MARE MARE

Mare MareLa pensione era di infima categoria, il letto cigolante, aria condizionata manco a parlarne, caldo umido soffocante. Erano madidi di sudore. Lui sopra, a spingere con rabbia distratta, presente ed anche assente; dentro di lei, dentro una relazione cominciata per caso due ore prima, alla metro di ritorno dalla zona olimpica, su al Montjuic, eppure lontano, fuori da se’, fuori da una cosa che non si poteva definire rapporto, e nemmeno scopata, in cerca di piacere, di oblio, di una lavagna bianca su cui tutto quello che aveva dentro fosse stato già cancellato. Prima decifrato e poi cancellato.

Lei sotto, presa dal piacere di sentirlo dentro, stimolata dalla sensazione appiccicosa di un corpo estraneo e massiccio di maschio sudato addosso. Di quel ragazzone italiano non aveva capito nemmeno il nome, ma era tutto fortemente eccitante. Aveva visto la sua Spagna vincere la semifinale di pallanuoto, aveva esultato e urlato, poi lui le aveva sorriso e parlato in uno spagnolo imperfetto ma affascinante e si era lasciata portare nel suo alloggio non proprio di lusso. Di sotto, un piano, c’era il mondo, lì pochi metri, la finestra sulla Rambla, coi suoi suoni forti, il vocìo indistinto, gli odori di una città cosmopolita, che ora, con le Olimpiadi, lo era ancor di più. Lei, andalusa di Siviglia, c’era stata altre volte, ma mai come stavolta Barcellona era una città che ti arrivava dentro. Per la verità in lei stava per arrivare anche un orgasmo intenso, lo sentiva prossimo e in modo sempre più convulso continuava a dirgli all’orecchio “dale guapo, dale, dale…”.  

In strada c’era una specie di piccola stazione radio con altoparlanti a volume altissimo che sparavano Wishing well di Terence Trent Darby, e gente che ballava, si incontrava, si scambiava grandi boccali di cervezas, birre, e poi saluti, baci, fumo, proposte indecenti e decenti, inviti, promesse, numeri di telefono, storie raccontate in lingue parlate male e intese peggio.

Improvvisamente, Riccardo si fermò. Sulle prime lei pensò che si trattasse di un giochetto erotico di questo gran hijo de puta di italiano per farsi implorare di non smettere e farle raggiungere il culmine del piacere. La cosa la eccito’ ulteriormente, ma poi vide che lui si era proprio fermato. Era ancora dentro di lei, ma si era spento l’interruttore. “Que tal guapo? Que pasa?” Lui rispose solo, a voce appena sussurrata, “perdon”. Si alzò, mise una tovaglia intorno alla vita e si affacciò alla finestra. Dagli altoparlanti potenti ora uscivano le note di una canzone italiana, che lui conosceva bene. “…ho comprato anche la moto, usata ma tenuta bene…”

Era la sua colonna sonora di quella estate, ascoltata centinaia di volte, con quel ritmo suadente e il sound vagamente malinconico. Non pensava fosse conosciuta anche in Spagna. Da Palermo a Barcellona, pensava di lasciarsi tutto alle spalle invece tutto gli ritornava. Bastava una canzone, “…ho fatto il pieno in autostrada, prendo l’aria sulla faccia…”. Erano passati pochi giorni dall’ultima volta che l’aveva sentita. Anche quella volta era con una donna, il suo “sgamo” di quella estate, come dicevano nella sua comitiva. Sdraiati su un lettino, in una piccola imbarcazione della famiglia di lei, qualche decina di metri al largo della Tonnara Florio, quartiere Arenella, storica zona costiera di Palermo, dove il Monte Pellegrino domina imponente e se chiudi gli occhi e ti abbandoni all’oblio della realtà contemporanea riesci a vedere con gli occhi di Goethe e a sentire la sua stessa estasi di fronte allo spettacolo di quel promontorio sul mare. Amoreggiavano nella pigrizia lieve e carica di tensione erotica che segue un tuffo nel mare azzurro, la doccia, corpi vicini in nodi di braccia e di gambe, il sapore salmastro della pelle. Il godimento sottile dell’attesa del godimento dirompente di lì a poco, ma senza fretta.

