U TAGGHIAMU STU’ PALLUNI??

super-santosLuglio 1978, o giù di lì. Estate tra i cortili di Mondello, nota località balneare di Palermo. Un gruppo di bambini, tra cui il sottoscritto, gioca in spiaggia a pallone. Allora, l’oggetto sacro era costituito dal mitico Super Santos, che ogni tanto assumeva traiettorie impazzite e andava dove non doveva. Così, ad un tratto si imbizzarrisce e prende di mira un signore corpulento, “panzuneddu” (pancia) procace, reso più evidente da un improbabile costumino attillato, modello baywatch ante litteram, alto, si fa per dire, 1,65 max 1,70, tarchiato, scuro, barba incolta, voce tirata e gutturale e sguardo truce: come dimenticarlo? Un’immagine che neppure maestri nell’iconografia di certi personaggi della mia terra, come Roberta Torre in Tano da morire, avrebbe potuto inventare, perché è proprio vero che in Sicilia spesso la realtà supera la fantasia. Ebbene, questo erede di un bronzo di Riace, per sembianze fisiche, e di Monsignor Della Casa, per impeccabile applicazione del galateo in ogni sua forma, valuta evidentemente che non ne può più, quando l’ennesima pallonata colpisce lui o la sua signora; per inciso, circa 115 kg, etto più etto meno, di leggiadria e due teglie di pasta al forno accanto. Ergo, afferra il pallone, si volta di scatto, sangue agli occhi, verso noi bambini, rei di avere molestato la sua allegra famigliola, e sbraita urlacci in uno slang incomprensibile, tra cui si distingue solo questa frase-mito: U’ TAGGHIAMU STU’ PALLUNI?? 

Prostrati come servi, striscianti come vermi, lo imploriamo di graziarci, garantendo che un simile affronto non accadrà più. Qualunque cosa, pur di salvare l’agognato Super Santos.

Infatti, puntualmente, dopo 5 minuti, i nostri eroi, che avevano ancora negli occhi i mondiali argentini che si erano conclusi da pochi giorni, e che più che a Mondello si sentivano alla Bombonera di Buenos Aires, imbasticono un’azione entusiasmante: scatto di Bettega, alias Giorgio 12 anni, triangolo con Pablito Rossi, incarnato da Filippo anni 11, che gli restituisce la palla di tacco, ed ecco che Fillol (Marco, anni 10) il portiere dell’Argentina padrona di casa, è lì, davanti a lui, tutto solo. In quel fantastico Italia-Argentina del ’78 Bettega segna con un rasoterra di precisione, il nostro piccolo eroe invece esagera: tiro al volo in contro balzo di clamorosa potenza, che naturalmente buca il povero disgraziato che stava nella porta delimitata da due zoccolacci del Dott. Scholl, di quelli che si usavano allora. Provate a indovinare dove va quel pallone scagliato alla velocità di un missile? Si, avete indovinato, proprio lì. Panico e risate tra noi bambini. Più panico, però, eh.

Finisce dritto in testa al bronzo di Riace misto Della Casa dall’aspetto truce, mentre il Nostro era intento ad addentare una bella “fedda di muluni agghiacciatissimu”. Prima che noi abbiamo il tempo di chiederci quale nemesi divina possa mai prospettarci la sorte, il Nostro, con insospettabile aplomb e ancor più insospettabile rapidità d’esecuzione, agguanta il coltello con cui aveva tagliato l’anguria e… lo fa! Compie l’orrendo misfatto: squarta il pallone. Senza dire una parola. Senza degnarci di uno sguardo. Con un ghigno appena accennato, soddisfatto e vagamente sadico. Sfregia la nostra innocenza, mutila il nostro Super Santos, simbolo sacro di un’epoca, della nostra infanzia, simulacro del sogno di tutti quei bambini di diventare un giorno il Pelè bianco di Mondello. O almeno, il Paolo Rossi. O ancora, per quelli già più sensibili al richiamo femminile, anche l’Antonio Cabrini, il calciatore di maggior successo con le donne. 

Una scena simile si ripeteva in quegli anni più volte a Mondello, con protagonisti diversi, ma sempre con la frase emblematica a farla da padrone: u’ tagghiamu stu’ palluni? Un’intera generazione di bambini traumatizzata. Che perciò ha promesso a se stessa che mai taglierà palloni a nessuno, né tarperà le ali di giovani potenziali campioni, quand’anche dovessero arrecare qualche piccolo fastidio alla sua quiete. 

