Il libro: LA BICICLETTA VOLANTE

La bicicletta volanteCi sono di quei momenti nella vita in cui per tante ragioni -o senza nessuna ragione- sei emotivamente più sensibile. Più predisposto a emozionarti per una canzone, una fotografia, un racconto. Oppure un libro, come è successo di recente a me con l’opera prima di Fabio Giallombardo, La Bicicletta Volante. Si fa fatica, in verità, a credere che un libro così ben scritto, anche dal punto di vista della struttura narrativa, dello stile, del ritmo, sia stato scritto da un esordiente.

Il libro entusiasma già dalle prime pagine e mano mano che si va avanti, si rimane coinvolti emotivamente ogni riga di più.

Essendo della stessa generazione (io un po’ più vecchio ahimè) di Fabio, dello stesso vissuto sociale giovanile e financo dello stesso viscerale amore per la nostra squadra del cuore, il Palermo, forse era inevitabile che questo libro mi emozionasse.

Non sono certo un critico letterario, ma da semplice lettore posso dire che La Bicicletta Volante è un romanzo bellissimo. Per alcuni versi, è il romanzo che anch’io ho in testa, e semmai dovessi scriverlo certamente da qui attingerò qualche spunto. Un romanzo in cui c’è l’amore e la rabbia per questa terra pazzesca che è la Sicilia, la dolcezza e l’infinita amarezza che conosciamo bene. C’è la tenerezza, l’ansia di giustizia, il senso a volte disperante di solitudine, c’è, in particolare, tanta poesia e tanto sentimento in senso lato. In modo forte e intenso, senza mai essere banale, al punto che in diverse parti del libro si viaggia sul filo della commozione e della pupilla umida. Ma c’è anche intreccio narrativo appassionante, ritmo, riferimenti di cronaca ben precisi, pezzi e costumi di quella Palermo, della mia Palermo, descritti alla perfezione. 

Alla fine ti lascia un “cutugnu” dentro, un amaro che è difficile spiegare, ma senza rassegnazione. Alcune scene rimangono impresse nel cuore e nella mente. Non voglio svelare niente, ma… della partita di calcetto in cui Salvatore si “sblocca”, fa un gran goal e fa: “ti è piaciuta papà, la mia bicicletta volante?” non posso non accennare: meravigliosa.

Insomma, che vi devo dire. Leggetelo. È nata una stella nel panorama letterario.

Sono onorato dell’amicizia, nata su Facebook, con l’autore, della quale ho approfittato per rivolgergli qualche domanda. Le risposte, a mio avviso, sono tutte da leggere. Chi ha letto il libro ce lo ritroverà tutto.

Fabio GiallombardoFabio, intanto ti dico che sono a metà tra il divertito e l’emozionato. Da lettore che ha amato il tuo libro, ora ti chiedo di parlarmene per il mio blog, di raccontarmi com’è nato, ma prima ancora, come hai vissuto la Palermo di quegli anni.

Io non sono nato a Palermo, ma a Padova, da genitori siciliani emigrati al Nord per lavoro. Per questo motivo durante la prima infanzia Palermo per me era il luogo delle vacanze estive, la terra promessa che mi ammaliava con l’abbacinante bellezza di paesaggi mozzafiato e con l’asfissiante calore dell’affetto dei parenti; ma anche l’inferno di cui quotidianamente parlavano i giornalisti che alla TV cercavano goffamente di tradurre in termini nazional-popolari quel groviglio di mattanze, connivenze, risentimenti ed eroismi che era la Sicilia degli anni 70. A partire dal 1983, quando avevo dieci anni, tutta la mia famiglia si trasferì in Sicilia e da allora Palermo è stata l’unica città che io abbia davvero sentito mia: e non perché il rapporto sia stato idillico, direi piuttosto per la ragione opposta. Da subito ne colsi le contraddizioni, la ferocia di un ostentato cinismo, ma anche la disperata e malcelata inconcludenza onirica dei suoi astratti furori; insomma mi innamorai del quel grumo pulsante di accoglienza e repulsione che è sempre stata  Palermo, e lo feci mio.