“…Forse tu mi stai aspettando, mentre io attraverso il mondo…” Assaporare quella canzone in sottofondo, sentirla entrare nelle vene e riscaldare ancora di più il sangue. Assaporare la vita, un pomeriggio di una caldissima domenica di luglio, al giorno 19, poco prima delle sei.

Riccardo aveva indossato i suoi bermuda, aveva dato un bacio lieve e rapido alla mora andalusa ed era uscito, senza darle modo di parlare e lasciandola lì, nel suo letto, nella sua pensione da pochi pesos a notte, su La Rambla, la via più famosa del posto più richiesto e mondano del mondo in quel momento. Uscì sulla strada e un gruppo di ragazzi che dovevano essere americani o canadesi gli chiesero in spagnolo se sapeva dove fosse l’Up and Down. Era la discoteca più famosa di Barcellona, quella dove in quei giorni incontravi vip di ogni genere, gente dello spettacolo, giornalisti, attori e soprattutto loro, gli atleti che gareggiavano, a volte trionfanti più spesso sconfitti, in Barcelona ’92, los Juegos Olimpicos, manifesto dell’orgoglio catalano. Si ricordò che forse aveva un appuntamento notturno lì con Salvo, l’amico con cui era partito da Palermo, ma non aveva voglia di andarci. Rispose indicando per sommi capi da che parte stava la discoteca, ma consigliò loro di farsi portare da un taxi. Lui rimase qualche istante immobile a guardare quel fiume di gente di tutte le etnìe e di tutti i colori che risaliva e riscendeva, dal mare, dal monumento di Cristobal Colòn, Colombo, verso Plaza de Catalunya e viceversa. Obiettivamente, era un bel vedere, un quadro immaginario che avrebbe potuto dipingere uno come Picasso o come il suo conterraneo Guttuso e chiamarlo semplicemente “Vita”. Ma lui, adesso, non sentiva niente di gradevole, soprattutto, non aveva voglia di vedere la Vita. Gli capitava spesso, ma da quella maledetta domenica di più: si chiese cosa ci facesse lui lì. Si sentiva fuori posto, con un pensiero amaro e sotterraneo che si insinuava a suggerirgli che forse per lui un posto “giusto” non esisteva da nessuna parte. Iniziò a camminare, senza alcuna meta consapevole, continuò per ore. Risalì sulla Gran Via e proseguì fino ad arrivare alla imponente Plaza de Espana, che si apriva su un viale che rubava gli occhi, con le sue fontane ai lati e i giochi d’acqua e luci. E di nuovo, tutto quel via vai a tratti frenetico di gente, che gli riportò alla mente un altro via vai di gente, pochi giorni prima. Di tenore diverso.

