MONTALBANO E’ UNO SFIGATO

montalbano-terrazza-trattoriaAlla fine Alberto optò per il solito posto, giù al molo. Il suo tavolo preferito, quello più esterno e vicino al mare, meno a contatto col resto del locale e in particolare con la zona adibita alle pizze da asporto, dove c’era la maggior concentrazione di pubblico in attesa. Faceva molto Montalbano way, con questa sua solitudine rituale durante i pasti. Solo che a differenza del Commissario siciliano frutto della fantasia di Camilleri, lui una compagnia se la concedeva, ma non di quelle con cui serve intrattenere una conversazione vocale: un buon libro, da gustare tra un morso e un sorso di birra o di vino.

Da quando era andato via di casa, aveva preso questo vezzo, anche quando avrebbe potuto avere compagnia. Le beffe della vita, rideva di se stesso: lui che se ne stava solitario e appartato, schivo e di poche parole. Lui, proprio lui, che aveva sempre sostenuto battaglie termonucleari con la moglie, alla perenne ricerca di socialità, di nuovi contatti, di umanità da assaggiare e bere, ubriacarsi, a volte vomitare, ma comunque da provare. Lui, che conosceva una donna e non pensava subito di portarsela a letto, aveva voglia di… parlarle. E di ascoltarla. Di conoscerla. Senza nemmeno malizia, non necessariamente. Lui, che non capiva perché la moglie soffrisse così tanto per questa sua perenne ansia da “contatto umano”, lui che, sì, d’accordo, le sue cazzate le aveva fatte, ma alla fine era un puro, un ingenuo. Uno che era totalmente dentro il mondo in cui viveva, coi suoi rituali, con la sua modernità, con i suoi social, coi i suoi modelli di vita “multitasking”, ma che al contempo ne era fuori. Fuori da un mondo di cui sentiva di far parte, ma che non gli apparteneva. Quante liti furiose per le sue organizzazioni folli, per le uscite con decine di persone, per i viaggi con mille cose da vedere in due giorni. Alla moglie non stava quasi mai bene nulla, avrebbe preferito cose più tranquille, una vita più semplice, una dimensione a misura di famiglia. E poco altro, poco spazio per il resto. E invece a lui non bastava mai. Bulimico di un qualcosa che neppure riusciva a comprendere con chiarezza, sempre alla ricerca non si sa di cosa. Certo, era capitato che con qualcuna, dopo averci parlato, parlato e parlato, avesse finito con l’intrattenerci conversazioni meno verbali e più fisiche, tra le lenzuola. Ma in fondo erano incidenti di percorso, ciottoli inevitabili lungo sentieri sconosciuti da percorrere. E quella bisbetica di sua moglie non aveva voluto capirlo, tantomeno accettarlo!

Era buffo. Uno così, assetato dalla voglia di poter frequentare chiunque gli capitasse a tiro, ora che quella libertà ce l’aveva, senza limiti, se ne stava a cenare da solo. Come se di tutta quella libertà, in fondo, non sapesse cosa farsene.

Salutò il titolare all’ingresso, due parole col cameriere di fiducia e l’ordine della cena. Le prime volte, questa condizione di avventore solitario gli aveva creato un certo disagio, non fosse altro perché si sentiva osservato, come un animale da baraccone. Un uomo adulto, in trattoria, sul mare, a cena da solo. Una tristezza infinita, che celava chissà quali storie di disagio ed emarginazione, ecco cosa avrebbe immaginato la gente vedendolo così. Invece era soltanto uno che era stato mollato dalla moglie, come tanti. Uno che viveva un momento difficile, di transizione, uno che certamente non era allegro, ma che proprio per questo non aveva voglia di dare spiegazioni a degli estranei che chissà perché, invece di mangiarsi una pizza e farsi i fatti propri, dovevano soffermarsi proprio su di lui. Voleva solo mangiare qualcosa e leggere un libro. Oppure guardare il suo tablet, ma questo accadeva più raramente, sempre per lo stesso motivo: come il commissario Montalbano di Camilleri, voleva cenare in una condizione di distacco più netto possibile dal resto del mondo, reale o virtuale che fosse. All’inizio, era come se dovesse giustificarsi; si dava un tono da uomo d’affari che cena da solo per poter lavorare in pace anche durante il pasto. Solo per scelta propria, mica altrui. Ora, non ci faceva nemmeno più caso, la sua solitudine, nella solita trattoria-pizzeria, era la sua migliore compagna. Gli altri, che lo ignorassero pure.

