IL SUPEREROE MANCATO

finestrino aereoLo guardava giacere su quel sedile scuro, occhi semi-chiusi e bocca semi-aperta, coi raggi di sole che dispettosi filtravano dalla tendina sul finestrino. E quel cielo celeste da restare abbagliati, senza una nuvola, con sotto il Mediterraneo increspato, nel suo blu misto al bianco delle onde che rivestono la superficie dell’acqua.

All’improvviso, gli prese una botta di pena, di tenerezza infinita, fors’anche di senso di colpa. Non era solo la vecchiaia che avanza inesorabile e crudele, non era solo l’accorgersi ogni giorno di più che di quell’uomo un tempo esternamente forte, a volte arrogante e spesso egoista, ormai restava solo una pallida ombra sempre più esile e fragile. C’era qualcosa in più in quella esplosione di tristezza che lo aveva assalito osservando il padre appisolarsi in aereo.

C’era un’ombra sinistra che li legava, era il filo che li univa al di là del vincolo di sangue. Riccardo era sempre stato duro col padre; gli addebitava mille debolezze, mancate nobiltà che un bambino e poi un ragazzo non perdona a un padre che ha “il dovere” di essere un eroe senza macchia e senza paura, per il proprio figlio. Riccardo avrebbe voluto anche lui il suo bravo supereroe come padre, e non lo aveva avuto. Un modello sicuro, qualcuno che gli indicasse la via, risposte a tutte le domande, la Virtù che ogni uomo deve inseguire, il conforto di un modello che basta copiare e non è necessario inventarsi. E invece lui sentiva di non essere stato mai capace di costruirsi da solo un se stesso supereroe.

Tanti anni prima, in casa avevano una grande poltrona in pelle che il padre si era fatto fare su misura in una di quelle fatue e scioccamente vanagloriose manifestazioni di megalomania che ogni tanto gli pigliavano. Spesso, crescendo, Riccardo si sarebbe chiesto: megalomania a fronte di cosa? Cosa aveva o era o aveva mai fatto di realmente “megalos”, di grande, per darsi tutte quelle arie? Da bambino però, fino ai 6 o 7 anni, questo tarlo non si era ancora insinuato. Si sedeva in braccio al padre e strofinava il viso sulla sua barba ispida; quella sensazione fisica dura gli piaceva, era una forma di contatto fisico con quell’omone verso cui sentiva un legame meno diretto, meno ancestrale, rispetto a quello con la madre, ma da cui comunque era attratto, come una radice che guarda dal basso un albero proteso verso il cielo.

E poi cos’era accaduto? Poi si era rotto l’incantesimo. Non c’era un momento preciso, o almeno, non lo ricordava. Forse aveva a che fare con Freud, con Edipo e quella “normale” gelosia, quasi fisica, verso la madre; più probabilmente, c’entrava il fatto, come dicono altri studiosi di psicologia, che ogni figlio maschio per diventare uomo deve in qualche modo “uccidere” il padre, nel senso che deve superare il senso di emulazione e di soggezione che avverte da piccolo. E ancora di più, c’entrava il gioco di specchi riflessi. Riccardo rintracciava in se stesso aspetti che non amava e che riconduceva al padre, come causa primaria e fondante. L’incostanza, quella tendenziale infedeltà non solo alle persone, alle compagne, ma anche a se stesso, alle passioni, agli impegni assunti, all’energia di vivere col piede sempre sparato sull’acceleratore.

Forse c’entravano le lacrime che aveva visto versare alla madre, sentendosi inesorabilmente investito da un ruolo di paladino e di scudo protettivo che un bambino o un adolescente non è in grado di reggere. Perché non può capire che le lacrime possono dipendere da un marito non proprio ideale, ma che è la vita che fa piangere, a volte, e che per quelle lacrime non esiste antidoto, men che meno serve un ragazzino che diventa giustiziere.

E ora quel finestrino. Quei capelli bianchi. Quelle spalle ricurve. Quella tenerezza improvvisa, lama nel burro di un rapporto per anni forzato, tirato su più a colpi di etica familiare e di senso del dovere che di vero affetto istintivo, di emozioni da consanguinei.

Sospesi nel cielo, sulle nuvole, sopra il mare delle origini. Puntini verdi, la macchia mediterranea in mezzo alle chiazze blu di quel mare da sirene. E Itaca laggiù, Ulisse, le sue fughe, tele tessute e disfatte, attese di anni, tradimenti, lealtà. Un albero ormai appassito, ma ancora vivo, con le sue radici, ormai profonde, ma ancora con quella fragilità che nessuna forza avrebbe mai eliminato del tutto. Riccardo si bloccò in quello sguardo, come in un fermo immagine. Era il perdono a se stessi per le colpe ataviche, per quelle che non avevano ragione di esistere, per quella inevitabile, maledetta imperfezione umana, che si tramanda, che salva e che condanna. Era il bambino che diventa, finalmente, indulgente con se stesso, vedendosi attraverso il volto di un vecchio. E in un attimo, vedendosi egli stesso vecchio, con una vita passata a rincorrere un’ombra. Che come tutte le ombre, non si può afferrare, ci si può solo convivere.

Riccardo sentiva di essersi salvato, per l’essere diverso dal padre, e al contempo di essere stato condannato per sempre ad essere come il padre. Quel conflitto era un non conflitto, in realtà: andava solo accolto, come si accoglie un cielo piovoso o assolato, è la vita, la natura, i suoi mille opposti tra cui oscilliamo. Il supereroe mancato poteva anche sparire, adesso, poteva finalmente scomparire dall’orizzonte nel quale non era mai apparso; era tempo che andasse in pensione per sempre, anche senza aver mai lavorato.

Riccardo allungò la giacca sulla spalla dell’anziano padre, gli chiuse l’aria condizionata che aveva direzionata addosso, e accennò una impercettibile, timidissima carezza. L’aereo aveva iniziato la discesa e si preparava alle operazioni di atterraggio. Il padre continuò a dormire.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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