“…sai che ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore sì e che ogni tanto gli fa sentire l’onda…” Luca Carboni continua a cantare e loro sono sempre più presi dall’elettricità dei loro corpi vicini. Ma ad un tratto succede qualcosa. La barca traballa improvvisamente, arriva un rumore sordo da fuori, come un’esplosione, escono in coperta, vedono il fumo nero sopra la Tonnara, c’è qualcosa che non va, non possono essere botti, c’è qualcosa di drammatico nell’aria, lui ha un presagio funesto, ma non capisce, deve capire. Riporta la ragazza al molo, recupera la moto che aveva parcheggiato lì e scappa via veloce in direzione delle colonne di fumo. In 5 minuti è in zona Fiera, si guarda intorno, non aveva mai visto un fumo di quel colore, lo segue e arriva in Via D’Amelio. Nelle viscere dell’inferno. C’era confusione, un via vai di pompieri, poliziotti, carabinieri, passanti a vario titolo, accorsi, come lui, in quel buco della mente dove l’incubo prende il sopravvento e la realtà che hai sempre conosciuto sembra perduta per sempre. Stavano predisponendo una serie di transenne, ma intanto si poteva passare. Sul muro di sinistra vide un oggetto strano, informe, ma che palesemente era parte di un qualcosa. Non capì subito: accanto a se’ un tipo disse ad uno che era con lui che si trattava di un pezzo di braccio. Era spiccicato al muro. Riccardo si chiese come mai non stesse vomitando: era allucinato, come in stato di semi-incoscienza. L’immagine di quel braccio sarebbe tornato nei suoi incubi per molti mesi. Guardò meglio per terra, mentre camminava, c’era sangue dappertutto e brandelli di corpi. C’erano uomini con delle pettorine, insieme ad esponenti delle forze dell’ordine, forse erano operatori sanitari, o pompieri. Tutti sembravano preoccupati di ricoprire quei poveri resti, ma occorreva prima ricomporli. Sul palazzo di fronte, al terzo piano circa, c’erano altre chiazze rosse e pezzi di… qualcosa. Non capì se fossero arti, brandelli di viso o altre parti di corpi umani. Vide macchine annerite dal fumo, e alcune ancora a fuoco, nonostante gli idranti. Poi, mentre camminava lentamente come nella scena rallentata al cinema in uno di quei film visionari, scorse un corpo nero, per terra, davanti a quello che doveva essere stato un portone. Lo stavano coprendo con un lenzuolo bianco, intravide un viso annerito su cui spiccavano baffi. Gli parve di notare che era senza braccia. Capì che era lui. Era l’uomo che aveva scelto a suo modello ed eroe vivente, il suo idolo civile, dal momento in cui aveva visto una sua intervista in tv, nel 1984, ai tempi del maxiprocesso. Era Paolo Borsellino, o quel che ne restava. Lo bloccarono, “dovete andar via, dovete andar via” urlarono alcuni poliziotti. “Non c’è nessuno spettacolo da vedere qui, andate via”. Un altro, forse un poliziotto in borghese, scorse uno con una telecamera: quasi gli saltò addosso. “Che cazzo hai da riprendere, pezzo di merda?? Cos’è, vuoi filmare questi poveri corpi? Sciacallo, sparisci prima che ti sparo”.

Imboccò Avinguda del Paralel e dopo un numero imprecisato di minuti, ore e km percorsi, arrivò sul Litoral, costeggiò il monumento di Colon e si fermò a guardare il mare. Stava sorgendo il sole, quel posto sotto la luce tenue dell’alba era un inno alla gioia. Ma lui non aveva gioia nel cuore. Sarebbe stato meglio rinunciare alla vacanza, non partire, una settimana dopo quella domenica. Era tutto programmato da tempo, lui e Salvo sognavano Barcellona da anni, ne parlavano dai tempi del liceo, non poteva fare saltare tutto. Ma ora capiva che quel posto, bellissimo, adesso, non faceva per lui. Del resto, nemmeno Palermo, nemmeno casa sua faceva per lui. Negli ultimi mesi erano accadute cose che avevano sconvolto la sua vita. A vent’anni, si sentiva già come uno che ha perso per sempre la sua innocenza, con una parte di se’ bruciata irrimediabilmente, un vulcano pronto a esplodere, pieno di rabbia, tristezza, aggressività.

