CINQUANTA

A 10 anni. Iniziavo a guardarmi intorno per cercare di capire che posto fosse il mondo e come starci dentro. Ero timido ma allegro, tondetto, mi piaceva la pasta al forno di mia madre e i souvlakia che trovavo in Grecia, la mia terra d’origine paterna di cui avevo imparato la lingua. E poi mi piaceva  la musica, il mare, il Calcio e andare allo stadio con mio padre a vedere il Palermo.

A 20 anni. Iniziavo finalmente ad accettarmi com’ero, dopo una adolescenza passata a chiedermi se fossi giusto o sbagliato. Continuavano a piacermi le stesse cose dei dieci anni, ma adesso in più c’erano gli amici e un’altra novità piuttosto dirompente: le ragazze. Che nel frattempo erano entrate direttamente in testa alla classifica e lo sarebbero rimaste a lungo e ininterrottamente, per molti anni di fila, più di una canzone dei Beatles o di Michael Jackson, più degli scudetti consecutivi della Juve, più delle auto in coda sul raccordo anulare nelle ore di punta. Anche gli amici sarebbero rimasti a lungo sul podio. Anzi… per sempre.

A 30 anni mi ero convinto che nei dieci precedenti avevo già fatto una quantità di cazzate tali per cui era decisamente arrivato il momento di maturare. O come Salvatores faceva dire ai protagonisti di Marrakech Express, la fase in cui un uomo deve decidere se girare per il mondo o metter su famiglia. Qualche tempo prima avevo conosciuto una donna bruna e mediterranea, e dopo 15 minuti o 15 giorni avevo già deciso tra le due opzioni: avrei messo su famiglia. Tanto da quel momento in poi sarebbe scattata la maturità, no?

A 40 anni conoscevo la risposta al quesito di cui sopra: NO! Avevo continuato a fare cazzate, forse in quantità minore delle decade precedente, ma talvolta dalle conseguenze più gravi. Insomma, le mie cazzate si erano evolute, ma dubito che Darwin mi avrebbe applaudito. Avevo conosciuto le tragedie e i sorrisi, il dolore più acuto, fisico e morale, ero quasi morto e poi rinato, sempre più intensamente innamorato della vita. E nella seconda parte di quel decennio, era arrivata la cosa migliore della mia vita, del prima, del dopo, di sempre: le mie figlie.

A 50 anni… 50 anni?? E quando è successo? Perché nessuno mi ha avvisato? Forse, in fondo, è solo la solita vecchia storia. Vivo. Vorrei e posso. Prendo, regalo, spreco, so dar valore, sbaglio, indovino, accolgo, contengo, mi lascio contenere (ogni tanto), mi sbatto, deludo, mi deludo, sorprendo. Non so essere fedele neppure a me stesso eppure non tradisco mai. E chi se ne frega di tutto, e invece me ne frega: è una vecchia storia. Sempre quella. Coerente solo alla mia incoerenza. Ma Vivo. E amo, in senso lato (e anche stretto). E quando amo è Verità. E non imparo mai, o forse si. E’ proprio una vecchia storia. Che guardo indietro, pare che a 50 anni si debba fare per forza, e rivedo il bambino di un tempo. Eh sì, sempre tondetto (ehm…), e un po’ meno timido, o almeno, timido in modo diverso. Mi piace sempre la pasta al forno, i souvlakia (e pure, assai, il mousaka!), e sempre la musica, il mare, eccetera eccetera. Cambiato? Certo. Ferito con cicatrici profonde? Certo. Disincantato? Forse. Ma solo lo stretto indispensabile per coltivare ancora sogni ma non illusioni.

Dopo gli ultimi dieci anni pieni di dubbi, di strappi e ricuciture, di cadute e rialzate, di cambiamenti e ripartenze, di emozioni vissute sempre in pieno, a muso duro dritto in faccia, la questione fondamentale rimane ancora quella: è ora della agognata maturità, finalmente??

Basilio Milatos @riproduzione riservata

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