LETTERE

confezione-e-lettere-insiemeVecchi cassetti. Nuovi assetti. Oggetti che hai avuto intorno per anni e lustri, ormai ignorati, invisibili. Segni di epoche diverse, di vite che sono passate, che passano. Ricordi che scivolano via, verso il nulla. Finché non salta fuori qualcosa a riportarti indietro.

Un giorno decidi che hai bisogno di un nuovo ordine. Di mettere via cose che occupano spazio in casa ma non sui tuoi occhi: evidentemente non ti servono. Vecchi abiti che si tirano fuori, si analizzano, si assegnano a nuove destinazioni, dove assumeranno nuova vita e dignità, per chi ha bisogno di tutto e li indosserà. Oppure finiranno mestamente nelle campane della raccolta differenziata. Vecchi fogli, vecchi appunti, scontrini e ricevute di trenta o quaranta anni fa. Tracce di un mondo non digitale. Il colore ingrigito del vintage. Sacchi grandi e scatole che si riempiono.
Poi salta fuori una scatola che una corda tiene chiusa. Polvere su una confezione sbiadita, una strana intestazione, qualcosa come pigiamino per bambini. Sto per buttarlo via, poi la corda attira la mia attenzione: se è stata messa intorno evidentemente lì dentro ci sarà qualcosa da custodire. Sollevo la parte superiore e apro la scatola. Buste. Lettere. Tante. Una sull’altra, ordinatamente. Francobolli antichi e indirizzi  di mittente e destinatario scritti a mano.

Riconosco la grafia nella maggior parte dei casi, mi è familiare. Anche se non sono più abituato a leggere umane grafie, ormai solo monitor e display, al massimo riconosco il tipo di carattere e la formattazione. Così impersonale, così standard, uguale per tutti. Mentre ogni grafia è così straordinariamente individuale e unica… Guardo i timbri postali: 18 gen 1961. Altri del ’62, ’64, ’65, molte da Cagliari. E poi Messina, Roma e altri luoghi. Oppure lettere senza timbri e francobolli. Mi si attivano le sinapsi mentali: sono più di 50 anni fa. Mezzo secolo. Quanta vita, quante vite là dentro? Io non esistevo ancora. Ma come, esisteva un mondo anche prima di me? Si scrivevano lettere d’amore, si partiva per studio, per turismo, si lasciava qualcuno a casa, anche quando io era il nulla del non essere?

Accarezzo quella carta antica, assaporo la sensazione al tatto. Le apro. Molte iniziano con “amoruccio mio”. Sorrido. Penso. Mi commuovo. Un effetto speciale di quelli cinematografici dentro la mia testa mi sposta l’immagine. Un uomo anziano e malconcio su un letto, scarsamente lucido, con la mano tremante che oggi a stento saprebbe firmare e con ricordi scarsi e confusi. Ma non è sempre stato così. No. È lui, proprio lui, con quella grafia strana, a volte difficile da decifrare, ma che esprimeva parole piene di passione, di sentimenti, di progetti, di vita. 

Lettere. Lettere su lettere, fogli, inchiostro, profumo di cose vere. Anche dopo mezzo secolo. 

Penso a lei che le trova nella buca della posta o le riceve dal portiere dello stabile. Ogni quanto? Gliele mandava con regolarità, il suo Lui, o quando gli girava? Penso a lei che le apre, la immagino ansiosa e sorridente, energica come sempre. Mi commuovo ancora per quell’amore contrastato e difficile che le scaldava il cuore. Non ha mai avuto nulla di facile, lei, nella sua vita. Anche quell’uomo venuto da lontano non poteva che essere un amore difficile. Ma vivo, intenso, persino trasgressivo per i tempi.

Mi cade l’occhio su una lettera più accesa, carica di desiderio. Mi fa sorridere ancora e quasi arrossire, non per il contenuto, ma perché mi sento un po’ come un passante che entrando viola la sacralità di un vecchio tempio abbandonato, un tempo sacro e invalicabile. Così io adesso, a leggere lettere private di chi non può più proteggerle da occhi indiscreti. Anche se quelle lettere in qualche modo mi appartengono, e io appartengo a loro. Se non ci fossero state, chissà, forse non ci sarei nemmeno io. 

Chissà che cosa sarebbe arrivato oggi a me se già a quei tempi ci fossero stati i computer. Word, i files, gli hard disk, il copia e incolla. Niente francobolli, niente odore di carta consunta, niente scatole chiuse da una corda. Forse, niente ricordi. Niente emozioni da tuffo al cuore. Niente rimando di immagini a sovrapporsi. 

Eppure, anch’io, un tempo, ricevevo lettere colorate, con fogli pieni di parole scritte a meno e piccoli intarsi disegnati. Avevo forse sedici anni, la mia lei quindici, ci vedevamo a scuola, poi qualche telefonata, risponde sua madre, no, suo padre, “buonasera, sono io, c’è sua figlia, se non disturbo?”. E poi le lettere, il tempo che ci voleva per arrivare a destinazione e nessuna notifica che ti comunicasse l’avvenuto recapito e la lettura dal destinatario.

L’autunno che seguiva una certa estate, fatta di spiagge e avventure come nella canzone di Renato Zero, quando neanche ci pensavo più che avrei più avuto sue notizie, mi arriva una busta rossa, con francobolli strani, viene da un altro Paese, da una piccola isola. Mi scrive in un italiano maccheronico, misto a greco e qualche frase in inglese, mi fa tenerezza, mi manda tanti baci e mi chiede, alla fine: “mi scriverai anche tu?” Pensai di si, certo che le avrei risposto. Invece non lo feci mai. Mi vien voglia di cercare quella lettera, sono sicuro che da qualche parte ancora sarà, in qualcuna delle tante stanze che ho cambiato in questi anni convulsi, in qualcuno dei cassetti di chissà quale mobile in cui avrò seppellito ricordi e pezzetti di vita, pensando invece di preservarli dall’usura del tempo.

Mannaggia a me, perché non sono stato mai ordinato. Mannaggia a me, perché non stampo mai le cose che scrivo, le foto, le lettere, i racconti, i pensieri. Devo imparare a farlo. E’ bello il digitale, è comodo, non è ingombrante e ti porti praticamente tutto dietro. Ma tutto, spesso, è sinonimo di niente e alla fine, così, il rischio è che di troppo tutto rimanga niente. Io mi commuovo per aver ritrovato vecchie lettere della mia famiglia, ma tra cinquant’anni, le mie figlie cosa troveranno rovistando tra le mie cose? Vecchi smartphone con migliaia di schermate non più visibili o reperibili di whatsapp e Messenger, e milioni di sms?

Se non mettiamo su carta parole e immagini, alla fine priveremo noi stessi e gli altri del tesoro della memoria. Un vero peccato

fogli-scritti-a-mano

Basilio Milatos (riproduzione riservata)

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