I MIRACOLI (FORSE) NON ESISTONO

Miracoli 3Quella parolina in me fece la sua prima apparizione nella stanza del primario, in ospedale, a Verona. Molto lontano da casa, come spesso accade a chi si ammala al Sud. I viaggi dell’ansia, della sofferenza e della speranza. Perché -ti ripeti, insieme ai tuoi cari- si dovrà pur poter fare qualcosa, non siamo mica nel Medio Evo, la scienza ormai è evoluta.  E quando poi la speranza purtroppo viene disattesa, quando i responsi sono di quelli duri da accettare, quando la scienza, ai massimi livelli, ti dice che non c’è niente da fare, che si cercherà di “garantire una accettabile qualità di vita per il massimo tempo possibile”, oppure che “la accompagneremo alla fine cercando di farla soffrire meno possibile”, allora, inevitabilmente, nella mente e nel cuore di chi ama le persone la cui sorte appare segnata, compare quella parola lì: miracolo.

Servirebbe un miracolo. Non è che ci vuoi credere: finisci col crederci. Leggi e ascolti tutti i casi di guarigioni scientificamente non spiegabili.  E preghi. Anche chi ha un approccio molto laico alle cose della vita, persino chi non è credente: prega. Un Dio, un’entità cui non da un nome, un Destino che non ha volto né identità, ma si prega e ci si aggrappa a tutto. Alla fede nel “miracolo”. 

A me capitò quella fredda mattina di febbraio del 1994, a Verona, per l’appunto. Un intervento chirurgico che sarebbe dovuto durare molte ore, termina invece rapidamente. Non capiamo. Riportano mia madre nella sua stanza, con gli altri pazienti e ci chiamano per informarci. Il cancro avvolge l’aorta, non è possibile procedere ad asportazione, il paziente andrebbe incontro a morte pressoché certa. 

E allora? Allora la trattiamo con le terapie -ci dicono- cerchiamo di non far progredire la massa tumorale, cerchiamo di “farla durare” più a lungo possibile. Ma che significa? A lungo, cioè quanto? “Non mi faccia dare numeri. Settimane o mesi, non è possibile dirlo con certezza. Purtroppo, la sola certezza è che non è curabile. Le praticheremo un bypass intestinale per consentire, finchè possibile, una corretta alimentazione, farà la chemio e vedremo come procede. Sappiate però che il tumore è già in fase molto avanzata, più di quanto sospettassimo dagli esami strumentali”. 

Gelo. Io e mio padre ci guardiamo. Sono secondi di silenzio, non siamo sicuri di aver capito bene. Eppure il primario è stato chiaro. Io ho poco più di vent’anni, la lingua italiana la conosco e la capisco. Ha detto che a mia madre resta poco tempo da vivere. Che siano 6 mesi oppure 12, è segnata. Sono paralizzato. Non piango, non ho crisi di nervi, non ho sfoghi. Almeno, non nell’immediato. Dico a mio padre, che non aspettava altro che un appiglio cui aggrapparsi disperatamente, “noi ce ne fottiamo di quello che dice questo qui. Andremo ovunque, faremo terapie sperimentali, noi non ci arrendiamo. E poi preghiamo, mia madre se lo merita, un miracolo se lo merita”. Dico proprio così, “se lo merita”. Senza neppure rendermene pienamente conto, sono arrabbiato con Dio. Una donna così, con una vita difficile, a tratti drammatica, quante ne ha passate. Ora che era finalmente serena, non è possibile che vada così. Dio farà il miracolo. Per forza, ce lo deve. 

E inizia una lunga odissea. Si fanno le terapie “tradizionali”, ma siamo decisi a tentare di tutto, anche se i medici ci guardano con scetticismo, quasi con compassione. Dai familiari di altri pazienti sentiamo di un luminare tedesco, terapie sperimentali, a Wiesbaden, vicino Francoforte. Il farmaco iniettato direttamente nella zona colpita, con infiltrazioni particolari, molto dolorose ma mirate, invece che la chemioterapia in vena, in giro per tutto il corpo ad uccidere le cellule buone, più e prima di quelle tumorali. Altri viaggi di speranza, stavolta in una Germania non solo efficiente e pratica, come da manuale, ma anche umana ed accogliente. Mi ritrovo a parlare di cartelle cliniche in inglese, poi scopro che l’assistente del professore è spagnola e con estremo sollievo passo ad una lingua con cui ho più padronanza.

