IL LENTO GIUSTO

Save a PrayerA Marco erano sempre piaciuti i visi da brava ragazza. Anche se lo rendevano timido e forse un po’ troppo romantico. Un giorno aveva sentito il fratello maggiore discutere con gli amici, uno diceva che i maschi alla fine distinguono sempre l’universo femminile nelle due solite macro-categorie: troie e spose. Che tutti cercano quelle del primo tipo ma poi si innamorano di quelle altre. Quelle con le facce da brava ragazza. Come Teresa. 

Lui avrebbe voluto inserirsi nella discussione e chiedere “scusate, ma che vuol dire brava ragazza”? Aveva idee confuse, in quel suo principio di adolescenza, i primi furori erotici, la visione del mondo a colori intensi ma spesso indistinti; però, non era molto convinto di quella tanto decantata suddivisione del mondo femminile in “troie e spose”. La Teresa che piaceva a lui, comunque, a occhio e croce, non poteva che classificarsi tra le brave ragazze. Non sapeva perché, ma sapeva che era così.

A quei tempi, alle prime feste liceali si ballava il rock o il pop. Roba seria. Era passata da poco l’ondate dance fine Anni ’70. Alcune canzoni impazzavano su tutte le piste, rese note da trasmissioni che sarebbero diventate nel tempo cult come Deejay Television e dai primi video clip. Ci si scatenava subito, già con le intro, di canzoni come Don’t you (forget about me), Jump, In the name of love, Do you really want to hurt me, All night long, Wild boys, Billie Jean, Relax, Money’s too tight to mention, Dancing in the dark, Shout, Enola Gay, Every breath you take, Who can it be now e tante altre. 

E poi c’era il momento dei lenti. Quando nascevano amori o crollavano sogni di gloria. Con rituali che a guardare i ragazzi di oggi viene su un sorriso di tenerezza, ripensandoci. C’era il gioco della bottiglia: tutti giù per terra in cerchio, si fa girare una bottiglia alla ceca e le coppie nel ballo si formano in base alla direzione in cui punta il collo della bottiglia quando si ferma. Oppure il gioco del bastone, quando il ragazzo va dalla ragazza con cui vuole ballare il lento, consegna al momentaneo cavaliere il bastone e si prende l’agognata dama.

Insomma, il lento in una festa, in quegli Anni ’80, era il momento in cui il lui riusciva nell’impresa sognata, pianificata, voluta del fatidico primo bacio, oppure, al contrario, capiva che non avrebbe avuto speranze con la lei desiderata, perché lei trovava sempre il modo per sottrarsi al lento ballato guancia a guancia; in alternativa, se proprio costretta, ballava con le braccia tese come ponti che separano, invece che unire. E lui avrebbe voluto avvicinarsi, sussurrarle qualcosa all’orecchio, annusarne il profumo da vicino, ma quelle braccia di lei, bloccate come travi di cemento armato sulle spalle di lui, stavano lì ad impedire ogni possibile indebito avvicinamento, inesorabili come un dito che oscilla con sadica lentezza a dire “no”. 

Teresa non era così preclusiva con Marco. Ballava con lui, sorrideva, parlava. Parlava tanto, a volte le canzoni finivano, lei continuava a parlare, lui continuava ad ascoltarla. Non lo teneva a grande distanza, le braccia erano morbide, poggiate con una delicatezza piena di grazia, o almeno così le vedeva Marco. Ma lui non riusciva ad avvicinarsi oltre la soglia invisibile in cui la grazia può diventare passione. In cui il “chissà se mi daresti un bacio” diventa un bacio. In cui il suo “forse mi piaci davvero, forse ti piaccio anch’io” diventa una dolce certezza. Si paralizzava al solo pensiero che lei lo rifiutasse e scappasse via sdegnata.