Ma conobbi davvero la mia città solo quando scoprii i rioni popolari: avevo solo quindici  anni e mia madre, che all’epoca frequentava il Coordinamento antimafia e che bazzicava coi quei parroci di frontiera che avevano scelto di vivere nei quartieri a rischio, mi chiese di dare una mano per una settimana ai volontari di Sant’Ippolito, in pieno quartiere Capo, perché tre ragazze avevano dato forfait all’ultimo momento. Dapprima ci andai svogliatamente –  ero un ragazzino piuttosto timido e scontroso all’epoca –  ma fui subito conquistato da quel mondo, dal brulicare di quell’umanità primitiva, dalla vitalità di ragazzini che non avevano avuto niente dalla vita eppure la amavano molto più di me. Da allora non li lasciai più e la mia attività di volontario al Capo durò tredici anni: vidi crescere quei bambini, li vidi diventare uomini, con alcuni di loro mi sento ancora. Costituii un gruppo di volontari che era ideologicamente composito (c’erano ragazzi di sinistra, di destra, atei, agnostici, cattolici…) e lavorammo in molti altri quartieri (Borgo Vecchio, Kalsa, Ballarò), ma solo al Capo continuativamente dal 1988 al 2001, nonostante nel frattempo il parroco fosse cambiato e quello nuovo (che nel romanzo ho ribattezzato col nome fittizio di Don Bartolomeo) ritenesse curiosamente che l’attività di parrocchia consistesse solo nell’espletare funzioni di tipo pastorale e non dovesse avere ingiustificate implicazioni sociali: imparammo a fare anche a meno dell’appoggio della parrocchia e continuammo finché ne fummo in grado. 

Capo Quartiere PalermoCosa ricordi del ’92, di Falcone e Borsellino, di quella stagione che ci ha segnato tutti?

Anch’io, come il protagonista del mio romanzo, ho fatto gli esami di maturità nell’estate delle stragi del ’92 e non ero il solo a vivere le vicende collettive come se fossero parte integrante della mia storia personale, della mia vicenda intima: in quegli anni la città di Palermo si ribellava, era sotto l’occhio delle telecamere di tutto il mondo, c’era un fermento, come una frenetica recrudescenza dei Vespri, dei Fasci  siciliani: un’atmosfera davvero difficile da spiegare a chi non  era fianco a fianco sotto i lenzuoli bianchi che volteggiavano dalle finestre di ogni balcone. Poi tutto si è assopito, dal 1994 il principe Fabrizio ha riperpetuato la sua malia, l’anima camaleontica della mafia ha completato la sua mutazione e si è resa nuovamente invisibile, fondendosi con colpevoli pezzi dello stato ancora una volta,  indissolubilmente. Eppure noi continuammo a coltivare il sogno di far dialogare le due Palermo, non smettemmo di lavorare come volontari nei quartieri, anche perché ci accorgevamo di ricevere, dai ragazzi di vita, molto più di quanto non dessimo loro: noi li facevamo giocare e li seguivamo a scuola, loro ci restituivano  l’anima. 

Falcone e BorsellinoQuando nasce l’idea del romanzo?

L’idea del romanzo non mi ha mai sfiorato finché sono vissuto a Palermo: il desiderio di raccontare nasce dalla lontananza, lo straniamento per uno scrittore è uno strumento di sopravvivenza, che somatizza in lettere il bisogno fisico di metabolizzare sentimenti opposti come la nostalgia e la rabbia. In concreto nell’estate del 2009  iniziai a scrivere due diari, uno di un gonzaghino (si dice ancora così?) benestante e con la puzza sotto il naso, che vedeva la propria vita sconvolta dall’arresto del padre, l’altro di una prostituta del Capo che batte nel covo del padre latitante, in un postribolo dove droga, incesto e ogni tipo di promiscuità sono all’ordine del giorno. Erano due confessioni di altrettante miserie, apparentemente opposte ma molto simili fra loro: i diari erano autonomi l’uno dall’altro, erano semplicemente nati dall’esigenza di raccontare due città e non avevo neppure pensato a come e quando i due personaggi si sarebbero incontrati.

In quanto tempo lo hai scritto?

