L’AUTOSTRADA OLTRE

Detesto alzarmi molto presto al mattino. Ho le sinapsi in sciopero per diverse ore, le facoltà cognitive e la reattività psicofisica di un bradipo.

Tranne quando parto. Lì, non c’è sveglia alle 5 che mi sconvolga. Giù dal letto, una rinfrescata, il caffè, le ultime cose nel trolley e via. In auto, direzione aeroporto. Che a volte non è quello più vicino e devi guidare per 200 km. 
Ma l’autostrada alle 6 del mattino mi è sempre piaciuta da matti. Le prime luci, quasi nessuno in giro a parte qualche camionista assonnato, la mia buona compagnia in auto, due biscotti, un altro caffè in autogrill, due chiacchiere, alternate a silenzi carichi di relax.
Perché, come si dice, la qualità della tua compagnia si misura anche dall’assenza di qualunque obbligo di conversazione continua, pena imbarazzo.
Naturalmente, non può mancare la musica. In queste situazioni, preferibilmente italiana. Uno dei must è Baglioni. Dopo mille mila ascolti, riassapporo ancora Oltre. Per me, uno degli album più belli della storia musicale italiana. Riapprezzo ancora, dopo mille mila volte, certi virtuosismi musicali, la straordinaria ricchezza lessicale, le assonanze verbali, le emozioni descritte, sentimenti, ironia, poesia, dolore.
E mentre le luci del giorno sono adesso più intense, affiorano pensieri in libertà.
Penso a mio compare, che questo album lo adorava e a quanto lo abbiamo sviscerato insieme, commentato, interpretato.
Penso a mio padre, sento quasi la sua voce. Che negli ultimi anni, quando lo portavo con me da qualche parte in viaggio in autostrada, ogni volta puntualmente doveva spiegarmi il percorso da fare o come tenere la macchina in curva o quando cambiare marcia. Lui che da tempo quando guidava era un pericolo pubblico per se stesso e per i malcapitati intorno e che riusciva perdersi pure dove “non si perde manco un bambino“, come canta Dalla.
Penso a quella volta, tanti anni fa, in cui feci 250 km di autostrada in meno di un’ora e mezza, correndo come un pazzo, perché, per una delle proverbiali cazzate della mia vita, stavo rischiando di perdere qualcosa di molto importante e dovevo fare in fretta. Meno male che non c’erano tutti sti’ autovelox, chissà che fine avrebbe fatto la mia patente.
Penso al fatto che anche per un viaggiatore incallito come me, che passerebbe on the road almeno metà della sua vita, c’è un preciso momento in cui qualcosa cambia, un momento dal quale la spensieratezza non è più assoluta come prima: quando diventi genitore. Allora partire non è più la stessa cosa, se non sei con loro. C’è sempre la stessa euforia della scoperta, o della riscoperta, di un luogo amato, o sognato, in cui stai andando; c’è sempre il piacere della fuga momentanea, di quell’altrove, metaforico o concreto, che ti attrae da sempre; c’è sempre quella sottile adrenalina del viaggio che hai sempre avuto e che avrai probabilmente finché campi.
Ma… Una parte di te rimane sempre con chi è a casa. Coi tuoi figli. Pensi che sì, da una parte ti piacerebbe, come sognavi a vent’anni, montare su una moto o su una macchina e stare in giro per il mondo mesi interi. Ma dall’altra, sai che più di una settimana senza vederli non reggi. Sai che vuoi partire, e parti, se riesci. Ma sai anche che puoi stare via qualche giorno. Dopo… si torna.
Del resto, come dico sempre, sono belle ed eccitanti le fughe, ti arricchiscono di nuove scoperte e conoscenze. Ma sono ancora più belli i ritorni. Specie quando hai lasciato qualcuno che ti aspetta, perché fuggire non ha lo stesso fascino se non c’è una casa cui tornare, dopo un po’.
E infatti, io sono già tornato. In attesa del prossimo viaggio…
Basilio Milatos @riproduzione riservata 

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