IO E GRAZIANO: UNA VITA DI DIETE IMPOSSIBILI

Panificio GrazianoIn ogni città esistono dei luoghi “cult” dal punto di vista alimentare. Posti che vanno molto al di là del semplice piacere del mangiar bene, ma che diventano santuari immancabili del gusto, immaginifici agguati orditi dal diavolo attentatore della linea, che evidentemente nell’inferno ha sempre bisogno di infoltire il girone dei golosi. I quali, poveretti, combattono con ogni mezzo i loro personali demoni a forma di leccornie e concentrati di trigliceridi e colesterolo: come racconto in altri pezzi di questa sezione del mio blog, che non a caso si chiama “Diversamente Magri”, si rivolgono a nutrizionisti, personal trainer, guru di ogni genere, psicologi, fino ai classici e sempre validi consigli della nonna, del tipo “mancia picca e camìna a pedi”. Insomma, fanno di tutto per dimagrire, o almeno, per non ricadere nelle tentazioni ipercaloriche, predispongono il loro personale navigatore satellitare, perennemente acceso per avere sempre la mappa dei posti da evitare tassativamente. 

In una città come Palermo, però, tutto ciò è difficile. Tremendamente difficile. In pochi altri posti c’è una tale concentrazione delle più svariate tipologie di cibi da strada, popolari, tradizionali, più o meno genuini, ma quasi sempre, comunque, NON da corretto bilanciamento nutrizionale, né tanto meno da dieta ipocalorica. E quindi, di conseguenza, una città piena di luoghi di perdizione alimentare. Non mi riferisco, tanto, ai classici ristoranti, pizzerie, trattorie e simili, che pure non mancano, in quantità e qualità; quanto piuttosto, a bar, chioschi, friggitorie stabili e regolari, oppure altre improvvisate da strada, ambulanti che diventano “food providers” da ipotetiche 4 stelle Michelin. E poi, una tipologia di esercizi commerciali che il sottoscritto deve evitare alla stregua di Ulisse quando si faceva legare dai suoi marinai per non cedere al richiamo delle Sirene: i panifici. 

Si fa facile a dire: che c’è di particolare? Hai bisogno di un panino, meglio se integrale, entri al panificio, lo prendi, paghi e te ne vai. E vai a consumare la tua fantasmagorica cena, tra crusca e verdure. Come dice il mio amico Meis, panini integrali che a vederli, così tristi, scuri, visivamente grami, qualcuno, in perfetto slang indigeno esclama, legittimamente: “minchia, manco i’ palumme nni’ vulissiru” (acciderbolina, neanche i piccioni ne gradirebbero!).

Ecco, appunto. Facile a dirsi. Poi arrivi in certi panifici, a Palermo, e capisci che non hai speranze. Dimagrirai, certo. Nella prossima vita. O quando qualcuna delle terribili profezie che continuano a farti per convincerti dell’opportunità di perdere peso si avvererà e sarai dentro la bara (dove peraltro, prima o poi…): lì si dimagrisce di sicuro e pure rapidamente. Ma qui no. A Palermo, per fare seriamente e con assiduità una dieta non devi solo essere volitivo, costante, determinato: devi essere un incrocio tra un monaco tibetano e una suora di clausura. Ed evitare tanti, tantissimi, troppi posti. 

Per me, fin dalla adolescenza, ce n’è sempre stato uno che da quel punto di vista era da scansare tassativamente: il panificio Graziano. Beh, chiamarlo semplicemente panificio è piuttosto riduttivo. Diciamo che ci trovi “anche” il pane. Ma la sua fama, che attraversa ormai diverse generazioni di palermitani, e che nella gestione stessa dell’attività è passata, con invariati standard qualitativi, dal fondatore ai figli, è dovuta alla celeberrima pizza. A Palermo, infatti, c’è la pizza, tout court; e poi c’è “la pizza di Graziano”, che è un mondo a parte. La margherita e la rustica sono le più celebri, ma a seconda del momento della giornata, come ignorare la non meno celebre pizzetta? A metà mattina, nel pomeriggio, lo sfizio di un capriccio al volo: la pizzetta è lì, e tra odore ed effetto visivo, la speranza di resistenza è pressoché nulla. 

