quella zona di Palermo, così ricca di passato e così povera di presente. Tuttavia, era proprio lì, in quella stradina stretta nei pressi della Cattedrale, nel cuore della città vecchia, che sorgeva uno dei luoghi più carichi di tradizione e di storia della città: il liceo più antico della città, il Vittorio Emanuele II, attivo dal 1860. Plesso centrale, a quei tempi, nel 1984, in via del Giusino, dove ancora erano ben visibili le tracce dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, la parte più antica della scuola, confinante con un altro edificio “sacro” come la Biblioteca Regionale, a pochi metri dal  Convitto Nazionale e ancora, da altre macerie, residuati bellici, alle spalle di Piazza Sett’angeli. Splendore, cultura, nobiltà, incuria e macerie: la metafora perfetta della mia Sicilia era tutta lì, concentrata in pochi metri.

Avevo finito il ginnasio, il biennio iniziale, e ora mi apprestavo, con curiosità e un pizzico di ansia, alla parte più prestigiosa, quella dei “grandi”, il Liceo, gli ultimi tre anni. Le materie più interessanti, i personaggi e i professori più conosciuti. Del giovane docente di latino e greco tutti dicevano un gran bene, che fosse elegante, cordiale, colto, di gran classe: alunni, ex alunni, genitori, colleghi. E naturalmente anche le ragazze, dato che era il professore indiscutibilmente più “bello”, fama che ogni tanto lo imbarazzava fino a farlo persino arrossire. Dai ragazzi era considerato uno con cui si studiava, e pure parecchio, ma questo non gli impediva di essere ben voluto. Quasi adorato. Oggi si direbbe che era il più “empatico”. Al ginnasio, lo avevo incrociato qualche volta nei corridoi, salutandolo timidamente, ma ora Lui non era UN professore delle classi dei grandi, ora era IL MIO professore di Latino e Greco. Che come noto, al liceo classico non è esattamente una materia secondaria. In questa nuova veste, lo vidi la prima volta non in classe, ma in quella stradina adiacente l’ingresso della scuola, al secondo o terzo giorno di scuola. Io ero con un paio di compagni, stavamo discutendo animatamente; i temi, per noi adolescenti dell’epoca (sospetto anche di oggi) nel 99% dei casi, non potevano che essere due: uno era il must di ogni generazione, entità astratta e al contempo quanto mai concreta, acqua e fuoco, terra e cielo, le femmine. Che già allora erano la sintesi perfetta del duale dentro cui tanti di noi avrebbero oscillato da adulti: purezza e idealizzazioni da un lato, pulsioni intense e a volte candidamente torbide dall’altro. Il secondo tema obbligato ex aequo era il Calcio, di cui appunto stavamo dibattendo animatamente quel giorno. Agli occhi di noi maschi cui non piaceva vedere disprezzato il Dio Pallone, considerato da alcuni alla stregua di una passione per trogloditi e italiani medi di fantozziane fattezze, il Nostro era ancora più mitico in ragione del fatto, che pur dall’alto della sua indiscussa e indiscutibile cultura “superiore”, era tuttavia urbi et orbi noto come appassionato di calcio, nonché, nello specifico, tifosissimo della Roma. Una sorta di alone leggendario circondava per esempio la narrazione, che avrei scoperto presto assolutamente autentica, delle epiche disfide calcistiche della domenica di buon mattino, al disumano orario delle 8, estate o inverno che fosse, caldo o freddo, pioggia o sole. Finito il liceo, per alcuni anni partecipai anch’io, spesso senza aver dormito, a prosecuzione di nottate più o meno brave. Il mio professore era un arcigno “terzinaccio” di quelli all’antica, elegante anche in campo come da par suo, ma col vizietto, a volte, in modo del tutto bonario, di rifilare qualche calcione ai malcapitati attaccanti avversari che si aggirassero dalle sue parti. 