Apre la porta della stanza con cautela, non vuole svegliare  Salvo che immagina stia dormendo, alle 9 del mattino. Invece quello è a letto, ma sveglio, legge. Lo apostrofa subito: 
– Si può sapere dove cazzo sei finito? L’avevo capito che ti eri infrattato con la spagnola e avresti tardato, ma che mi piantassi completamente no, Riccardo, non esiste! Per tua conoscenza, le due milanesi erano in tiro, favolose, da sovra-produzione di testosterone pure in un cadavere.  E tu mi lassasti con tutte e due a inventarmi scuse su come mai il mio caro e decantato amico non si stesse presentando.
– Scusami, Salvo, hai ragione. Devo parlarti.
– Che succede compà? Hai la faccia di uno stravolto, ma non per avere fatto le olimpiadi del sesso o essersi divertito da matti tutta la notte.
– Me ne vado, Salvo.
– Eh?? Da qui?
– No, da Palermo. Trovati un altro socio per il progetto del Tucano. Io me ne vado. Ha ragione Caponnetto. È finito tutto. Tutto.
– Riccardo… lo so come ti senti, è lo stesso anche per me, che credi? C’ero pure io domenica scorsa in via d’Amelio, quello che è successo in questi mesi giù in Sicilia è mostruoso, pure per noi che, in un certo senso, siamo abituati ad autobombe, kalashnikov, ammazzatine. Ma non puoi mollare. Ci siamo fatti 5 anni di liceo a dirci a vicenda che appena finivamo la scuola gli avremmo spaccato il culo. Ai mafiosi. Che saremmo rimasti in Sicilia, che ci saremmo comportati come i giovani di qualsiasi altro posto “normale”, che avviano un’attività imprenditoriale e cercano di portarla avanti, senza aspettare le briciole dei politici coi loro finti posti di finto lavoro, senza pagare il pizzo, senza chiedere permesso a nessuno. Abbiamo scelto una cosa che spacca, lo sai come me, siamo saliti a Roma per gli accordi commerciali, abbiamo trovato il finanziamento con la legge sull’imprenditorialità giovanile, abbiamo un marketing plan che, modestamente, se la sente sucata da cu è gghiè (chicchessia) e tu ora mi lasci da solo?
– Si, Salvo, se la sente sucata. Siamo forti noi. Siamo giovani, noi siamo quelli che cambiano il mondo, che rivoltano la Sicilia, noi siamo quelli “corna dure”. Come Libero Grassi, Salvo. Non era corna dure Libero Grassi?
– Lo abbiamo sempre messo nel conto che crescere e scegliere di vivere a Palermo comporta dei rischi. Ora ti scanti? (hai paura)
– Ma vaffanculo Salvo, non fare provocazioni di sta’ minchia con me, lo sai benissimo che non mi scanto di nessuno e che ho sempre detto che, in extrema ratio, meglio morire liberi, ribellandosi, che campare una finta vita strisciando. Il fatto che è non mi piace combattere una battaglia che non posso vincere. Non è solo per quelli come Libero Grassi. O per Falcone, o per Borsellino, o per Ninni Cassarà, o per Rocco Chinnici, o per il Gen. Dalla Chiesa, o per il Commissario Montana, o per Livatino o per tutti gli altri. C’è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno, nemmeno a te.
– Cosa?
– Lo sai che mio padre, dopo l’incidente di mia madre, rimanendo solo, si è buttato più che mai sul lavoro.
– Si, certo, nella sua trattoria si mangia da Dio, infatti è sempre piena.
– Lui per me è sempre stato un esempio e una garanzia assoluta di integrità. Da lui ho preso la parte forse migliore di me. Parla poco, e da quando non c’è più la sua donna, ancora meno. Ma quando parla è una “sentenza”, come diciamo noi.
– Lo so, lo conosco, ma perché mi dici queste cose, Riccardo.
– Lui era entusiasta del nostro progetto, mi ha sempre spalleggiato, avrebbe garantito lui con le banche, era contento che lo portassi avanti insieme a te, ti vuole bene come un figlio. Fino a quando io e te pensavamo di aprire il negozio a Reggio Emilia o in alternativa a Pisa. Quando abbiamo optato invece per Palermo ha cambiato atteggiamento. Non mi ha detto niente, ma l’ho capito che non era contento. Una sera gli chiesi perché, lui mi disse “no, niente, non ti preoccupare”. Gli dissi che come non aveva mai pagato e non si era mai piegato lui, così non lo avremmo mai fatto neanche noi, e comunque avremmo lavorato. Lui rimase in silenzio e il discorso finì lì. Poi, due mesi dopo, una notte, successe una cosa.
– Che cosa?
– Era tardi, io stavo rientrando da una serata con te e gli altri e decisi di passare da lui, di solito a quell’ora è nella sua stanzetta dietro la cucina a chiudere i conti della giornata e pianificare la giornata successiva, il menu, le materie prime da prendere. Gli avevo preso il gelo di mellone, come piace a lui, volevo fargli una sorpresa. Saluto Gino, il cuoco, che stava andando via, e gli chiedo se mio padre fosse nella solita stanza. Lui mi risponde “si, c’è un cristianu cu iddu”. C’è uno con lui? All’una di notte? Era insolito. Mi avvicino alla porta, era socchiusa, ma stavo per bussare e annunciarmi, quando sento dei toni strani. Toni duri, anche se a voce bassa, quasi sussurri. Sposto appena la porta, senza farmi vedere e inquadro uno bassino, mezzo tarchiato, che guardava mio padre con uno sguardo duro, minaccioso. E mio padre a farfugliare qualche parola che non potevo sentire, con un atteggiamento succube e sottomesso che non gli avevo mai visto in tutta la vita. Dopo qualche attimo, quello alza i toni e gli sento dire “nni vedemu a’ fine du’ mese. Fammi trovare chiddu che sai, perché un ciu pozzu diri allo zio Tano che tu ti nni futti dei carcerati e non vuoi contribuire per come è giusto per un locale ca’ i cosi ci vannu bonu comu a tia”. Mio padre cercava di prendere tempo, quasi lo implorava “non li ho tutti quei soldi, non ce la faccio, ci sono anche tante spese qua dentro, così mi fate chiudere”. “Se non ce la fai, regolati. Faccelo sapere. Non ti torceremo un capello, né a tia né a tò figghio, capisci a mia. Solo, ti diamo quello che lo zio Tano riterrà giusto e nnu’ pigghiamu nuatri u’ ristorante”. Mio padre rimase impietrito. Gli rispose solo “ripassa a fine mese, cercherò di farti trovare la busta”.
– Minchia…
– Ecco, Salvo, appunto, minchia. Lo sai cosa stavo per fare? Stavo per entrare come una furia e assalire quell’avanzo di galera, volevo spaccargli la testa senza nemmeno dargli la possibilità di capire quale demonio lo avesse travolto. Un pezzo di merda simile, u’ schifu da tierra, che si permette di umiliare e minacciare una persona integra e perbene come mio padre, lanciando minacce neanche tanto velate pure su di me. Non l’ho fatto, non so come sono riuscito a frenarmi, probabilmente perché sapevo che mio padre sarebbe morto di crepacuore. Pestare un mafioso a casa tua significa dichiarare guerra ad un esercito armato fino ai denti e organizzato, muniti di un paio di fionde. E io questo lo so, non serve fare gli eroi per niente, Salvo. A mio padre non ho detto niente, è un uomo che già è stato provato dalla vita, si sentirebbe umiliato se sapesse che io so. Per qualche mese ho macerato questa rabbia dentro di me, pensando di potere far finta di niente. Poi, dopo Capaci e dopo Via d’Amelio, ho sentito quelle parole di Caponnetto. E ho capito che io non posso restare, Salvo. E’ davvero finito tutto, almeno per me.
– Dove te ne andrai?
– Non ho ancora idea. Forse qui, in Spagna. Ma non a Madrid o a Barcellona, magari in qualche isoletta alle Canarie. Oppure in Grecia, non lo so, davvero.