Scopro il mondo, straordinario, degli emigranti nostri connazionali che danno tutta l’assistenza che possono agli altri italiani che arrivano lì. A volte, gente che fa lavori duri, che dorme poco, eppure trova il tempo per dedicare qualche ora della propria giornata a dare una mano a chi arriva in una terra straniera, sofferente, quasi sempre non capendo una parola di tedesco. Ti danno supporto logistico, informazioni, suggerimenti, ti spiegano come muoverti, insistono persino per offrirti qualche piatto di spaghetti “di quelli nostri, fatti bene”, o qualche pezzo di formaggio italiano. Fatico non poco per rifiutare le provvigioni alimentari, ma mi resta nel cuore la solidarietà sincera che anima queste persone. 

E poi ci sono i “compagni” di battaglia. Altri pazienti, i loro familiari. Chi è passato da ospedali e da certe malattie sa bene di cosa parlo: se trascorri anche una sola giornata o una notte al capezzale di un familiare ammalato di cancro, in compagnia di qualcuno che è nella tua stessa situazione, si instaura subito un legame difficilmente spiegabile in condizioni “normali”. Magari parli soltanto di argomenti futili, ma negli occhi dell’altro sai che trovi la tua stessa angoscia, il tuo stesso stato d’animo. Condivisione emotiva, al di là di qualsiasi parola. Alle dimissioni, vi salutate, vi ripromettete di tenervi in contatto e di rivedervi presto, “appena i nostri cari staranno meglio, festeggiamo”. 

Invece, non festeggerete. In contatto ci rimani davvero e all’improvviso ti arriva la notizia che quello o quell’altro non ce l’ha fatta. E ripensi alle lacrime e ai sorrisi con le figlie, le sorelle, i mariti, alle corsie d’ospedale, alla forza reciproca che vi siete dati. E pensi a come dirlo a tua madre: forse sei vigliacco, ma scegli di non dirglielo, e speri che non ti chieda nulla. 

Intanto, è già passato un anno e mezzo, poi due. Ripensi alle parole del primario, a Verona, che non lo ha detto, ma si capiva che al massimo le dava un anno. La “massa” è sempre lì, sempre enorme, ma anche la vita lo è: è sempre lì, e seppure con difficoltà e disagi, lei è presente più che mai per i suoi affetti, dirige la famiglia con piglio ancora maggiore di quando stava bene. Non osi dirlo e non vorresti neppure pensarlo, però… forse davvero i miracoli esistono, raramente però si… chissà… magari il vigliacco, bastardo tumore, che usa le tue stesse cellule per avvelenarti, si è fermato, magari ci si dovrà convivere e pazienza, magari le terapie sperimentali sono servite. 

Per qualche mese, pensi che i miracoli esistono. E fai una vita anche “normale” per la tua età, anche allegra: ridi, parti, esci con gli amici, fai le cazzate di sempre, ti innamori, litighi con la fidanzata per Berlusconi o per Occhetto o per Prodi (siamo a metà Anni’ 90), speri che quelli che hanno preso siano davvero gli assassini di Falcone e Borsellino, l’unico atroce dubbio esistenziale che ti attanaglia continua ad essere: il Palermo tornerà mai in Serie A?

In ogni caso, sai che non sarai mai più quello di prima. A poco più di 20 anni hai visto cose che hanno suonato la sveglia: ragazzo, la vita vera è questa qui, malattie improvvise, angosce, dolore, gente che lotta e che qualche volta non ce la fa. Senza una ragione, senza un solo valido motivo per cui debbano esserci figli orfani troppo presto. Non è l’incubo di un imbuto stretto in cui sei finito e prima o poi ti svegli e sei fuori, sveglia ragazzo, è vita vera anche questa. Pensaci, la prossima volta che ti lamenti per un languore sentimentale o perché non hai preso 30 all’esame.

Se fosse una storia inventata, a questo punto, la chiuderei qui, oppure lascerei intendere che il miracolo è avvenuto davvero, e che a Verona non avevano capito nulla. Avrei una enorme voglia di farlo, per me stesso, per raccontarmi un’altra storia, per ingannare fosse pure una piccola parte della mia anima e farle credere che c’è stato il lieto fine. Come in un film o un bel romanzo d’epoca.

Soprattutto, avrei voglia di farlo per tutti quei piccoli e grandi eroi che questa battaglia la stanno ancora combattendo. Vorrei dir loro di lottare con tutte le loro forze, che alla fine la guerra si vince sempre. Sempre. E che, anche quando la situazione sembra disperata, ci sono pur sempre i miracoli, che possono accadere e qualche volta accadono.