Tornando a quella famosa mattina, dunque, istintivamente, senza metterci d’accordo, alzammo un po’ il tono della voce, per farci sentire e avere un pretesto per attaccare bottone col nuovo professore, presentarci, rompere il ghiaccio e finalmente conoscerlo. In verità, lui ci vide, sorrise, ci salutò, probabilmente colse il tentativo di approccio, ma ci calcolò appena: fu cortese (mai visto essere scortese con nessuno in oltre 30 anni che lo conosco), ma distaccato. Non è che ci restai male, però cominciai a temere che forse era simpatico e affabile con gli altri, quando non sei suo alunno. E che invece con noi, ora che eravamo suoi alunni, sarebbe stato caloroso come una fresca brezza polare.

In realtà, non sarebbe andata così.

Non c’era alcun formalismo vacuo e sciocco in lui, al contrario, la sua cordialità trasmetteva umanità vera, non fredda cortesia. Naturalmente, quando si ha un ruolo delicato, occorre equilibrio nei rapporti. L’alunno non deve vedere nel docente il compagno o l’amico di giochi, esattamente come il figlio coi genitori, ma deve sapere di poter contare su una figura che lo aiuterà a crescere, a imparare, a formarsi. Ruoli distinti, anche se tutt’altro che distanti. Il mio professore, d’altra parte, era sempre disponibile per tutto e per tutti, non si tirava mai indietro. Da lui ho appreso, e mai più dimenticato, la linea di confine tra un uomo, tout court, e un uomo che cerca di essere migliore. Ho appreso, e mai più dimenticato, che sono soprattutto due le cose che fanno la differenza: cercare di fare sempre il proprio dovere, per se stessi, a prescindere da qualsiasi riconoscimento esterno, e cercare il Giusto. Orientare il proprio comportamento in base al senso di giustizia. Era un conservatore, ma a suo modo praticava la più grande rivoluzione, quella che passa dal fare del proprio meglio, ogni giorno, verso tutti. Verso i primi o verso gli ultimi, verso i compagni, il preside, i bidelli, verso un estraneo, verso un figlio, verso chi è sano e chi è malato. Non sprecare la propria umanità tirandosi indietro o fermandosi alla superficie delle cose, cercando scorciatoie, percorsi facili.

Cose come queste le ho imparato, al di fuori della mia famiglia, da poche persone che ho conosciuto nella mia vita, veri e propri modelli, per me. Uno è stato lui. Un altro, conosciuto naturalmente per vie molto diverse, fu Paolo Borsellino. So già che al mio professore l’accostamento sembrerà eccessivo, ma al di là, ripeto, delle storie personali del tutto differenti, dal punto di vista del modello etico e umano di riferimento, per me sono stati entrambi modelli importanti. 

Ogni tanto ripenso a quegli anni. Ripenso a una delle ultime ore in aula, prima degli esami di maturità. Le ultime raccomandazioni, i consigli, i soliti discorsi sul futuro, l’università, qualche aneddoto. E poi, non so come, salta fuori che uno di noi, in classe, sa imitare il professore di latino e greco in modo perfetto. Pensavamo che si sarebbe incazzato da morire, anche perché l’imitazione, come ogni forma di satira che si rispetti, era piuttosto “mordace”. Ma era perfetta, nella mimica facciale, inconfondibile, nelle movenze, nella gestualità, nel lessico utilizzato. Incominciava con una delle lunghe pause tipiche di quando iniziava l’interrogazione. In quei momenti per l’alunno lunghissimi in cui si attende trepidanti la prima domanda. Il professore pensa, ripensa al testo di latino esaminato, che cominciava con la celebre sequenza “titire tu patulae recubans sub tegmine fagi (vado a memoria, chiedo venia per gli strafalcioni), ha lo sguardo apparentemente inespressivo, poi tira fuori una delle sue domande tipo: “Dimmi un po’: Titiro, perché si chiamava così?” Un’ora intera di risate fino alle lacrime esplorando espressioni, verbali e non, del nostro professore, che era il più divertito di tutti.

