UN BENE DELL’ANIMA (JOVANOTTI)

Amici 1993Senti una canzone sull’amicizia. Ti si affastellano nella mente mille istantanee, mille sensazioni, mille ricordi. Pensi che le due cose, le canzoni –certe canzoni– e gli amici –certi amici– in fondo sono la  colonna sonora della vita. Ti accompagnano, le metti in un cassetto, non le ascolti per anni, poi le riprendi, o casualmente ti si parano d’avanti, e ti accorgi che son sempre lì, che tu sei sempre lì e i fili non si sono spezzati e non si potranno spezzare. Né con le canzoni né con gli amici. Coi quali, sia chiaro, non sono tutte rose e fiori: non mi piace la retorica che ammanta tutto di zucchero e sorrisi, anche quello che dolce non è. Del resto, che cosa nella vita è soltanto zucchero e sorrisi?

Io mi sono arrabbiato spesso con i miei amici. Con alcuni ci siamo scontrati a vicenda, persi e poi ritrovati; con altri, ci siamo persi e basta. Non necessariamente per colpa o volontà netta di uno dei due, solo che la vita ti porta, anche inconsciamente, a fare delle scelte su come vuoi impiegare il tuo limitatissimo tempo, ed è inevitabile che con qualcuno ci si perda per strada.

Avrei voluto spesso cose e assiduità diverse, maggiore coesione, minore distanza, a tratti, ma non posso escludere di essere stato distante anche io, chissà quante volte. Preso dalle mie cose, tutti siamo bravi a focalizzarci ossessivamente su noi stessi: qualcuno raramente, qualcun altro più spesso e qualcun altro ancora… beh, è proprio centrato solo su se stesso in modo esclusivo e permanente: prima o poi lo capisci e allora amen.

Però… appunto: poi senti una canzone e da dentro, chissà da dove, ti riaffiorano immagini ed emozioni. Ci sarà un motivo, no?

Risate, lacrime, arrabbiature, una quantità esagerata di cazzate fatte, rischi presi, da imbecilli autentici, che avrebbero potuto compromettere la nostra incolumità e qualche volta la nostra vita. Sfottò. Un “ti voglio bene” mai o quasi mai detto, mascherato da un insulto, tra quelli più pesanti possibili. Una scorza ostentata dura, anche dove durezza non ce n’era e lo sapevamo bene.

E poi alcuni momenti chiave, di quelli che non dimenticherai mai.

Il primo viaggio in Grecia, come nei film di Salvatores (che non c’era ancora stato, in quel lontano 1986), una Peugeot rossa fiammante, quattro ragazzi, sbronze, ragazze abbordate e che ti abbordano, spaghettate improvvisate, notti in spiaggia, amori, passioni, sesso, quel tuo inglese maccheronico ma sufficiente, comitive, alcool, gavettoni a inseguirsi nella piazza principale dell’isola alle 4 del mattino. E cazzate, si, anche quelle. Sgommate e curve di notte in strade senza protezione laterale, sopra burroni che quando li abbiamo rivisti poi alla luce del giorno, ci siamo guardati, sbiancando, senza dire una parola. Pochi centimetri. Sarebbero bastati pochi centimetri, le ruote più avanti, la frenata più lunga, il confine tra le bravate che poi racconti da adulto e la tragedia. Perché è così la vita, specie quando sei giovane: nei momenti in cui esprimi la massima vitalità, in cui la stai proprio scoprendo e ti piace da impazzire, che sei ubriaco di vita, rischi, proprio per questa eccesso di entusiasmo, di esagerare e far scorrere i titoli di coda molto prima del dovuto. Per fortuna, a noi andò bene. Ma giuro, certe cose non le rifarei.

Poi penso al giorno del funerale di mia madre. Due ore di viaggio, fin su in montagna, al suo paesello natìo; io stravolto, insonne da giorni, alienato eppure presente a me stesso. Andiamo in macchina insieme, siamo cinque o sei, strettissimi, la strada è piena di curve. Non so cosa avessimo da ridere, soprattutto io che avevo appena perso la persona per me più importante al mondo, ma ricordo risate ai limiti della convulsione. Alternate a fitte allo stomaco per il dolore. Una lunga Messa, i baci di migliaia di persone che neppure conoscevo, tutti a darmi la classica “vasàta” accompagnata dal rituale “condoglianze”, io che ogni tanto lanciavo uno sguardo di complicità ai miei amici come a chieder loro: e questo chi minchia sarà mai?

Poi la sepoltura al cimitero, e lì, lì, è stata veramente dura. E i miei amici c’erano, commossi anche loro, loro che mia madre aveva avuto in casa per anni, accolti come i fratelli che non avevo.

E dopo ci ritroviamo in macchina, quel giorno si gioca Palermo-Salernitana, partita di vertice in serie B per la testa della classifica, è il Palermo c.d. “dei picciotti” di Arcoleo, andiamo sotto, rimontiamo, segnano Caterino e Scarafoni, esultiamo come i pazzi… Cazzo, hai appena perso tua madre, che hai da esultare per un goal? Non lo so, però era la vita. Non lo so spiegare, non lo so perché mi ricordo ancora quelle risate, insieme a quelle lacrime, insieme ai miei amici e agli scemi che eravamo (e temo, in gran parte, siamo rimasti).

E’ la forza della vita. Un goal del Palermo, urli e siete tutti lì, stretti in macchina, e dopo mille anni risenti una canzone e pensi a certi momenti e hai proprio quella certezza: certi fili sembra si allentino, per anni, ma in realtà sono sempre annodati. E va bene così.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

La canzone la trovate qui:

https://www.youtube.com/watch?v=PnGqS3tq5IQ

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