La stesura è durata due anni, “per intervalla insaniae” di periodi di un paio di mesi inframmezzati  ogni volta da cinque, sei mesi di silenzio. La vicenda del giallo si è andata costruendo da sé, io non avevo fretta di finire né avevo la più pallida idea di come sarebbe andata a finire la storia, perché sentivo che lei stessa  mi avrebbero trovato al momento giusto. In effetti più che inventare eventi di sana pianta ho trasfigurato e ricombinato fatti veri, cambiandone l’ordine, amplificandone la suggestione, perché in Sicilia non c’è  nulla di più paradossale che la stessa realtà. L’intreccio di questa combinazione ha fatto capire anche a me qual è la forma della mia anima.

Una volta ultimata la stesura è iniziata la fase che reputo più importante e che spesso vedo trascurata nell’odierna letteratura italiana: quella della revisione, che è durata fino al febbraio scorso, cioè al mese prima della pubblicazione. Mi fa piacere descriverla con puntiglio perché so che molti dei lettori di questo blog sono appassionati di letteratura.

Dapprima sono stati gli amici a leggere le bozze del romanzo e a darmi la loro impressione, in particolare alcuni miei ex alunni laureati in lettere mi hanno fornito un feedback straordinario. Poi ho sottoposto l’opera a quello che io considero il più grande scrittore palermitano vivente, Roberto Alajmo, i cui consigli sono stati preziosi, perché mi ha incoraggiato dicendomi di pubblicare l’opera, ma al contempo non ha esitato a segnalarmi  una serie di difetti di uno stile a tratti  ridondante ed ancora acerbo. A partire dalle correzioni che ho apportato ho sottoposto il manoscritto  alle case editrici, dopo attenta cernita, rifuggendo naturalmente come la peste quelle che chiedono il contributo. E qui sono stato fortunato, perché sono stato scelto dai milanesi di Autodafé,  che fanno dell’editoria un vero e proprio lavoro d’artigianato.  Il lavoro di editing condotto per più di un anno con Cristiano Abbadessa io lo considero un’esperienza formativa di inestimabile valore che ha migliorato il romanzo a tal punto che molti di quelli che lo hanno letto mi hanno detto che è impossibile che questo sia il mio primo romanzo. In effetti di novelle ne ho scritte parecchie, alcune hanno anche vinto premi letterari, ma La bicicletta volante è il mio primo romanzo ed il merito del fatto che appaia un prodotto già maturo non è solo mio.

Quindi,a tutti coloro che si avvicinano alla scrittura io ho due consigli da dare. Il primo è scontato: per ogni libro che scrivete, leggetene almeno un milione. Il secondo è apparentemente meno ovvio: abituatevi ad incidere col bisturi sulla carne viva della vostra creatura, cominciate a togliervi dal centro ed imparate  a “guardarvi da fuori”.

Il titolo, La Bicicletta Volante, come ti è venuto? Ha a che fare con la famosa “bicicletta” di Vito Chimenti, indimenticato centravanti del Palermo degli anni ’70, famoso per questo particolare gesto tecnico?

La bicicletta volante è per me un gesto atletico che serve a ricordare che, quando sembra impossibile, si può rovesciare la prospettiva e il corso delle cose. Il titolo è nato quando già la stesura era a più di metà: la sua polisemia, la pluralità delle possibili interpretazioni, vuol tenere insieme, attraverso l’utopistico mezzo letterario, realtà opposte che lacerano e disgregano la mia terra: la leggerezza del gioco del calcio e il dramma dell’infanzia negata; ma anche il paradosso per cui Palermo sarebbe una delle città al mondo più adatte alla bicicletta sia punto di vista climatico che orografico, ma per ragioni misteriose è sprovvista di piste ciclabili. Il titolo tecnicamente è un adynaton, credo che sia questa la prima suggestione che il lettore percepisce. Per tutti gli altri significati possibili rimando alla lettura del romanzo.

Il fatto che tu abbia pensato alle biciclette di  Vito Chimenti è fantastico, perché hai trovato un significato senz’altro insito nel testo, ma sconosciuto all’autore del testo stesso! Io Vito Chimenti l’ho scoperto dopo, rivedendo le cassette registrate, perché all’epoca avevo cinque anni e vivevo in Veneto! Da quando mi sono trasferito in Sicilia invece ho seguito il Palermo in modo nevrotico e il trasferimento in continente invece di guarire questa mia personale malattia l’ha acuita: la partita del Palermo è quasi un legame simbolico e viscerale, un segno di fedeltà alla donna lontana, un modo come un altro per fare abbìli… di rovesciate alla Favorita ricordo benissimo quella di un altro centravanti, sicuramente uno degli attaccanti tecnicamente meno dotati della storia rosanero: Salvatore Buoncammino, che stese il Bari il 17 ottobre del 1993 con un gesto tecnico di sconcertante coraggio e bellezza. Io ero allo stadio e quando vidi quello scarparo compiere un simile miracolo, appunto un adynaton, in quell’istante capii che davvero nulla era impossibile a questo mondo, quando un desiderio è sostenuto da una volontà ferrea corroborata da un pizzico di follia temeraria!