Altre volte l’ho visto sorridere, scherzare, raccontare barzellette, e poi spiegare i classici greci fino a commuoversi, e cercare di tirar fuori il meglio dall’anima di ogni alunno. Non si tratta solo di spiegare un autore, trasferire informazioni, meno che mai riempire di formule burocratiche un registro, e poi interrogare, dare un voto, rimandare, promuovere, bocciare. Il docente che ama quello che insegna tocca l’anima dei suoi studenti. Ciascuno a suo modo, ciascuno con una sfumatura diversa.

Molti singoli episodi, molte lezioni, molti aneddoti, li ho dimenticati, purtroppo, per riesumarli dovrei tirar fuori da chissà dove i quaderni su cui prendevo corposi appunti durante le sue lezioni; tuttavia, non posso dimenticare il trasporto con cui spiegava la letteratura greca e latina. Alcune memorabili lezioni su Sofocle, su Antigone, i capisaldi della tragedia classica, il ruolo del Coro, senso e il timore della divinità, l’umano quando vuole arrivare a Dio e incorre nella Hybris e poi nella nemesi divina. Sono passati 30 anni e me le ricordo ancora. 

Non era generoso nell’elargire voti, il mio professore, tra il serio e il faceto diceva che un alunno oltre l’otto non poteva arrivare, perchè “nove sono io, dieci Dio”.

Io, col nome che portavo e cotante evidenti origini, avrei dovuto avere una marcia in più, in greco, secondo l’opinione comune. Invece, ricordo alcune scoppole da rimanere tramortiti. Un paio di 4 e ½ nella traduzione di versioni di greco, quando non capii nulla di un aoristo e odiai il Rocci (celebre vocabolario greco-italiano) con tutto me stesso. Prendere 4 e ½ ad aprile e maggio, in quelle che dovevano essere verifiche decisive, significava inevitabilmente una cosa: rimandato a settembre, come si diceva allora, quando, grazie a Dio, non esistevano ancora i debiti formativi. A parte le ovvie considerazioni sulla sacralità del mio tempo libero in estate e sul dispiacere che uno “con le mie potenzialità non si impegnasse un po’ di più” (leit motiv da parte di quasi tutti i miei docenti, dalle medie in poi), pensavo al momento in cui sarei tornato a casa e avrei detto a mia madre che ero stato rimandato. E a mio padre, che ero stato rimandato proprio in greco. Però questo mi toccava, questo mi ero meritato e questo mi sarei preso. Eravamo al secondo liceo, conoscevo ormai bene il mio professore, sapevo perfettamente che anche se poteva dispiacergli da morire, io sarei stato rimandato se per lui era giusto così. Faceva parte della sua idea di giustizia, di etica, di meritocrazia. E io, come gli altri, avevamo imparato a rispettarla e a condividerla.

Poi, un giorno mi chiamò in disparte, a fine giornata. Mi disse di telefonare a casa, di chiedere se non dava disturbo ai miei genitori che tardassi un po’ per il pranzo. E mi fece un lungo discorso. In cui, sostanzialmente, delineò un lungo excursus che comprendeva il mio (insoddisfacente) rendimento scolastico, ma anche alcune cose, a livello personale, che aveva notato in me. Voleva dirmi, al di là delle parole, che se avevo bisogno lui c’era. Mi fece capire che a volte un ragazzo, a quella età, può avere difficoltà a parlare di tutto coi propri genitori, che può capitare che uno si tenga dentro dei macigni che invece, alla fine, potrebbero essere semplici sassolini. Io parlai a lungo e mi resi conto di cose su cui, effettivamente, in quel periodo avevo le idee molto confuse. Poi mi disse che non era accettabile che uno come me rischiasse di essere rimandato. Mi ricordò, senza mai essere pesante o invadente, che avevo il dovere, non solo il diritto, di non sprecare la mia intelligenza, che dovevo coltivare le cose che mi piacevano, e il divertimento, insieme però alla giusta capacità di sacrificio, quando necessario. E insomma, alla fine convenimmo che avrei fatto il possibile e l’impossibile nella settimana che mancava alla chiusura degli scrutini per dimostrare a lui e agli altri, mio padre in primis, che meritavo la promozione. E che avrei recuperato le ampie parti di programma su cui ero stato, diciamo così, piuttosto approssimativo.