Da ragazzo, quando si marinava la scuola, in sella a scooter e due ruote vari, la mattinata di ciclica liberazione dall’ordine costituito e dalle interrogazioni in latino o in filosofia non poteva che cominciare da due tappe pressoché obbligate: la prima alternativa era la Romanella, famosa rosticceria di quegli anni, in cui si sfornava a rotazione continua ogni ben di Dio, dalle 8 del mattino fino alle 10 di sera. Calzoni, arancine, ravazzate, spiedini, panini con panelle e/o crocchè, schiacciate, iris, pizzette e altro ancora. La seconda era Graziano, dove la possibilità di scelta su quella che a Palermo si chiama appunto “rosticceria” era meno ampia, ma in compenso era maggiore la qualità, per quanto riguarda pizza in ogni sua possibile variante, ma anche, i classici dolci da forno, quali ciambelle, biscotti, sfoglie, crostate, ecc. E insomma, arrivava questa orda di ragazzini che nel proprio innocentissimo stomaco adolescente riusciva a buttar giù di buon mattino, invece che latte scremato e fette biscottate integrali, 4, 5 o anche più c.d. “pezzi di rosticceria”, o pizzette o tranci di pizza di dimensioni pantagrueliche, spesso col gramo e malefico meccanismo del “chi mangia meno paga per tutti”, che naturalmente induceva tutti a non fermarsi prima che lo stomaco fosse sull’orlo di una esplosione dinamitarda.

E tutto questo, su alcuni, aveva effetti evidenti, specie dalla cintola in su; su altri, appartenenti all’odiosissima specie degli umani affetti da “verme tagliarino”, invece, nulla. Magrissimi e tutti ossa erano e magrissimi e tutti ossa restavano. Da sopprimere, senza manco processo sommario. 

Come è facilmente intuibile, crescendo, col passare degli anni, le abitudini sono cambiate, non per questo però divenendo più sane e favorevoli alle pie intenzioni dietetiche: niente più Graziano di buon mattino, dato che marinare il lavoro è meno semplice che marinare la scuola, ma Graziano in altri momenti della giornata sì. In particolare, scoprire che nessuno a casa ha avuto il tempo di fare un po’ di spesa e allora chiedersi cosa mai improntare per cena. E dirsi “Senti, passo da Graziano e prendo un paio di pezzi di pizza”. Ma quando mai furono un paio? Un paio di dozzine, forse. E così, il petto di pollo, il tacchino, il pesce lesso, le verdure, le insalate, il pane integrale: tutti buoni propositi salutisti destinati a morire molto prima dell’alba, direttamente la sera prima.  O anche a pranzo, eh. Perché chi pensa che Graziano sia solo pizza e sfincione, non ha capito, con rispetto parlando, una beata minchia della vita: vogliamo parlare delle lasagne o degli anelletti al forno? Del gateux di patate? Degli sformati? Dei primi a base di melanzane? Qualcuno mi spieghi come si può riuscire a passare da quelle parti ad ora di pranzo e consumare un pasto che sia anche solo vagamente dietetico. Me lo spieghi e facciamo un brevetto da custodire presso l’ordine nazionale di nutrizionisti e diabetologi. 

E insomma, si, credo sia proprio così: in questa città che così facilmente invoglia al peccato (anche) alimentare, ha stroncato più diete Graziano, che coltivazioni uno stormo di cavallette agguerrite. Come minimo, dovrei chiedere ai titolari dell’esercizio commerciale (persone squisite quasi quanto le pietanze che preparano) di rimborsarmi le parcelle dei vari nutrizionisti negli ultimi vent’anni, oppure in alternativa forniture di cibo gratis per i prossimi dieci. In entrambi i casi, sarebbe un salasso, chi glielo spiega?? 

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

Annunci

2 pensieri su “IO E GRAZIANO: UNA VITA DI DIETE IMPOSSIBILI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...