C’era stata quella volta, a casa di Francesca. Finalmente Marco era riuscito a ballare con Teresa. Era bellissima quella sera, tutta colorata, una gonna lunga un po’ fuori moda, elegante ma al contempo che le dava tanto una irresistibile aria country. Il lento era Careless Whisper, la voce suadente di George Michael e l’assolo di sax che entra nelle vene e ti senti un suono caldo al posto del sangue. Teresa lo guardava, stavolta parlava poco, Marco desiderava baciarla con una intensità maggiore della timidezza che sentiva ogni volta che era con lei. “Lo faccio, la bacio”, anche George Michael sembra dirglielo e lui prende coraggio e si avvicina. Ma ecco che uno gli bussa sulla spalla, lui si gira, quel grandissimo rompib… di Alfredo del primo banco gli consegna il bastone e si prende il ballo con Teresa. E Marco ha perso un’altra occasione buona stasera, tutta colpa d’Alfredo, come nella canzone di Vasco.

Finisce l’anno scolastico, arriva l’estate, Marco ha il numero di casa di Teresa, non ci sono mail, né social network e neppure cellulari, niente sms, niente whatsapp; ma non osa chiamarla. E se risponde suo padre, con quell’aria severa? E se risponde lei, lui comunque cosa le dice? Non la chiama, intanto parte, intanto ha altre storielle. Ad una ripensa ascoltando Spiagge, “deserte ed assolate”: lo sa anche Renato Zero che quella ragazza greca gli piaceva sul serio. Ma allora, forse, non è proprio timido. E’ timido con Teresa, chissà perché.

Inizia il nuovo anno, Marco la rivede, Teresa è abbronzata. Non la ricordava così bella… È il compleanno di Santi, la festa sta finendo, manca solo la torta. Stanno in gruppetti diversi, finchè Luca, il loro compagno che quella sera passa i dischi in vinile sul piatto dell’Akai, come fosse un Dj vero, mette su un classico: Hard to say I’m sorry, la voce inconfondibile del cantante dei Chicago. Quante coppie di adolescenti nascevano su quelle note in quegli anni. Marco va da Teresa, le prende la mano, la porta a ballare, non dice nulla, la guarda, sa che stasera la bacerà, non c’è niente altro da dire, non ha altro da pensare. Le loro labbra non sono mai state tanto vicine, ma si accendono tutte le luci all’improvviso e tante voci in coro cantano, con buona dose di stonature, “tanti auguri a te tanti auguri a te”: Santi soffia sulle candeline, fine del lento, fine del momento magico. A Marco offrono la torta, la mangia come fosse medicina per i suoi pensieri tristi: non ha baciato Teresa nemmeno questa volta. Non succederà mai, troppo timido lui, troppo brava ragazza lei.

Non la bacia nemmeno ad aprile, alla gita d’istruzione, quando tutti scendono e loro rimangono soli sul pullman. Lui ha le cuffie e il suo walkman, canticchia una canzone, è Lavender dei Marillion. Tre minuti, un crescendo intenso. Le si avvicina, le porge la cuffia e seguendo la canzone le canta “a penny for your thoughts”. Lei ascolta, lo guarda. “I miei pensieri? Sono passati 4 anni di liceo… Ora non posso, Marco, ora sto con Luigi”.