Quella sera non aveva molta fame, e aveva scelto un panino semplice e una birra. Era arrivato alla parte finale del libro che aveva per le mani in quel periodo, l’ultimo romanzo di Carofiglio, e aveva voglia di finirlo. Non avrebbe saputo dire con precisione se il libro gli stesse davvero piacendo o no; tuttavia, era scritto bene, era godibile e il protagonista era un uomo di mezza età, solo, uno scrittore in crisi creativa e in parte anche di identità. Non proprio un depresso, non proprio un infelice cronico, ma uno con un bel po’ di nuvole sopra la testa che prima o poi avrebbero dovuto decidersi: o divenire pioggia e tempesta vera, oppure lasciare campo ad un sole pieno e luminoso. Insomma, qualcosa di simile a lui. In qualche modo, si sentiva vicino a Enrico, il protagonista del libro. 

La birra era ghiacciata, come piaceva ad Alberto. Ne bevve un sorso e ne ricavò una sensazione di enorme piacere, per il palato, per la sensazione di freschezza mentre scendeva giù, ma anche perché dava in un certo senso il là vero e proprio, il pronti via alla sua condizione di sospensione effettiva dal mondo. In quella serata, da lì in poi, per un tempo indefinito, Alberto sarebbe stato null’altro che bocca per bere la sua birra e mordere il suo panino, e occhi per leggere e immergersi nella Bari de Il bordo vertiginoso delle cose. 

Era al secondo sorso, beato, di birra, al primo morso al panino e alla quarta riga del terz’ultimo capitolo del libro, quando sentì una voce.

– Alberto? Alberto! Ma sei tu? E certo che sei tu!
Alzò gli occhi. Non era nei piani incontrare qualche conoscente. Tantomeno lui, Sergio.
– Ciao Sergio, ma… che ci fai qua?
– Eh no, scusa, TU che ci fai qua! Io aspetto le pizze da portare a casa, e mi pare una roba regolare. Ma tu invece, che te ne stai a leggere mentre ceni tutto solo? No, dai, caccia fuori la brasiliana mezza nuda che è con te, vecchio porco, dove l’hai nascosta…
– Si, come no, Sergio, la brasiliana…
– Ma davvero sei solo? Madonna, che tristezza, Albè! Ma come mai?
– E come mai… dovrò pur cenare qualcosa? E’ obbligatorio cenare col battaglione dell’esercito, sennò non vale?
– Scusa, ma… Laura? Siete sempre in crisi?
– No…
– Ah, meno male, l’ultima volta che siete venuti a casa nostra avevo notato una certa tensione tra voi, sono contento di sapere che è tutto a posto.
– Infatti ci siamo lasciati.
– Cazzo! E me lo dici così? Ma come, siamo amici e lo vengo a sapere perché ti incontro per caso in pizzeria mentre ceni come un derelitto da solo?
– No, scusa, perché come un derelitto?? Ma poi, che facevo, l’annuncio sulla Gazzetta Ufficiale? Alla prima occasione te l’avrei detto.
– Ed eccola, la prima occasione
– Eh, appunto.
– Alberto, porca troia, non mi va di vederti così. Dove vivi ora?
– Ho preso un monolocale qui vicino.
– Ma scusa, vieni da me, se vuoi ho la stanza degli ospiti libera, puoi fermarti quanto vuoi, magari tra qualche settimana con Laura si sistemano le cose, chissà…
– Non si sistemano, Sergio, grazie lo stesso. E comunque, non ho in fronte il marchio a vivo con su scritto “caso umano”. Non sto benissimo, ma neanche sono sull’estremità di un ponte pronto a buttarmi di sotto.
– Ma dai, Albè, tutto solo qui, fronte mare, ma chi ti senti, il Commissario Montalbano che ama mangiare da solo? Oh, guarda, quello ormai è una star, si atteggia a fare il solitario col caratteraccio da siciliano bisbetico, ma in fondo è… è… non è altro che uno sfigato!
– Teoria singolare. Premesso che io sono qui solo per tentare di mangiar qualcosa e tentare disperatamente di farmi i cazzi miei, non certo per imitare Montalbano né alcun altro personaggio, reale o letterario che sia, ma perché sarebbe uno sfigato?