Tu attualmente non vivi a Palermo. Da lontano, quali sono i tuoi sentimenti per questa città? Nostalgia, rabbia, sei felice di non vivere qui, pensi un giorno di tornarci? Raccontami i tuoi sentimenti per Palermo…

Basilio, questa è sicuramente la domanda più complicata tra tutte quelle possibili. Ti do un’unica risposta: io Palermo la amo e la odio al tempo stesso, credo che non saprei più viverci, ma in qualunque altro posto io viva mi sento come un esule, uno sradicato. Il che è ancor più paradossale, perché a San Benedetto del Tronto, la città dove vivo, vengo trattato come un principe: sono un amato e rispettato professore di Liceo Classico, il numero di colleghi ed ex alunni con cui interagisco anche fuori dalla scuola è invidiabile, le due presentazioni del romanzo fatte in terra marchigiana testimoniano una stima ed un affetto straripanti. Eppure questo non scalfisce per nulla quell’irrazionale attaccamento alla mia terra, un sentimento nel quale senso di colpa e desiderio si fondono in un’unica nostalgia difficile da spiegare a  parole.  Tornare a vivere a Palermo mi piacerebbe, ma solo se fosse la città a chiedermelo, solo se percepissi di essere davvero indispensabile nella mia terra, solo se sperassi che a Palermo i miei figli potessero avere un presente e un futuro di concreta realizzazione.

Dimmi una cosa de La Bicicletta Volante di cui, senza modestia, sei veramente contento e orgoglioso. Un personaggio, un particolare, una scena, un dialogo cui sei particolarmente affezionato

La cosa di cui sono più orgoglioso è il feedback dei lettori: in soli quattro mesi  parecchie centinaia di loro mi hanno contattato sulla fanpage di facebook che io apro quotidianamente (https://www.facebook.com/labiciclettavolante?ref=hl) e m’hanno scritto tutte le sensazioni che hanno provato nel corso della lettura: ho scoperto che in ciascuno di loro la mia storia ha preso una forma differente, ma raramente è stata banalizzata. I siciliani – specie quelli che hanno condiviso l’esperienza di volontariato – hanno vissuto il romanzo come un salto all’indietro, come una vertiginosa macchina del tempo, ma la reazione più sorprendente è stata quella dei lettori non siciliani, che si sono immedesimati nella vicenda, cogliendone i suoi significati universali e dimostrando, ancora una volta, che la Sicilia è la più potente metafora dell’Italia, la quale a sua volta è un microcosmo fedele delle contraddizioni di questo mondo…

Il personaggio di cui vado più orgoglioso è Rosalia, perché la fatica delle regressione per uno scrittore è un macigno di Sisifo, ricostruire nella mia memoria il linguaggio e il modo di pensare di una ragazza del popolo della Palermo degli anni ’80 è stato per me esaltante e mi ha letteralmente strappato la pelle. Ma il personaggio che più mi identifica è Gaspare Traina, in lui ho riversato la maggior parte dei pensieri, delle angosce, delle paure e delle inconfessabili contraddizioni che ho vissuto negli ultimi vent’anni. Una delle scene a me più care è quella dello scontro fra Davide e Golia, la partita di calcio che davvero vide la mia scafazzatissima scuola calcio del Capo mettere in grave imbarazzo i campioncini in erba del Puntojuve palermitano del Don Orione. Com’è finita davvero quella impossibile disfida? Nono lo dico, così lasciamo un po’ di suspense ai lettori i quali poi, se vorranno, potranno restituirmi il loro graditissimo riscontro scrivendomi alla fan page del romanzo. Prometto che risponderò a ciascuno di loro!

Basilio Milatos © Riproduzione riservata

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