CONTENENTE E CONTENUTO

erika-contenente-e-contenutoE’ una vecchia storia. La prima volta me la spiattellò davanti agli occhi una cara amica tanti anni fa, credo in uno dei nostri giri notturni in auto, a parlare di massimi e minimi sistemi. Improvvisamente, mi guardò e mi disse qualcosa del tipo: “tu tendi a essere contenente. Ma non contenuto“.

All’epoca, ad un ragazzo pieno di Sensucht (struggimento) e di slanci Romantici, l’espressione dovette suonare come un qualcosa di vagamente nobile. Una forma artigianale di eroismo drammatico, la vocazione da personaggio di Thomas Mann o Dostoevskij, destinato a caricarsi sulle spalle anime incomprese che lui solo avrebbe compreso, in virtù di chissà quali chiavi, abili ad aprire finestre arrugginite affacciate su angoli di luce, coperti da polvere e ombre. E tuttavia, essendo lui stesso destinato, per caso o per vocazione, a rimanere in qualche modo incompreso. Per distrazione, incuria o incapacità, perché le stesse chiavi con lui non funzionavano.

Così, questa alea da eroe solitario generoso e incompreso finiva col solleticare l’eterna vocazione ad una latente drammaticità interiore che profuma tanto di letteratura e teatro.

Poi si cresce, e si fanno tante esperienze, prima di tutto umane. Relazioni umane, che in fondo, sono la parte più importante della vita. E della nostra felicità, o infelicità. Ci si apre al mondo, anche quando ci si ripete che si sta costruendo un muro spesso e alto; si prende, si assorbe, si ridà indietro qualcosa di noi. E succede che qualcuno abbia la capacità e la voglia di andare oltre.

Contenere è capacità di vedere, ma anche voglia di prendersi cura: altrimenti sarà forse altro, ma non contenimento. E succede che magari proprio quando e con chi non te lo aspetti, ti senti improvvisamente attraversato. Visto nel profondo, fin negli abissi, oltre quello che normalmente vedi tu. Succede. E non sai se questo ti porta a sentirti scoperto, messo a nudo, indifeso, con i muri di sempre improvvisamente inutili, superati, abbattuti. Poi decidi di fidarti, allora sì, forse sei, finalmente, contenuto.

Uno stato di grazia. Un piccolo miracolo umano, un incastro perfetto, la magia dell’incontro al di là delle parole, dell’amore, delle affinità elettive, della stima, dell’affetto: non uno di tutto questo da solo e forse un po’ di tutto insieme.

Come tutti gli stati di grazia un po’ magici, però, difficilmente dura a lungo. Non c’è da farne drammi, nulla da inseguire a tutti i costi. Siamo un libro che ha bisogno di essere sfogliato, da chi abbia gli occhi giusti e l’attenzione necessaria per capire le parole scritte. E pure quelle non scritte, se possibile.

Nessuno si basta da solo, niente storie; affermare il contrario è mentire a se stessi, inseguendo la chimera della perfetta autonomia. Sapere stare da soli è un conto, ed è virtuoso; bastarsi, come dimensione stabile e permanente, è altra storia, non vera né veritiera. L’unica via è non chiudersi, non ripiegarsi su stessi, non scivolare dentro l’imbuto, pensando ad un riparo, quando invece è un canale stretto e soffocante, senza aria né luce. Avere coraggio di vivere, malgrado tutto, di esserci, di contenere, a prescindere dal contrario.

Essere aperti, senza ansiose ricerche. Lo stato di grazia di sentirsi perfettamente contenuti tornerà, prima o poi, se deve tornare. E se non torna, anche la capacità di contenere va coltivata: è un bellissimo viaggio nell’umana natura.

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

Foto di Erika Sichera

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