Così fu. Studiai 4 giorni e 4 notti di fila, con mia madre che alle 5 del mattino, vedendomi sfinito per non aver chiuso occhio, si impietosiva e mi portava il caffè mentre io leggevo, evidenziavo, appuntavo; alla fine mi feci interrogare sul programma di tutto l’anno scolastico, sia di latino che di greco. Titubai, balbettai, ogni tanto mi si annebbiava la mente e dimenticavo cose che sapevo, ma nel complesso andò bene. Evitai di essere rimandato, e compresi come affrontare alcune questioni che mi avevano messo in crisi e rischiavano di peggiorare. 

Qualcuno starà pensando, se ha avuto la pazienza di arrivare fin qui in questo lungo racconto, che c’è una morale in tutto questo, cioè che io poi abbia recepito la lezione. Che abbia imparato ad essere più costante, più maturo. Manco per niente. Puntualmente, anche l’anno dopo, prima della maturità, e dopo ancora, negli anni dell’università, mantenni sempre il mio andamento irregolare, fatto di disimpegno assoluto e poi di affannose rincorse a ridosso degli esami o delle scadenze più impellenti. Quasi sempre, riuscivo a recuperare, qualche volta no. E buttavo via tempo, sforzi e possibili traguardi. Pazienza. Però, al di là dello studio, della scuola, dei successi o degli insuccessi, mi è rimasta la lezione di vita. La consapevolezza che si può essere seri e divertenti, flessibili e intransigenti, che si può essere leggeri senza essere inconsistenti, che si può tentare di essere, soprattutto, giusti, con se stessi e con gli altri. 

Mi piace pensare che anche oggi, malgrado tutti i problemi e tutte le condizioni che sembrano fatte apposta per demotivare gli operatori della scuola, ci siano tanti professori capaci di insegnare la loro materia e di essere modelli di vita per i loro ragazzi. Vissuto così, credo sia davvero il lavoro più gratificante del mondo. 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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3 pensieri su “IL MIO PROFESSORE

  1. Questo post mi colpisce particolarmente, forse perché nella mia memoria incontro anch’io figure del genere, soprattutto una professoressa, La professoressa. Un punto di riferimento costante, che sempre mi torna in mente (giudizi, consigli, modi di dire, gesti, convinzioni, integrità) quando anch’io cerco di svolgere lo stesso mestiere, ma mi sento demotiva, frustrata, posta di fronte a ostacoli che la mia passione non contemplava. Mio padre, a sua volta, è stato un insegnante di questo tipo, purtroppo non ho avuto tempo di conoscerlo nella sua veste professionale, ma molti sono i racconti dei suoi ex alunni in cui ogni tanto mi imbatto e che si emozionano nel vedermi – non più bambina che lo aspetta all’uscita della scuola, ma docente io pure. Quando mi accorgo che l’opinione pubblica sminuisce la funzione dei professori, non capisco. La mia esperienza di alunna è stata diversa, non ho mai messo in dubbio (neppure allora) il valore dell’insegnamento e in alcuni insegnanti ho trovato guide preziose e anche grandi uomini di cultura.

    • Anna, grazie di essere qui, intanto, e benvenuto. Fai un lavoro bellissimo, se vissuto con un certo spirito, è proprio questo che cerco di dire nel pezzo. Chi lo fa così, come il mio professore, sa cosa significa non solo insegnare, ma essere un modello per gli adulti di domani. Le condizioni esterne sono demotivanti, lo so, ma credo che tu il valore e la funzione del tuo ruolo lo senta dentro…

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