E invece… 

8 agosto 2014. Pomeriggio. 

In sosta nella mia auto davanti a un lido, in compagnia delle mie bambine, attendo che che si liberino due lettini e un ombrellone. Un simpatico gruppo di 5 giovincelli dall’aria simpatica quanto un nugolo di cavallette che ti passa accanto, gioca a pallone nello spazio antistante, incurante dei numerosi pedoni in transito sul marciapiede e delle auto sulla strada. Ho modo di apprezzare subito che certamente si tratta di allievi dell’Accademia della Crusca in vacanza in Sicilia. “Figghi i’ sucaminchia, passa stu’ palluni (tua madre è abitualmente dedita alla “fellatio in ore”, ma vuoi tu, mio prode, passarmi il pallone?); “ricchiuni, ti piacìu u’ tunnel? Chiuìle i cosce, ca’ pari to’ suoru quannu mi viri” (chiudi le gambe, caro amico diversamente etero, rischi di apparire come la tua diletta sorella quando ha la ventura di scorgermi all’orizzonte); “Golle, golle, ta’ misi nto’ culo, pezz’i’arrusu” (goal goal, inavvertitamente devo averti sodomizzato, caro amico dalle abitudini sessuali oltremodo equivoche). E così via. 

Estasiato da simili manifestazioni di goliardico agonismo, alzo i vetri per evitare che le mie figlie inizino a chiedermi la traduzione letterale delle espressioni che i giovani educandi si scambiano a vicenda. D’un tratto, mentre ingiungo alle due bimbe più grandi di parlare a bassa voce perché la piccola si è addormentata, si ode un botto abbastanza fragoroso provenire dal retro della macchina. Dopo il primo sobbalzo, realizzo subito l’accaduto: agli accademici è scappata una pallonata. Infatti mi giro e vedo uno di loro che mi fa un gesto distratto con la mano, che nella sua testa immagino volesse rappresentare qualcosa di simile a scuse.

Pazienza. L’importante è che non ci siano stati danni al cofano e soprattutto che non si sia svegliata la bambina. Passano due-tre minuti e ora il botto arriva direttamente dalla tettoia. Stavolta è un altro piccolo lord a scusarsi, ma con più solerzia del primo, mostrando persino vaghi segni di mortificazione. Si avvicina e con viso grave mi fa: “scusasse signollei”.

Il grado di surriscaldamento delle mie zone intime, nel frattempo, si sta minacciosamente avvicinando a quello del globo terrestre, ma cerco ancora una volta di abbozzare, guardando nervosamente in direzione del lido, nella speranza di buone nuove. Nulla di tutto ciò, continuiamo ad aspettare. Ed ecco arrivare una pallonata sul fianco posteriore dell’auto, precisamente quello dove è posizionato il sediolino della bambina, che infatti, inesorabilmente, si sveglia piangendo. L’Etna, che pure dista 200 km, mi si trasferisce direttamente dentro un lobo del cervello ed esco dall’auto come una furia: devo avere gli occhi piuttosto infiammati, perché loro mi vedono e si allontanano a passi svelti, interrompendo di botto l’irresistibile spettacolo calcistico, oltre che sociale e umano, cui stavano dando vita. Urlo parole sconnesse, tenderei a giurare che non erano affettuose né di profonda stima e gratitudine, ma a un certo punto mi viene fuori quella frase. Non esce dal mio cervello, giuro, né dalla mia sfera razionale. Emerge dalle viscere del mio inconscio, va a sapere da quale piccolo file invisibile nascosto tra i meandri del mio hard-disk cerebrale. Fatto sta che grido: VU TAGGHIU STU’ PALLUNI. 

Ebbene si. 36 anni dopo. Ho messo insieme, nella stessa frase, la parola palluni e il verbo tagghiari. L’ho fatto. Sono meno scuro del Bronzo di Riace/Monsignor della Casa che alberga inamovibile nei miei ricordi dal lontano 1978, sono meno naif e più civilizzato. Ma ho detto quasi la sua stessa frase… 

Dunque, il verdetto è palese. Sono passato dall’altra parte della barricata. Ora sono tra quelli che tagghianu i’ palluna, o almeno minacciano di farlo, e che interrompono le partite dei ragazzini. Che anche se docili come piranha in cattività, sempre ragazzini sono. Un altro segnale esistenziale del tempo che passa, la vecchiaia incombe, l’arteriosclerosi galoppa. Facciamocene una ragione. 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

Annunci

2 pensieri su “U TAGGHIAMU STU’ PALLUNI??

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...