– Ma dai, ce l’hai presente? Sempre scorbutico, con una fidanzata, quella Livia da Boccadasse, che gli rompe i coglioni ad ogni piè sospinto, il suo superiore, il Questore, che lo detesta, lui che sta invecchiando: mica è un grande affare mettersi sulla sua scia! L’unica nota veramente positiva è quella gran figa della svedese, come si chiama, ah Ingrid, che ogni tanto… si insomma, se la scopa di brutto, anche se Camilleri lo intorta di sensi di colpa e scrupoli improbabili. Scherzi a parte, Alberto, davvero, vieni a mangiare da me una di queste sere. Anzi, già stasera! Almeno respiri un po’ il clima di una casa normale, gli affetti, una famiglia, cose così. Magari saranno robe desuete, ma io credo che siano ancora importanti. E basta vedere te, basta mettersi davanti agli occhi gli effetti di una famiglia che si rompe, per capire che sono importanti, eccome…

Questa continua sottolineatura della presunta condizione da caso umano, iniziava a fargli girare vorticosamente i cosiddetti. 

– Il calore degli affetti e della famiglia, eh Sergio?
– Eh si, Albè. Io ti considero uno dei miei migliori amici, non mi va di vederti così

– Lo so che siamo amici e che ti fidi. Del resto, se così non fosse, non mi avresti chiesto di coprirti, con Anna, quando le hai raccontato la cazzata che andavi a giocare a calcetto, mentre invece eri ad incontrare la tipa conosciuta su Facebook e di cui sapevi pochissimo. Poi non ne abbiamo più parlato: ma ci hai scopato almeno?
– Piano Albè, qua c’è un sacco di gente, sembra che non ascolta nessuno e invece…
– E che te ne frega, Sergio, tanto tu sei inattaccabile. Mica sei sfigato come Montalbano. E come me, per inciso. Tu hai una bella famigliola felice, due figli, una moglie bella e comprensiva. Mica rompipalle come la Livia del commissario. O come la mia ex moglie.
– Comunque… si. La sera stessa. Regolare.
– E sei stato contento che te l’abbia data al primo incontro, no?
– E certo, non avrei dovuto?
– Certo certo. Tu hai ragione. Sono io quello strano.
– Perché, scusa

– Vedo in giro quasi soltanto donne incazzate con la vita, col genere umano e ovviamente con quello maschile in particolare. Con rapporti in crisi o già andati in malora, madri represse, mogli deluse, magari sono state anni con narcisisti patologici e infedeli cronici e hanno fatto sempre finta di non vedere. Poi hanno dovuto vedere e improvvisamente ora si riscoprono aggressive fino ad essere fastidiose, ma appena raschi un attimo oltre la superficie scoppiano a piangere per un nunnulla. Non sai che dire, se essere tenero o discreto, intanto loro si  riprendono, si danno un tono, te la sbattono in faccia e si atteggiano a pornostar mancate. E tu pensi che si, è anche eccitante questa incursione nell’avventura adolescenziale, quante volte da ragazzo sognavi di conoscere una così in un locale, una botta e via e avanti la prossima. Peccato che non sia più un adolescente. Ma lasciamo perdere.  

– Alberto, sei decisamente in crisi. E hai idee un po’ confuse, amico mio…
– In crisi può darsi, ma sicuro che sono io quello con le idee confuse, Sergio?

– Ehi, non te la prendere, non è una critica, amico mio! Ma dovresti vederti…
– Hai ragione, forse non mi vedo. Però vedo te. E molti altri come te. Chissà, magari pure io un tempo ero così, in parte. La Livia di Montalbano è una rompicoglioni, dici, eh? Lui uno sfigato, che se ne sta da solo e si fa paranoie con la svedese. Tu invece hai una moglie amorevole, il calore degli affetti familiari, i sorrisi sempre stampati sui volti.
– Beh, sempre no, dai, mica viviamo nelle favole!
– No, in effetti non dev’essere una gran favola che mentre hai amici a cena te ne vai improvvisamente in bagno perché ti arriva un bip sullo smartphone e sai che può essere qualcuna delle sgallettate virtual-reali con cui fai il piacione. L’ultima volta che tua moglie ne intercettò uno successe un casino che in ufficio ti hanno visto con le occhiaie per due settimane. Scomodo il divano per passarci la notte, eh?
– Cose che capitano, Albè, ora non puoi generalizzare per questo! E poi non mi pare che tu possa fare la morale. Pure tu hai avuto le tue scappatelle.