Vorrei dir loro questo. Perché alcuni li conosco bene e so che eroi lo sono davvero. Che lottano, con coraggio, che non si piangono addosso, e se anche ogni tanto lo fanno, non importa, ne hanno tutto il diritto, ma poi comunque non mollano.

Io non lo so com’è e come è stato per gli altri. Non lo so, anche se lo immagino, com’è per chi amava Enrico e se lo è visto portare via in pochi giorni, la notte di Ferragosto. Non lo so com’è per i miei tanti amici che come me hanno perso un genitore o una persona cara, dalla quale mai avrebbero voluto staccarsi.

Però so qual è, per me, la via migliore. Che tu sia la persona direttamente coinvolta o che tu abbia il compito, ingrato, di chi sta accanto: lottare sempre e non arrendersi mai, quella è l’unica via possibile.

Non per ottenere i miracoli sperati, né la garanzia del lieto fine; ma per avere la coscienza di avere fatto il massimo. Per non avere rimorsi. I rimpianti no, quelli quando perdi qualcuno che ami ti rimangono e sono profondi, perché avresti voluto che le cose andassero diversamente. Perché sai che sarebbe stato giusto così.

Dare tutto per chi si ama, volere con tutto la propria forza guarire o che guarisca, forse non è un miracolo, ma è l’unico senso, se un senso c’è, che esiste in certi percorsi, quando da un nonnulla, da un sintomo banale che avevi sempre trascurato, da un esame strumentale di routine, ti arriva d’improvviso la ricevuta non richiesta: attesta che la ruota gira a caso e stavolta è toccato a te. Biglietto d’ingresso in un tunnel buio, andata certa ritorno da stabilire.

Nella mia esperienza, il decorso della malattia di mia madre durò circa tre anni. In quei tre anni, capii di lei e a lei feci capire di me, scoprendole io per primo in me stesso, cose che in altre condizioni forse non sarebbe bastata una vita. No, questo non è un miracolo, è vero. E nemmeno una consolazione, meno che mai un lieto fine della storia. Però è molto importante, questo io so.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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12 pensieri su “I MIRACOLI (FORSE) NON ESISTONO

  1. caro Basilio, te lo scrivo qui, di là non mi va…il tuo articolo mi ha ricordato un piccolo ma possente Particolare. Quando avevo 17 anni alla mia mamma avevano dato 20 gg di vita per un tumore all’intestino e parte importante del fegato…che fosse stato attaccato anche il fegato se ne è accorto il prof che l’ha operata…mia zia, che assiteva all’operazione, ci raccontò che questo Signore ebbe un dubbio prima di richiudere, lei lo vide con il fegato di mia madre in mano, lo vide ispezionarlo e accorgersi delle metastasi che la stavano divorando…poi, ovviamente, le eliminò…
    mia madre fu richiusa, pesava 44 kg, fece la chemio, lottò per noi 3 figli come una tigre…mia nonna e mio padre con lei, io purtroppo seppi solo dopo tutto questo..molto dopo…
    Basilio la mia mamma è qui con me…mia mamma fa parte di quel miracolo.
    Buona giornata 🙂

  2. Ho letto tutto d un fiato, lasciando scorrere libere le lacrime sul mio viso, leggerti mi ha riportato indietro nel tempo quando anch’io speravo in un miracolo, che non ci fu… ma probabilmente come dice mia madre “Dio vuole con se le persone buone”
    Sai Basilio io non sono molto d’accordo… ma questo è un mio pensiero.
    A volte i miracoli accadono (un abbraccio a belindaraffaeli)
    a volte no 😦
    Il miracolo più grande resta il ricordo e la vita di chi continua a ricordare.
    Un abbraccio.
    Mary

  3. L’altra volta, col racconto del palluni tagghiatu, mi avevi fatto ridere fino alle lacrime, ora mi hai fatto piangere. Così non si può continuare!

  4. Al mio risveglio dopo pennica pomeridiana trovo mia moglie con il suo iphone in mano, è più assorta che altre volte e le chiedo: è successo qualcosa?
    Mi dice: niente…ho letto un post su Facebook di Basilio!
    Quindi?
    Lei: spiegare è troppo difficile, faccio prima se te lo leggo

    Ebbene…non è riuscita a finire di leggermelo perché ha iniziato a singhiozzare! !

    È stato così che per la prima volta sono entrato in questo blog…che ho subito salvato tra i “preferiti”!!!

    È bello essere tuo amico

    P.S. il riferimento al Palermo calcio non poteva mancare!!!

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