FUGGIRE

Libertà sulla sabbia e 12 ApostoliAveva progettato tutto. Senza dormire quasi mai, tra notti al pc, sguardi verso il tetto, lunghe passeggiate in moto e ore disteso in spiaggia, preso da una sorta di adrenalinica allucinazione, in quella settimana di lucida follia, tutto gli era sembrato chiaro. Nitido come un cielo al mattino sui mari del Nord.

Non era scritto da nessuna parte che tutto dovesse essere così. Che la sua vita dovesse svolgersi sempre così uguale, ripetitiva, ogni giorno lo stesso copione, la stessa sequenza di piccole azioni. Poteva agire e reagire. Fuggire. Cambiare posto, prospettive, abitudini, troncare con tutto. Via da tutte quelle macerie; la nuvola di fumo che si spande nell’aria dopo un crollo non andava più via. Gli tornava sempre in mente l’immagine delle Torri Gemelle, l’11 settembre, quel fumo surreale, ed era un pensiero che gli toglieva il respiro. 

Via. Fare un fagotto di tutti i fallimenti, e persino dei successi, dargli un calcio e buttarlo a mare. E ricominciare, anche vagando, senza una meta fissata oltre l’orizzonte più vicino.

Al diavolo chi non lo aveva capito, al diavolo le donne che lo avevano amato ma mai fino in fondo e comunque mai come lui avrebbe voluto, al diavolo chi avrebbe potuto salvarlo e non lo aveva salvato. Al diavolo quel lavoro noioso, quella frustata quotidiana alla sua creatività. Al diavolo anche se stesso, i suoi limiti, la sua incostanza, i suoi demoni, i suoi squilibri. Al diavolo le sue paure di uscire veramente dagli schemi. Qui e ora era il momento di romperli. Mollare tutto, ogni certezza, e abbracciare il tutto e il nulla di uno spazio immenso aperto sopra la sua testa. La Libertà Assoluta. Quale bene più prezioso, in fondo, possiede un essere umano?

Dunque, calcolò il capitale che aveva accantonato nel fondo comune d’investimento e l’ammontare del Tfr che gli sarebbe spettato alla fine del rapporto di lavoro; a questo, si doveva aggiungere il discreto gruzzolo con cui l’azienda incentivava le dimissioni in età non ancora pensionabile. Cioè, il prezzo che gli sarebbe stato pagato purché si togliesse di torno. Con tanti saluti a tutte le belle parole spese per anni, alle lodi per la professionalità acquisita,  a tutte le slides con “le risorse umane sono la nostra vera ricchezza”. 

Ci veniva su un bella cifretta. Sufficiente almeno per iniziare quella nuova vita senza troppi problemi. Aerei, spostamenti, alloggi, scegliere un bar o una vecchia trattoria in ogni posto dove fosse andato e guardare la gente, ascoltarne la voce, intuirne i pensieri, assaporare il caffè o le pietanze locali. Assaporare la vita. La loro e la sua. Non avere mai alla sera il piano esatto del giorno dopo. Ogni mattina una sorpresa da scoprire, nessun copione, nessun pasto a menu fisso. E poi, pian piano, dopo qualche settimana o mese, i soldi sarebbero andati via via esaurendosi, ma qualcosa avrebbe fatto. Qualcosa si sarebbe inventato, un lavoro, o la vecchia idea di un baretto o un localino in spiaggia, da qualche parte, dentro o fuori dal mondo. 

Avrebbe iniziato dal posto più lontano: Australia. E in particolare da Kangaroo Island. Era stato due giorni su Internet a visitare i siti più disparati, acquisire informazioni, prendere indirizzi e riferimenti. E per stabilire la prima meta. Poi decise che nel momento in cui la sua vita stava per prendere la forma di nessuna forma, avrebbe ricominciato proprio da lì dove era andato nel momento in cui la sua vita, al contrario, pareva aver preso una forma precisa e definitiva: il viaggio di nozze, subito dopo il matrimonio, e tutti quei progetti, e tutte quelle promesse di eternità.

Lui e lei, l’altra promittente d’eternità, avevano visto tanto dell’Australia, rimanendone entrambi entusiasti, ma all’ultimo momento, per un contrattempo, era saltata proprio la fascinosa Isola dei Canguri. E a lui era sempre rimasta la sensazione di un qualcosa di incompiuto. Era giunto il momento di rimediare.

