SANTA MUERTE

Lo confesso: con la sua bella copertina (a proposito: bravo Enrico Natoli che l’ha creata) Santa Muerte ha placidamente soggiornato sulla mia libreria per qualche mese, peraltro in ottima compagnia di altri libri presenti nella mia personale lista d’attesa di lettura, senza trovare le meritate mani attente che lo prendessero delicatamente, ma soprattutto che lo sfogliassero, pagina dopo pagina. Ogni tanto veniva prelevato dallo scaffale, con le migliori intenzioni che un lettore possa avere riguardo all’ultimo romanzo di un autore che conosce e apprezza, ma per mancanza di tempo poi puntualmente riposto in attesa dei famigerati tempi migliori.

Che di recente sono finalmente arrivati. E meno male che ho potuto leggere senza fretta, assaporando adeguatamente un romanzo di grande spessore letterario, scorrevole nella lettura e veloce nel ritmo della narrazione, ma ricco di intrecci e di personaggi su cui soffermarsi.

Al suo secondo romanzo con Ianieri Editore, Ettore Zanca compie un bel salto di qualità sul piano artistico e letterario. Santa Muerte, a mio parere, è un’opera matura. Il marchio di fabbrica è inconfondibile: per chi lo conosce da tempo, attraverso le sue pagine social, i suoi racconti e le sue collaborazioni con varie testate e siti on line, è facile ritrovare tutti i temi cari a Ettore, il suo stile narrativo, la ricchezza del suo linguaggio, la sua voce narrante prestata ad antieroi pieni di cicatrici, oppure eroi tragici, a chi ha ferite grosse dentro e lotta per non arrendersi. Vi si ritrova la capacità dell’autore di spaziare tra più registri stilistici, a volte con leggerezza e ironia, altre con sarcasmo, altre ancora con una disperazione sullo sfondo che lascia sgomento il lettore. 

Del resto, già dal titolo del romanzo, che poi è il soprannome del protagonista tratto dalla madonna messicana venerata da narcotrafficanti e criminali, Ettore ci presenta subito una delle chiavi centrali del romanzo: la morte. Che per tutte le oltre 200 pagine del libro è una costante che aleggia su tutti i personaggi. La morte come via di fuga, di salvezza, di redenzione, di disperazione, che in realtà è un appassionato, visionario inno d’amore per la vita. 

A differenza di E vissero tutti feriti e contenti, la pur fortunata e apprezzabile opera precedente, dove le diverse storie narrate trovano un trait d’union attraverso un espediente letterario, ma restano essenzialmente scisse l’una dall’altra, qui invece Ettore mette su una impalcatura complessa ma molto ben riuscita di storie diverse che trovano una perfetta armonia d’insieme, un puzzle composito di personaggi. Tutti hanno un enorme “buco dentro“, come direbbe Freccia nel celebre primo film di Luciano Ligabue. Un buco nero in cui sprofondano rimorsi ed errori, rimpianti, sensi di colpa, vittime di malattie bastarde o di bastardi senz’anima. Una ragazza violata da bambina, un medico che non ha potuto salvare un amico, un allenatore che in una finale di coppa del mondo commette un errore che costerà la vita al miglior talento che avesse mai allenato. Un vecchio artigiano che custodisce un segreto risalente alla Seconda Guerra Mondiale, un ragazzo ricco di talento ma anche di disperazione. C’è persino lui, Diego Ruiz, la grande rockstar al suo ultimo concerto che lo consacrerà al Mito Assoluto, in label town, la città immaginaria di Labella, corrotta e irredimibile, che Ettore pone come palcoscenico in cui si svolge la storia, in cui si intrecciano le vite, le ferite e la voglia di fuga estrema dei vari protagonisti.

In comune hanno tutti un cosa: vogliono farla finita. La loro salvezza è la fuga estrema e il loro salvatore è lui, Leonida, alias Santa Muerte. Un killer molto particolare, uno capace di ascoltarli e di compenetrarsi nelle loro anime come fosse un vecchio amico, e invece è colui che al momento stabilito dovrà porre fine alle loro esistenze. E lo farà secondo il suo personale codice etico, che prevede alcune regole inderogabili: niente bambini e possibilmente niente sofferenza. Un lavoro pulito, insomma, con una strana multinazionale alle spalle come datore di lavoro, con tanto di contratti firmati e precise garanzie per il post mortem a vantaggio delle vittime/clienti.  