– No no, non generalizzo. E non faccio la morale a nessuno. Io però, con tutte le mie cazzate, cercavo di essere me stesso, infantile o meno che fossi, desideravo solo che mia moglie mi accettasse per quello che ero. Non mi inventavo una vita non mia, indossando un vestito di forza, per adeguarmi a modelli imposti.
Io e Montalbano siamo degli sfigati, eh Sergio? Ceniamo da soli. In effetti, io dovrei essere abituato a cenare spesso con te. A sentir tua moglie che parlava con la mia, pare che tu e io uscissimo spesso a cena… Peccato che a volte non ti davi manco il pensiero di avvisarmi! Così, non bastavano già i casini che io avevo con Laura per conto mio, ci si mettevano pure le tue balle, perché poi lei si convinceva che io e te chissà quale giro promiscuo avessimo e ci coprissimo a vicenda…

– Cazzo Alberto, mi dispiace, potevi dirmelo, è successo un paio di volte, ma non immaginavo che…
– Non ti preoccupare Sergio, non ha più importanza. L’importante, adesso, è salvaguardare la serenità della tua famigliola simil modello Mulino Bianco. A proposito, quanti cazzo di danni ha fatto sto’ Mulino Bianco? Ma nessuno mai gli ha fatto causa? Quanta gente si è convinta che quella famiglia lì esista davvero nella realtà?

– Albè, però, non è che siccome è andata male a te ora non funziona più nessuna famiglia. Scusa eh!
– Giusto. Scusa. Per fortuna a te va alla grande. Com’era quel corso di chitarra che hai rotto i coglioni una vita per farlo? Lo hai iniziato e poi?
– E poi ho dovuto interrompere, lo sai.

– Anna non era molto contenta, eh? Ecchecazzo, ora pure l’uscita due sere a settimana per la chitarra ci manca al “signorino”… Com’è che ti chiamava sempre, quando voleva essere sarcastica? Il signorino. Un paio di sere, tra cui l’ultima in cui siamo stati da voi, avrei voluto sprofondare. Tu che te ne stavi sempre distratto dallo smartphone, pensando che tua moglie non notasse e non sapesse, e lei che ci ha smaronato due ore con la storia degli eterni Peter Pan. Mamma mia che serata pesante, Sergio. A Laura non pareva vero che le venisse servito un assist così e ci metteva il suo carico di briscola, per dare addosso a sua volta, a me. Tu ridevi come un ebete, tanto eri distratto da altro, o forse il tuo egocentrismo veniva solleticato dal fatto di essere tema di conversazione.

Io vi guardavo. E mi guardavo. Sarei andato in bagno a vomitare. Voi, la famigliola del Mulino Bianco. Bianco, si,  però dipinto male, con muffa e incrostazioni sotto una passata di vernice scadente. Io e Laura, manco quella. Manco rivestimenti di facciata, solo acidità e recriminazioni, rinfacciamenti. E merda. Tanta merda, che manco a stare tutto il giorno a lavarti se ne via l’olezzo. Poi guardavo mio figlio e mi dicevo, come quel giudice tanti anni fa: resistere, resistere, resistere… Ecco, caro Sergio, allora ero uno sfigato, non stasera. In fondo, anche se non sono esattamente su di giri, faccio una cosa che mi va. Leggo un libro, non sono costretto a dire e ascoltare parole inutili in finte conversazioni, non sono costretto a sorrisi di plastica. Dio, quanto ho sempre odiato i discorsi di circostanza, le serate di circostanza, le vite di circostanza. Sarà sfigata, ma almeno questa è una Verità, Sergio. Con tonalità grigie, perora, ma è una vita vera. La tua lo è? Con le tue followers su Twitter, che ti incensano e ti fanno sentire figo, ogni tanto ne vedi qualcuna, una scusa qua e là, le riunioni di lavoro, il calcetto, l’amico in crisi? Anzi, sai che c’è? Ora puoi anche farti una scopata, qualche sera, usando me come alibi. Mi sono separato, sei accorso con la flebo sul mio lettino da moribondo. E’ la Verità, questa, Sergio? Ti va bene così? Ne sono felice per te, davvero.

