A MIO PADRE

Padre e figlioE’ quando mi chiedi se siamo a giugno, in questa tiepida giornata di novembre, che mi vedo scorrere davanti agli occhi, ad una velocità impazzita, singoli fotogrammi che si sovrappongono. Che messi insieme, fanno pezzi di vita. La mia, che in fondo è un po’ anche la tua. Anche qui, anche ora, sullo stesso letto nella stessa posizione da giorni; anche qui, anche ora, le vite sono ancora, e sempre, intrecciate. Solo che gli intrecci sono invertiti, tra chi si appoggia e chi mette la spalla.

No, non è giugno. E’ novembre. E mi tornano in mente mille immagini di me bambino, giochi, tuffi, sfide a braccio di ferro che ogni tanto mi lasciavi vincere e ogni tanto no, quell’idea sullo sfondo, di forza invincibile che mi davi, che avevo di te. Come se in un istante vedessi mille scene, mille sequenze, mille pellicole. Risate, nervi, gioie, urla, rabbia. Il bambino diventa un ragazzo, e sono scontri accesi, ribellioni, giudizi, spesso severi. Un adolescente che pensa di sapere cosa va fatto, come è giusto comportarsi, perché poi dal padre cosa pretendi?  Un supereroe, che tutto può, senza macchia e senza paura. Un modello sicuro che indichi vie, risposte a tutte le domande, la Virtù che ogni uomo deve inseguire, il conforto di un modello che basta copiare e non è necessario inventarsi. E’ solo un afflato, una proiezione, e finisce troppo presto, ma forse è rimasto qui, dentro, da qualche parte, in fondo.

Le serate su quella tua vecchia poltrona, in braccio, la tua barba ispida sul mio viso bambino, che pure mi piaceva, tu con qualche tribuna politica in tv, o qualche vecchio western: quante sere mi sono addormentato con John Wayne che sparava. E poi il pallone. Le imbarcate sulla vecchia 128 bianca, ragazzini raccattati nel palazzo o in quelli vicini, tutti alla palazzina cinese o al Malvagno, appariva un Super Santos e noi ci davamo dentro per ore. Tu fumavi, guardavi, ogni tanto giocavi con noi e quando io ti passavo la palla ero il bambino più euforico del mondo. Giocavo a calcio anche in casa, da solo, facevo tutto io, una squadra, l’altra, l’arbitro, il pubblico. Mi guardavi e ridevi, dicevi a mia madre di non prendersela quando rompevo una lampada. Qualche volta ti arrabbiavi tu, però, e di brutto. Quei tuoi assurdi e improvvisi scatti d’ira, che ben presto classificai come segni di debolezza, non di forza.

E poi, tanti anni dopo, arrivano prevedibili eppure improvvisi e spiazzanti, i pugni nello stomaco, quelli in cui realizzi quanto è bastardo il tempo che passa. Sono lì, sotto la pioggia, che devo correre perché tu non stai bene, “non respiro” mi dici. Io arrivo, devo arrivare prima possibile, tu mi aspetti. Non sono più io quello che aspetta, fuori da scuola, con la rassicurante certezza che mio padre sta per arrivare.

Novembre, non giugno. Ora, molti anni dopo, quello che so è che è passato tanto, troppo, tempo e non è rimasto più niente e nessuno di invincibile.

Ti guardo, su quel letto, penso a quanti addebiti ti ho fatto, di quante cose ti ho accusato. I fili invisibili eppure più sensibili avevano a che fare con le cose di te che non vorrei, e invece, che mi piaccia o no, appartengono anche a me. E non ti perdono, non mi perdono, non smetto di essere arrabbiato, con te, con me. Ti guardo, e no, continuano a non piacermi quelle cose, continuo a desiderare che tu fossi stato quel supereroe senza macchia, che avessi avuto tutte le categorie della Aretè, la virtù. E la forza. E invece no. Non le avevi. E non le ho. Anni, e anni, e anni, un ragazzo che diventa uomo, adulto, si conosce, si piace e si disprezza, si perdona e si condanna, e con te sempre la stessa durezza di fondo. Un uomo che accetta e tenta di proteggere le fragilità del mondo intero, soprattutto di chi vuol bene, e non perdona le tue. E le proprie. Che sciocchezza.

Una marea di tristezza che mi assale, senza argini, un nodo alla gola che non si scioglie. Chissà se ci si perdona di non aver perdonato. Perdonarsi una fragilità che perdoniamo a tutti, tranne che a noi stessi. E a chi ci ha generato. Non è giugno, papà, è novembre ed io sono qua. Come posso, come ho imparato, come mi hai insegnato, come hai saputo fare, come hai potuto, e va bene così, papà, dammi la mano. Vorrei dirti che io sì, sono un supereroe e la cambio con uno schiocco di dita questa storia che va avanti da milioni di anni, che il nastro si mette in pausa, si rallenta, si riguardano le scene all’indietro a piacimento. Che non esiste crepuscolo, se non quando, e se, lo decidiamo noi. Lo cambio io questo senso senza senso, questa direzione assurda per cui invecchi e un giorno invecchierò, e questo cazzo di letto che detesti facciamo che non ci serve più e giochiamo ancora a pallone, però rassegnati, a braccio di ferro vinco io adesso, non c’è partita. Lo cambio io il finale di questa storia, papà, sennò che supereroi abbiamo finalmente imparato ad essere?

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