Maturità alle porte, la scuola è finita, Teresa ha cambiato scuola e città e Marco non la vede da un anno e mezzo. Lui si è impegnato per essere meno timido, con buoni risultati: è stato con due “brave ragazze”, alcuni mesi, e in mezzo alcune storielle con quelle “dell’altro tipo”. Una di queste lo accompagna al concerto dei Duran Duran, il gruppo inglese che spopola in quel periodo. È una serata piovosa di fine maggio, Simon Le Bon e John Taylor, i due leader e “belli” del gruppo infiammano il pubblico, che salta e si scatena sul prato dello stadio, malgrado la pioggia. Sulle note di The reflex l’adrenalina è a mille, Marco d’un tratto sente un dolore al piede, qualcosa gli è finito addosso.  Si volta, è Teresa che lo ha inavvertitamente calpestato ballando. I loro occhi si incrociano, sono entrambi colmi di stupore e per un attimo è come se intorno a loro la scena si bloccasse in un fermo immagine, come l’istantanea di un film in cui sulla scena rimangono solo i due protagonisti. “Scusa, mi dispiace, io… io… non vorrei averti fatto male, come stai, tu, qui, a te piacevano gli Spandau…” “Non importa”, risponde Marco. “Non importa…” Si guardano, nei loro volti bagnati dalla pioggia e dal sudore, poi lei ritorna col gruppetto di ragazzi con cui era, lui la guarda allontanarsi, senza riuscire a parlare, né a muoversi. Intanto i Duran sono passati da un classico veloce alla loro canzone forse più dolce e più famosa, preceduta da un lungo assolo di basso e chitarra: ora lo stadio è un tripudio di accendini e lucine, tutti cantano Save a prayer. “You saw me standing by the wall corner of a main street”… Marco canta, la ragazza con cui si trova cerca di abbracciarlo, ma lui è distratto, cerca qualcosa con gli occhi. “Don’t save a prayer for me now, save it ‘til the morning after” canta Simon e lui finalmente trova quello che stava cercando. Si divincola e va da lei, la prende per un braccio, con decisione e con dolcezza insieme. Si spostano qualche metro più in là, lui la stringe forte a sé, Teresa non oppone resistenza. Lui non dice nulla, continua a cantare Save a prayer e poi la bacia. Un bacio d’acqua sotto il sole del deserto, di aria dopo una lunga immersione in apnea, un bacio avido di labbra e subito di lingue e di sapori, umido di pioggia, di cuori che palpitano alla velocità impazzita che solo i ragazzi riescono a toccare senza scoppiare. La versione dal vivo di Save a Prayer dura molto più a lungo di quella originale da studio, ci sono gli assolo strumentali, le urla del pubblico, le luci dello stadio. Quei due, però, hanno smesso da un pezzo di cantare, di ballare, di saltare o battere le mani a tempo: hanno bocche attaccate come ventose che non si possono staccare. Finalmente, Teresa riesce a staccarsi.

– Ce ne hai messo di tempo…
– Appena 5 anni…

– Mi hai sempre detto che avevo il viso da brava ragazza. Ma pensavo che in fondo non ti interessassi. Che alla fine preferissi quelle meno “brave ragazze”…
– Volevo te. Ad ogni festa mi interessava ballare solo con te. Ma… non c’era mai il lento giusto.
– Stasera si
– Stasera si 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

 

https://www.youtube.com/watch?v=VCD4rtcOgHE

https://www.youtube.com/watch?v=izGwDsrQ1eQ

https://www.youtube.com/watch?v=Q7sIzWKHGwQ

https://www.youtube.com/watch?v=CdqoNKCCt7A

https://www.youtube.com/watch?v=Ye7FKc1JQe4

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6 pensieri su “IL LENTO GIUSTO

  1. Ti leggo da un po’. Mi sono imbattuta nelle tue parole su FB tramite un amico e da allora vengo sempre a sbirciare per scoprire se hai scritto qualcosa di nuovo. Riesci a rendere concreti i pensieri e gli stati d’animo più profondi. Con te anche i ricordi più nostalgici riemergono, ma senza lacrime, con un sorriso.E’ il caso di questo racconto breve… esattamente ciò che ho provato durante la mia adolescenza, quando i miei genitori mi permettevano di andare alle feste, sia chiaro. Ed in caso di risposta affermativa, ero sempre la prima ad arrivare e la prima ad andare via, tanto che spesso neanche chiedevo il permesso per evitare l’imbarazzo. Ho ballato tanti lenti sulle note delle canzoni che hai citato, sono stata baciata, ho sognato, è stato bello. Grazie per aver acceso ancora una volta l’interruttore dei ricordi.

  2. Mentre leggo…quanti flashback di visi mai più incontrati!
    Un “pizzicone” di nostalgia…
    Dopo quasi trent’anni ancora mi domando, senza trovare risposta, perché non andai a quel concerto??
    Eppure la “brava ragazza” di quei tempi mi costrinse ad andare al cinema a vedere Sposerò Simon LeBon. ..
    Boh?
    Però mi rifeci…e pochi mesi dopo andai al concerto degli Spandau Ballet!!!

  3. Che tuffo al cuore. Mi hai riportato indietro di 30 anni. Io, per tanti anni, in quelle feste tra compagni, ero il Luca del tuo racconto: mi piaceva stare al piatto e mettere i dischi. Mi divertivo da matti e adoravo i 33 giri in vinile. E tutte le canzoni, tutte quelle che hai citato, le ho messe tante volte..

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