Magari avrebbe trovato qualcosa lì, un lavoretto, una attività, un amore, e sarebbe rimasto a lungo. Oppure sarebbe ripartito dopo qualche giorno, alla volta di Perth, la West Australia, la parte occidentale che non avevano visitato quella volta. In ogni caso, prima, avrebbe preso un’auto e avrebbe percorso i 300 km della Great Ocean Road, per fermarsi ai Dodici Apostoli, imponenti strutture naturali di pietra piantate sull’Oceano. Che nel frattempo erano diventati undici, uno si era dissolto in mare.

Niente di più. Questa era la parte più articolata del piano. Per il seguito, aveva preso appunti e riferimenti utili per vari paesi del mondo, dove prima o poi sarebbe voluto andare: Nuova Zelanda, Giappone, Argentina, Terra del Fuoco, Cile, Yucatan, Canada, Canyon americani, India, Cina, Madagascar, Africa, San Pietroburgo, Finlandia, Fiordi Norvegesi, Mare Artico. Un giorno, forse, in ciascuno o molti di questi luoghi. Senza l’obbligo di andare ma neppure quello di rinunciarvi a priori. 

Si sentiva pronto. Euforico. Doveva solo espletare le formalità necessarie per prendere i soldi e comunicarlo alla ex moglie. E poi il passaggio più delicato, la cui definizione era un pensiero che una parte della sua mente continuava a rinviare. Suo figlio Giulio.  Non lo avrebbe mica abbandonato. In qualunque parte del mondo si fosse trovato, ogni volta che entrambi ne avrebbero avuto voglia, gli avrebbe preso un biglietto aereo e si sarebbe fatto raggiungere. O sarebbe tornato lui. Per il resto del tempo, ci avrebbe pensato la madre. Che era più brava di lui nell’accudirlo. Sarebbe stato meglio, per il ragazzo, crescere con lei piuttosto che con quella strana figura di padre; sensibile, profondo, teneramente innamorato del figlio, ma fondamentalmente ed esistenzialmente immaturo. 

Lo sfondo del suo notebook era l’immagine di una incantevole spiaggia con la scritta sulla sabbia: FREEDOM. Ma dopo qualche minuto di non utilizzo, gli apparve la foto che aveva come salva schermo. Fu come una fitta all’improvviso allo stomaco, gli mancò quasi il respiro per alcuni attimi. Era il primo piano di suo figlio, con lui, il padre, che lo abbracciava di spalle, sulle gradinate del palazzetto dello sport ad un concerto. Giulio era splendido e sorridente, con quei suoi occhi magici che rapivano il cuore di tutti quelli che lo conoscevano. Non è che lo vedesse sempre: mediamente, durante i fine settimana. Ma ora si trattava  di dire al bambino che papà si sarebbe allontanato per un periodo e che probabilmente si sarebbero rivisti in posti diversi del mondo. A intervalli irregolari, comunque diradati nel tempo. Il figlio avrebbe capito. Ne era certo. Era l’unico verso cui si sentisse in qualche modo di rendere conto, ma anche l’unico che era certo non avrebbe mai accusato il padre di essere come era, di essere se stesso. Era l’unico vincolo alla libertà assoluta, quella verso cui riteneva di vantare un credito da riscuotere.  L’euforia fu improvvisamente interrotta da una lacrima clandestina che non annunciata era apparsa sul suo viso. Gli erano tornate in mente la parole del film Mediterraneo, che lui stesso aveva scritto alla sua donna, quando si stavano lasciando malgrado la sua certezza che si amassero ancora: “Si può andare contro i sentimenti? Non si può. Proprio non si può”.  

Affiancò le due immagini, la spiaggia e il figlio. La libertà e l’appartenenza. L’assenza di ogni vincolo e il vincolo dell’amore. Le guardò a lungo. Poi spense il computer; dopo una settimana di insonnia era stanchissimo e aveva finalmente sonno. Avrebbe dormito fino a mezzogiorno, l’indomani era domenica e non c’era da lavorare.

Basilio Milatos ©Riproduzione riservata

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2 pensieri su “FUGGIRE

  1. Gran bel pezzo! Si può chiedere al protagonista di portare anche me, se va anche solo in alcuni dei posti dove vuole andare lui?? Verrei via di corsa!

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