Naturalmente, anche lui, Santa Muerte, non è esente dal suo personale buco nero.

“Santa Muerte forse era già morto ma non lo sapeva. Forse era  un fantasma. Forse gli altri lo vedevano, parlavano con lui di farsi piantare una pallottola in fronte perché erano morti come lui. Tra morti ci si intende”

Forse è morto dentro da quando Marta, affetta da SLA, se n’è andata nel modo forse più bello per una artista, in teatro dopo la sua ultima esibizione da ballerina. Ma anche nel modo più crudele per l’uomo che la ama ed è colui cui spetta il compito terribile di ucciderla, prima che lo faccia una malattia infame, di essere il suo killer, proprio quando aveva deciso di smettere, per Amore suo, per Marta. Perché alla fine, senza svelarvi, anzi, come si dice oggi, spoilerarvi nulla, è sempre l’Amore che salva. Non la morte, quando pure sia anch’essa una forma d’amore. Solo l’Amore cura le ferite, solo l’Amore riporta alla vita quando sembra che l’unica via sia invece la morte. Leonida troverà poi una forma speciale d’amore con Morgana, una gatta che lui, in un impeto di istintiva generosità, salva dalla morte per strada e troverà anche un’altra donna sul suo cammino, Anna, una figura ricca di malinconia, di tenerezza e di poesia. I loro cuori, oltre che i corpi, si sfioreranno, senza però prendersi, e soprattutto senza salvarsi, davvero. Troppo profonde le ferite di entrambi, ormai, per essere guaribili.

Il ritmo del romanzo, come accennavo sopra, è incalzante, senza pause, ed è molto ben preparato il gran finale, dove quasi tutti i protagonisti si ritrovano: il grande concerto, l’ultimo di una gloriosa carriera, di Diego Ruiz, le cui canzoni permeano tutto i romanzo e accompagnano le storie dei vari personaggi. Anche questo, a mio parere, è un bellissimo espediente attraverso il quale Ettore Zanca ha potuto incastonare nell’impianto narrativo dei testi più marcatamente poetici, che sono parte del suo repertorio di scrittore multiforme, come chi lo segue da tempo sa. Testi mascherati sotto forma di canzone della rockstar al suo  passo d’addio, nei quali si alternano spunti di rabbia sociale a brandelli di relazioni sofferte o disperate, in un malessere del vivere che comunque non si rassegna mai alla disfatta, che non molla, che urla, malgrado tutto.

In conclusione, riporto un passo del romanzo, a mio parere uno dei più belli, e forse quello che più di ogni altro racchiude l’essenza letteraria di Ettore Zanca, e la sua specialità nel raccontare dei feriti dalla vita:

I feriti non hanno memoria, non si ricordano di preciso quando si sono feriti. Fosse per loro sarebbero feriti da sempre. In famiglia sono il soprammobile sbagliato, quello che non ci voleva che te lo regalassero e che sta sempre in mezzo. Se però un ospite nota il soprammobile, tutti ne decantano le lodi. Se i feriti non fossero stati amati, sarebbe stato meglio. Saprebbero esattamente dove si trova il non amore. Invece no, sono stati nutriti con un amore tossico e leggermente velenoso. Una forma inconsapevole di assuefazione a un allucinogeno….

…col tempo imparano a fare a meno di tutti. E se una mano si tende, loro odiano la mano tesa. La odiano perché non riconoscono di aver bisogno d’aiuto. E anche perché è arrivata tardi, quando ci si è abituati a non averne, di aiuto. A volte sono sensibili, ma non fa bene. Perché è come carne sanguinante messa in acqua di mare. Fa un male cane….

…reagiscono male, malissimo se qualcuno scopre il punto esatto della ferita. A quel punto pretendono, esigono giustizi, urlano. Non lasciano mai andare. Mai”

Basilio Milatos @riproduzione riservata

 

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