Salvo lo guardava senza dire niente. C’era nell’aria un odore composito di sensazioni miste, eppure nette e distinguibili. Malinconia, rabbia, delusione, tristezza, affetto, disaccordo e nello stesso tempo una profonda, indissolubile complicità. Avrebbe voluto urlargli contro, schiaffeggiarlo, mandarlo a quel paese. Invece lo guardava, muto.

Fu ancora Riccardo a parlare.

– Sei sempre stato e sarai sempre mio fratello, lo sai, vero?

Silenzio.

– Mi perdoni, vero?
– Vaffanculo Riccardo.

Si abbracciarono, decisero che ormai di dormire non era il caso e scesero al bar accanto, sulla Rambla. Si fecero un gazpacho andaluz, due birre, tre tapas, un hotdog e poi altre due birre. Rimasero tutta la mattina a ridere come scemi, mezzi ubriachi e mezzi stravolti dalla notte insonne. Poi presero la metropolitana e salirono al Montjuic, allo Stadio Olimpico, a vedere l’atletica, in attesa della gran finale di pallanuoto del tardo pomeriggio. Italia-Spagna. Tutto pareva far presagire che avrebbero vinto gli spagnoli, invece vinse l’Italia. Rimasero tutta la notte a festeggiare, si ritrovarono abbracciati, a cantare e a baciarsi con ragazze sconosciute, cantando canzoni improbabili in mischie innocenti e promiscue di lingue e linguaggi, in un delirio di vita, del tutto dimentichi della morte che li aveva sfiorati, della rabbia e della tristezza. Fino a che la sbronza non fosse passata.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

https://www.youtube.com/watch?v=9MIydifzj8w

 

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8 pensieri su “MARE MARE

  1. Bellissimo, non avrei smesso di leggere prima di finirlo. Lui mi piace moltissimo, vorrei averlo conosciuto uno come Riccardo!

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