Se non fosse così, se hai qualche dubbio, io ti consiglio solo una cosa: prendi queste cazzo di pizze, portale a casa, mangiale, metti i bambini a letto e poi blocca tua moglie sul divano. Guardala in faccia. Parlale a cuore aperto. Basta bugie, basta cazzate, dille come sei veramente, fatti spiegare da lei com’è veramente, cosa vuole dalla vita, cosa sogna. Li sai, pensi di conoscerli ancora i suoi sogni, i suoi desideri?

– Io… si… lei ha sempre voluto… cioè, noi, una famiglia unita, i bambini…

– Storie! Pensi che due figli bastino, che l’aver messo su una famiglia basti per tutto, che sia un punto di partenza e di arrivo insieme, e che ora puoi sederti a fare il cazzone, per sfuggire alla noia, pensando di divertirti un po’? Non funziona così, Sergio.
Dille che tieni a lei, ma che non deve soffocarti, che vi dovete sentire liberi a vicenda di essere voi stessi. Diglielo che non ti può rompere i coglioni ogni volta che apri bocca, che se è insoddisfatta di come vanno le cose, se è stanca, se pensa che la tradisci, ci deve pur essere un modo per parlarne. Ma parlare davvero, non vomitarvi addosso, come abbiamo fatto per mesi io e Laura. Ci deve pur essere un modo per affrontare i problemi, per cambiare la situazione. Dille che la ami, se lo pensi. Che la ami ancora, malgrado tutto, che vuoi ancora invecchiare con lei, che è una scassacazzi ma è la donna della tua vita. Diglielo, Sergio, non dare per scontato che lo sappia. Guarda che il tuo Mulino Bianco ti crollerà improvvisamente, e tu resterai sotto le macerie. E ti farai male, amico mio, perché non sei preparato, perché dentro di te lo sai che stai vivendo in una specie di fiction improvvisata, ma una parte del tuo cervello si racconta che è tutto ok, che va bene così, che si può campare di fughe e di resistenze, aspettando che qualche amichetta ti lecchi le ferite.

Sergio era costernato. Intanto, dal banco delle pizze continuavano a chiamare il numerino che aveva preso per il turno, erano pronte da portare via. Lui pareva non sentire.

– Cazzo Alberto, m’è venuto un dubbio.
– Solo uno? Beh, è già qualcosa! Che dubbio?
– Non ho più capito chi è lo sfigato.
– Tranquillo, Sergio. Non sei tu. E neanche io. E’ Montalbano, ovvio. Ma sai perché? Perché ha quella fidanzata rompicoglioni, per forza che se ne va a mangiare tutto solo…

Sergio lo guardò senza dire niente. Sembrava non capisse il senso delle parole, si era bloccato, già da diversi minuti. Poi rise. Leggero, a bassa voce. Qualche secondo e la risata aumentò di intensità e di volume, ora rideva anche Alberto. Diventò incontenibile, non riuscivano a fermarsi più. Intanto era arrivato il pizzaiolo, visibilmente alterato perché da 10 minuti chiamava il signore col numero 15 del take away, per il ritiro delle pizze calde, e quello non rispondeva. Stava per apostrofarlo in modo sgarbato, quando li vide sbellicarsi in quel modo. Non aveva idea del perché quei due ridessero senza freni, ma era contagioso. Posò le pizze sul tavolo di Alberto, adesso era anche lui piegato in due dalle risate.

Uno sfigato, un piacione contaballe mezzo pentito e un pizzaiolo incazzato: tutti e tre spanciati in risate a crepapelle, nei pressi di un tavolino vista mare. Con un libro di Carofiglio accanto alle pizze calde e l’ombra di un Montalbano sfigato che aleggiava su di loro.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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